Scultura: dalle avanguardie del Novecento a oggi
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Un nuovo inizio per la scultura

di Boris Brollo

L'arte del "dare forma" dalle avanguardie del Novecento ad oggi

La scultura sembra subire un “male oscuro” che pare portarla alla sua fine con la perdita di senso, da una parte, e dall’altra col tentativo di rinnovarsi dentro la tradizione, ma per ciò stesso questo ritorno a una nuova figurazione ne segna il suo inizio e non la sua fine. Il Novecento è stato il “secolo breve”, oltre che per la storia umana, anche per le arti.

Un’analisi perfetta venne condotta da Germano Celant e Pontus Hulten con la mostra Arte Italiana-Presenze 1900-1945 nel 1989 a Palazzo Grassi a Venezia. Mostra in cui si evidenziava la “compressione” subita dall’arte grazie all’intervento massiccio delle avanguardie artistiche che cambiarono i “connotati” estetici alla pittura e alla scultura grazie al mutato uso dei materiali, non più tradizionali, che solitamente componevano queste espressioni creative.

Un’indagine sul mutamento interno della scultura

Vorrei proporre quindi un’indagine “indiziaria” su questo suo mutamento interno.

E per fare ciò penso si debba guardare alla storia della scultura non con l’occhio delle categorie estetico-artistiche dello “spirito del tempo” o delle scuole storiche che si creano attorno a personaggi più o meno forti, bensì a volo d’uccello come se la storia della scultura non avesse rotture epistemologiche fra stile e stile, ma che tutto fosse frutto della medesima unità storico-artistica.

La continuità linguistica nelle avanguardie del Novecento

Quindi leggere il suo svolgersi all’interno di un filo linguistico, dentro le avanguardie del Novecento, che si evolve continuativamente sapendo, oggi, che il suo cosiddetto “male oscuro”, cioè il suo non essere più canone estetico, sta nel suo mutamento quale virus che si evolve continuamente per esistere. Così la scultura cambia e sembra non finire mai.

Geografie culturali: perché l’arte si sviluppa in alcuni Paesi e non in altri

Un’altra considerazione va posta agli occhi del lettore e cioè che è sempre stupefacente come mai la scultura si sviluppi di più in un Paese, mentre in un altro non si affaccia neppure alla storia. Si guardi ad esempio all’Illuminismo, tutto francese. 

Il Pietismo e l’Idealismo nascono e si sviluppano in Germania. Il Melodramma, l’Opera sono essenzialmente italiani. Il Romanzo dell’Ottocento è quasi completamente russo. Perché succede questo?

Epigenetica e trasmissione culturale: l’ipotesi di Rodolfo Guzmán Toledano

Rodolfo Guzmán Toledano è un epigenetico messicano che si interessa d’arte e sostiene che la cultura si eredita nei geni e poi si sviluppa orizzontalmente nel contesto sociale. Se pensiamo alle famiglie di pittori come Jacopo da Bassano e i suoi 8 figli, così come Domenico Tiepolo e i suoi 9 figli, ultimo Giambattista, allora come dar torto all’ipotesi di Rodolfo Guzmán?!

Il passaggio dell’arte dall’Europa agli Stati Uniti

Ma veniamo a noi.

Oramai è noto che fino al 1948, circa, l’arte è essenzialmente europea, dopo questa data il secondo dopoguerra vede lo spostarsi dell’arte verso gli USA.

Due i motivi: molti artisti all’ascesa del nazismo scelsero gli USA quale rifugio alla barbarie europea, ponendo il seme dell’arte e, dall’altra parte, molti artisti americani che avevano combattuto in Europa e in Italia se ne erano innamorati tanto da ritornarvi alla fine della guerra stabilendovisi. Vedi i casi di George Brecht in Germania, e di Cy Twombly a Roma, ad esempio.

Le origini della scultura moderna in Francia alla fine dell’Ottocento

Guardando allo sviluppo della scultura europea moderna, bisogna partire dalla vicina Francia a fine Ottocento.

Qui operano Émile-Antoine Bourdelle, Aristide Maillol, e Auguste Rodin. Bourdelle è il più espressionista, mentre Maillol è il più giocoso, pieno di rotondità della carne da farne un piacere per gli occhi; Rodin, detto il Michelangelo francese, è il più grande. La Porta dell’Inferno ne è la summa, ma la sua scultura più potente è quella che raffigura Balzac. Dopo averlo ritratto, più volte, nella sua forma panciuta con mani davanti e dietro e non esserne soddisfatto, ha l’intuizione di chiudere questo corpo dentro una vestaglia che tocca terra e ne fa una piramide con piantato in cima un testone capelluto che diventa un gigante.

Si ritiene, però, che sia debitore per i suoi marmi alla grande scultrice Camille Claudel, sua amante, poi dimenticata per trent’anni in manicomio. Credo che il ricordo di lei lo abbia perseguitato a tal punto che egli lascia una scultura composta dal calco del viso di Camille, al cui fianco è attaccato il calco di una mano. Una composizione strana per l’epoca, che ricorda un assemblaggio moderno dal sapore surreale dove, eliminato il corpo, restano il gesto e il sorriso della scultura.

La rivoluzione del ritratto e la Parigi del primo Novecento

Ed è in questa Parigi, del primo Novecento, che si addiviene a una nuova concezione del ritratto, proprio grazie a questa scultura di Rodin. PicassoModigliani, Soutine, Matisse ne sono la testimonianza.

Poco dopo un rumeno, dentro una baracca nel cuore di Parigi, liscia i suoi lavori rendendoli astratti e inventa la “colonna infinita” che ricorda le colonne lignee delle chiese rumene dove è cresciuto e da dove proviene: Constantin Brâncusi, amico del pittore e scultore italiano Amedeo Modigliani. È uno strano intreccio quello della scultura fra le due guerre e Parigi ne è il centro.

Si intersecano esiti del Cubismo, del Futurismo, del Costruttivismo russo e del Dadaismo che si incrociano col Razionalismo De Stijl, e del Vorticismo, con scambi di esperienze di uso delle tecniche e soprattutto di fusioni estetiche.

Il Cubismo diventa Cubo-Futurismo e vede il Futurismo esplicitarsi in Inghilterra nel Vorticismo, grazie a Ezra Pound, con Jacob Epstein e David Bomberg, ma pure con il francese Henri Gaudier-Brzeska.

Cubismo, Futurismo e Costruttivismo: i nuovi linguaggi della scultura europea

A Parigi operano gli scultori cubisti Jacques Lipchitz e Alexander Archipenko, ucraino, che dopo studi ed esposizioni in Russia si ferma a Parigi.

Nelle opere dei fratelli Anton Pevsner e Naum Gabo, firmatari del Manifesto Realista a Mosca con Malevicˇ e Kandinskij, trova senso l’impiego di materiali innovatori che si diffonderanno negli anni Venti: metalli e plexiglas per le loro sculture.

Non lontani dalle sculture-progetto di Vladimir Tatlin, e dagli assemblage di œvan Puni (origine italiana), animatori del Costruttivismo russo che ha propaggini fin dentro al Bauhaus con Kandinskij. Quindi Parigi, Roma, Weimar sono il crogiolo della scultura europea.

Gli italiani a Parigi: Medardo Rosso e la nuova scultura della luce

Fra gli italiani a Parigi il nostro Medardo Rosso è in parallelo con gli impressionisti e si misura con Rodin, che non lo ama; ciò nonostante, la sua è una scultura della luce, non della forza, e pure il materiale che spesso usa è legato alla grazia della mano e della luce, essendo cera! Parigi nel 1915 vede una mostra di scultura futurista di un italiano già noto nel milieu parigino: Umberto Boccioni.

Di questa mostra di cui si favoleggia non sono rimaste che due sculture: Forme uniche della continuità nello spazio (1913) e Linee e forze di una bottiglia (1912). Se la prima può essere “confusa” con una scultura cubista, in quanto gira attorno alla figura umana che cammina, è nella seconda che la scultura fa un salto di qualità quando si espande e si allarga verso la periferia dello spazio in maniera centrifuga.

Qui la scultura apre al mondo scultoreo una nuova dimensione che d’ora in poi non sarà più monumentale, ma fatta di “linee forza” che si espandono fino a occupare lo spazio circostante.

Nel 1915 Boccioni farà un’opera sorprendente: Dinamismo di un cavallo in corsa+Case, ora al museo Guggenheim di Venezia. Qui l’artista usa legno, lamiera di metallo, viti e colore.

Ciò apre un mondo nuovo alla scultura che Picasso, come vedremo, approccerà in maniera spregiudicata, conducendo la scultura verso il suo “non senso”.

Fra le due guerre mondiali un altro italiano renderà grande la scultura: Arturo Martini che, seppur espressionista, stira i corpi in posizioni strane e li sottrae alla dinamica della fisicità per sottometterli alla visione psicologica dell’inconscio.

Dal dopoguerra all’Informale: nuove direzioni per la scultura europea

Il Cubo Futurismo lascerà propaggini e troverà legami artistici pure nel dopoguerra. Gli anni Cinquanta saranno fertili per l’arte europea: Esistenzialismo e Informale saranno nutrimento per gli artisti.

Eduardo Chillida in Spagna comporrà opere “nodali” con ferri e marmi, a volte con intrecci di materiali luminosi come l’onice.

O l’austriaco Fritz Wotruba, con la sua scultura fatta di comparti geometrici. Henry Moore troverà nelle sagome dei dormienti nella metropolitana londinese, durante i bombardamenti tedeschi, le linee per una scultura fatta di ricordi del corpo umano sempre liscio e in contorsioni surreali.

Da noi, in Italia, Pericle Fazzini, Francesco Messina, Marino Marini e Giacomo Manzù riprenderanno il ripensamento del corpo umano e della sua bellezza, mentre Lucio Fontana, dopo una fase figurativa, al rientro dall’Argentina, si allontanerà dedicandosi alle Strutture al neon.

Astrazione, materiali nuovi e il ruolo dell’Italia nel secondo dopoguerra

Ciò fa da ponte a una concezione astratta della scultura liberata dal Cubo-Futurismo e legata più a un’astrazione geometrica che occupa lo spazio; ed ecco apparire Pietro Consagra, i fratelli Basaldella, Dino e Mirko, ma pure i Pomodoro, Arnaldo e Giò, assieme a Umberto Mastroianni e ai suoi ingranaggi.

In chiave laterale Leoncillo Leonardi inserisce nella scultura la ceramica e la terra refrattaria, facendone un materiale pregiato e nobile. Fausto Melotti con tondini di ferro e lamine ramate, forse memore del Progetto per un monumento a Guillaume Apollinaire di Picasso, adorna il vuoto di essenze fragili dal carattere musicale. Questa corsa alla purezza porterà poi alle sculture di Eliseo Mattiacci e Mauro Staccioli.

Mentre l’Arte Povera vedrà un’esperienza scultorea installativa, salvo il radicalismo naturalista di Giuseppe Penone con lo svuotamento dei suoi enormi tronchi di legno.

In Francia Germaine Richier e Alberto Giacometti sonderanno il post-guerra degli anni Cinquanta, dentro una sensazione esistenzialista del “non” futuro, e roderanno la carne scultorea a favore dell’essenziale, dello scheletrico che si fa interiorità.

Pablo Picasso scultore: l’eclettismo che cambia la storia

Abbiamo sin qui appositamente trascurato un gigante dell’arte, amato e odiato nel contempo per le sue eclettiche capacità di riuscita in tutto quel che toccava, quasi un re Mida: Pablo Picasso.

Scultore costui? Direi di sì, a piena ragione. Curioso com’era, Picasso ha di certo visto il Museo Rodin di rue Varenne a Parigi. E ha di certo potuto notare la composizione di Rodin, dedicata all’ex amante e collega Camille Claudel, con l’avambraccio attaccato alla testa.

Introiettando questa modalità moderna, tipica del collage, qui però scultoreo. E in una di queste sue prove scultoree, Tête de Femme, del 1931, usa la stessa modalità compositiva: passa dal tutto tondo alla Maillol, vedi il Buste de Femme (1931) dedicato ad Apollinaire, al “montaggio” dei “pezzi” collegati a una visione surreale.

Egli scriverà teatro alla maniera surrealista. E tramite questa pratica viene acquisendo il seme di una scultura non più monumento, non più essenza di espressione esistenziale in sé, bensì munita di un’ironia che rompe col buon gusto della visione formale, creando così un’attenzione morbosa verso la banalizzazione dell’opera considerata oramai “cosa” normale, o “cosa” da tutti i giorni.

Da qui inizia la fine della scultura intesa tradizionalmente: dalla sua facilità esecutiva, dalla sua formazione per scelta, come vedremo, di materiali selezionati del vivere quotidiano, come ceste di vimini, automobiline ecc. Da ciò deriva la perdita dell’aura statuaria che a sua volta implicava la scultura monumentale e la concezione del canone greco.

Semplificazione, movimento e destrutturazione nella scultura picassiana

Picasso guarda alla “negritudine” e alla semplificazione geometrica. Come Boccioni, tende a muovere la scultura, ma mentre il primo invade lo spazio, Picasso destruttura l’opera e la rimonta in un blocco diverso linguisticamente.

Si guardi a Bouteille de Bass (1914) e a Bouteille d’anis del Mono (1915): qui, al contrario di Linee e forze di una bottiglia (1912) di Boccioni che si allarga allo spazio d’intorno, in Picasso resta un blocco cubista fisso, pure se scomposto.

Semmai è in Violon (1915) e in Verre et paquet de tabac (1921) che egli muove un attacco dissacratore alla scultura in quanto nella didascalia ci rende edotti sui materiali, non più bronzi e marmi, elementi nobili, bensì lamiera tagliata, piegata e verniciata! Qui siamo alla carrozzeria!

Inoltre l’appiattimento, lo schiacciamento che queste due opere subiscono, daranno adito poi a Carl Andre, artista americano, di “smontare” la scultura da oggetto a piano geometrico, quasi fosse una scatola qualsiasi che un bambino o un adulto si divertano a scollare e rendere piana come una superficie geometrica disegnata su un pavimento, vedi Untitled (1958-63).

Carl Andre porta a compimento l’azzeramento della scultura quale volume per stenderla su di un piano minimalista e concettuale in cui, nel nostro camminarvi sopra, è da ricostruire l’immagine del volume.

Il germe di questa tabula rasa è già in Picasso e proseguirà nella sua destrutturazione della scultura con Guitare del 1924, a cui aggiungerà oltre alla lamiera una scatola di latta, mentre in Figure del 1931, progetto per un monumento al poeta amico Apollinaire, userà fil di ferro e lamiera. Userà pure ceste di vimini per le pance delle sue Capre, automobiline per costruire i musi dei suoi animali.

La leggerezza come rivoluzione: verso Melotti e oltre

Insomma, la “leggerezza” della scultura qui introdotta informerà probabilmente il nostro Fausto Melotti.

Picasso in altre due sculture, dal titolo anch’esse di Figure, del 1931 e del 1935, userà fil di ferro con barre metalliche nella prima, mentre nella seconda userà dei mestoli combinati con spago, legno e chiodi, arrivando all’apice dell’annientamento scultoreo combinando due semplici elementi di bicicletta: un manubrio posto sopra un sellino di cuoio, dando così vita a una immaginifica Tête de Taureau (1942).

Dalla mente combinatoria di Picasso alla nascita della scultura moderna

Da questo artista onnivoro, dalla mente combinatoria e surreale già cubista, nasce la scultura moderna che, mentre da noi in Europa si ripiega su se stessa fino a scarnirsi con Giacometti, in America godrà di grande fortuna aprendo a correnti contemporanee come il Minimalismo e il Concettuale.

Se con Alexander Calder ciò che era pesante in scultura si renderà leggero, pure volatile, e girevole come in una giostra di parti sospese in un equilibrio atmosferico, David Smith, Mark di Suvero porteranno avanti nelle loro travi in ferro l’idea di una scultura astratta che ci sorprenderà, poi, in volute curvilinee nella scultura di Bernar Venet, già concettuale, per la Francia, e di Richard Deacon per l’Inghilterra.

Il caso di Louise Nevelson, scultrice astratta con i suoi cunei di legno che formano a volte composizioni su un piano, rende l’idea scultorea al femminile quale tessuto giocoso e femminino.

Scultura morbida, ambientale e performativa nel secondo Novecento

Claes Oldenburg e George Segal renderanno morbida e vuota la scultura, con la riproduzione Pop degli oggetti in gomma e lattice da parte di Oldenburg, mentre George Segal la gonfierà di vuoto con i calchi in gesso di figure umane.

Se Kurt Schwitters con i suoi Merz Bau si era costruito una caverna in cui ripararsi, Christo e Jeanne Claude nasconderanno l’evidenza del monumento ricoprendolo, per darci l’idea del monumento-paesaggio da riscoprire. Jean Tinguely dalla Francia porterà le sue “macchine inutili” che tramite il movimento propongono l’idea di una scultura macchinica senza fine di per se stessa.

Così la sua compagna Niki de Saint Phalle, con le sue bambole gonfie e ludiche che ripropongono una scultura alla Maillol quale “macchina” dei nostri desideri. Famosa la sua scultura del corpo femminile in cui si entrava dalla parte genitale Hon/Elle (1966).

Minimalismo, Land Art e la radicalità politica della nuova scultura

Richard Serra con Bob Morris, minimalisti per logica, sceglieranno l’uno il ferro con i suoi tortuosi percorsi e l’altro il feltro per le sue morbide costruzioni, recuperando il concetto del “duro” e del “molle”, concetti cari a Salvador Dalí e al suo pensiero critico paranoico.

Tony Cragg e Richard Long, inglesi, muovono dall’idea della Land Art. Long con percorsi di pietra che ci legano alla terra. Cragg, usando oggetti di scarto, ricostruisce composizioni contenenti altri oggetti, come in un’esplosione nella quale si tenta la ri-costruzione dell’oggetto esploso.

Dennis Oppenheim, americano con inizi di Land Art, muoverà verso un “non senso” in scultura, cioè verso una tensione della costruzione psicofisica della scultura che avrà fine, più che valore, all’atto della conclusione decisa dall’artista.

Qui la scultura assume una radicalità politica che porta in sé la decisione ultima al di là di chi la guarda, anzi, esclude lo spettatore; egli pone la scultura come elemento abreativo di frattura psichica.

Gilbert & George, inglesi anche se uno è di origine italiana, assumono pose dialettiche nelle loro performance, dove uno di fronte all’altro, vestiti alla stessa maniera, a volte con viso e mani dipinti con colorazioni bronzee, fingono di essere scultura, rimandando all’inganno del corpo la fluttuazione mentale dell’immagine.

Pure loro assumono su se stessi la fine della scultura come mezzo sociale, o come mezzo di scambio culturale, o di monumento sostitutivo. Si pensi ai monumenti ai caduti delle guerre che ornano le piazze del mondo.

La possibilità di una rinascita: nuove vie per la scultura europea contemporanea

C’è una speranza che la scultura ritorni al di là delle nuove figurazioni alla Giuliano Vangi o alla Peter Demetz, che tendono a rinnovare la “tradizione” italiana?

Credo di sì, pensando all’opera umanamente complessa di Giulia Cenci e della belga Berlinde De Bruyckere. La rinascita sembra essere comunque europea, grazie a uno sciamano dell’arte, Joseph Beuys, tedesco per nascita, ma rinato dopo la salvezza fisica avvenuta nella Seconda guerra mondiale: caduto in Crimea con l’aereo, uno Stuka, dove era mitragliere, moribondo, fu salvato da nomadi tartari che lo cosparsero di grasso animale e poi lo coprirono di feltro; ciò gli salvò la vita e questi due materiali entrarono a far parte della sua arte.

Ed è sua l’idea di “scultura sociale”, in cui Beuys si serve di materiali invisibili quali parole, gesti, suoni, e comportamenti, al fine di attuare una nuova relazione tra esseri umani, in grado di innestare riflessioni e accendere la creatività.

Joseph Beuys e la scultura sociale: verso un’arte relazionale

Come scrive Harald Szeemann, “le sue sculture non sono infatti visualmente concepibili, si possono comprendere solo con l’intuizione, sono organi sensoriali del tutto diversi; nella sua scultura ci sono categorie mai esistite prima”.

Di fatto Beuys riteneva che le sue lezioni fossero delle sculture, in quanto con le parole incideva l’anima e il pensiero dell’ascoltatore. Non è questa l’ultima “invenzione” della critica? E cioè l’Arte Relazionale, un’arte fatta di parole, gesti e comunicazioni corporali che ci coinvolgono tutti, democraticamente?!