L’effetto Beeple ha dato fuoco alle polveri e per poco meno di un anno criptogattini, scimmiette annoiate, koala intelligenti, indiani metropolitani o punk demodé sono stati scambiati a cifre milionarie sulle piattaforme specializzate e nelle vendite all’asta, dove in molti hanno gridato al miracolo convinti di aver individuato l’arte del futuro. A scatenare l’euforia è stato un armamentario fondamentalmente vintage con un’iconografia che fa riferimento all’immaginario dei videogiochi e delle animazioni televisive, dai Pokémon ai Minions, con la peculiarità di essere garantiti dalla tecnologia blockchain (letteralmente catena di blocchi) che rende il bene unico, rintracciabile e verificabile, caratteristiche che in precedenza l’arte digitale non aveva. Una novità cavalcata con abilità dalla speculazione e da un marketing sofisticato (star come Paris Hilton, Justin Bieber, Gwyneth Paltrow sono state pagate in maniera occulta per pubblicizzare gli NFT) che nulla c’entra con l’innovazione estetica.
Ma è stata proprio la facilità di veicolare un prodotto seriale, comprensibile a tutti, ad aver provocato effetti dirompenti attirando i millennials e i fondi d’investimento che avevano fatto fortuna con le criptovalute difficilmente spendibili in altri settori. In poco tempo si è assistito a una serie di aggiudicazioni sorprendenti e il 9 settembre 2021 in un’asta online di Sotheby’s 101 Bored ape yacht club, un insieme di 101 scimmiette create dalla società Yuga Labs, ha cambiato proprietario per 24,9 milioni di dollari e il 26 ottobre sempre da Sotheby’s una sola scimmietta con il fischietto in bocca e il cappellino a forma di elica ha fatto fermare il martello del banditore a 3,4 milioni di dollari. Stesso copione per i Cryptopunks creati quasi per gioco da Larva Labs, l’azienda dei due informatici canadesi John Watkinson e Matt Hall, che nel 2017 li distribuiva gratuitamente a chi apriva un conto in ethereum. Ebbene, l’11 maggio 2021 da Christie’s a New York 9 Cryptopunks ha cambiato proprietario per 16,9 milioni di dollari e un mese dopo da Sotheby’s a New York un solo Cryptopunk si è imposto per 11,7 milioni di dollari.
Ma che la pacchia stesse per finire è apparso evidente il 23 febbraio 2022 quando Sotheby’s a New York è stata costretta a ritirare pochi istanti prima dell’asta una collezione di 104 Cryptopunks, valutata 20/30 milioni di dollari, per assenza di compratori. Da lì è iniziata la disfatta, con gli NFT che sono scesi a rotta di collo e ciò che pochi mesi prima veniva scambiato a cifre iperboliche non trovava più alcun compratore, ricordando la bolla dei tulipani nell’Olanda del Seicento.
Un Meebit (serie di personaggi dove s’incrociano lego e pixel prodotti da Larva Labs) che veniva scambiato a 500mila euro, in una vendita parigina organizzata il 10 marzo 2022 dalla casa d’asta Fauve non è andato oltre i 10mila euro; nonostante i ribassi l’11 novembre 2022 l’asta online di Sotheby’s è riuscita a inanellare ben cinque invenduti tra le scimmiette che facevano faville, non trovando nessuno disposto a intervenire nemmeno a 80mila euro rispetto a un listino dove sino a qualche tempo prima comparivano a 600mila euro.
Un tracollo generalizzato che ha coinvolto anche gli Hackatao, il duo artistico italiano più famoso, nato dalla collaborazione tra Sergio Scalet e Nadia Squarci. Dopo aver toccato il 26 ottobre 2021 i 500mila dollari da Sotheby’s, il 3 dicembre 2022 un file digitale della serie Queens and Kings è rimasto invenduto a 500 euro durante la vendita di Lempertz a Colonia. Insomma, nel 2022 il mercato dell’arte è stato coinvolto da quello che si potrebbe definire come il più clamoroso flop finanziario della sua storia. Le cause sono molte. In primo luogo aver confuso il mezzo con il fine scambiando un sofisticato sistema tecnologico con un movimento artistico.
Un altro equivoco è stato il legame indissolubile tra gli NFT e l’andamento delle criptovalute, che prima della Caporetto (nel 2022 hanno perso quasi due terzi del loro valore e il fallimento di Ftx, la piattaforma di criptovalute, ha coinvolto oltre un milione d’investitori) avevano raggiunto i massimi nel novembre 2021, facilitando gli scambi a chi era intervenuto sul mercato alla fine del 2020, quando i valori delle cripto erano infinitamente più bassi: «Gli NFT venivano acquistati con i soldi del Monopoli e appariva quanto mai agevole speculare quando la cifra spesa in partenza era insignificante», spiega Giacomo Nicolella Maschietti, specializzato nel mercato dell’arte digitale. Non va poi dimenticato che gli NFT hanno promesso l’unicità rispetto a un sistema che, attraverso algoritmi generativi, ha prodotto un numero infinito di opere: solo i Cryptopunks sono 10mila. Piuttosto problematico anche un altro caposaldo come la provenienza, se si considera che gran parte degli acquirenti opera in anonimato o con nomi di fantasia.
Anche il mito della disintermediazione ha dimostrato tutti i suoi limiti. Da un lato il sistema ha immediatamente preso le contromisure (Christie’s e Sotheby’s hanno realizzato le loro piattaforme) e dall’altra l’apparente libertà di agire si è rivelato un boomerang dal momento che è mancata qualsiasi forma di garanzia e hackerare i portafogli virtuali facendo sparire il bottino si è dimostrato assai più semplice del previsto. Si è schiantata in breve tempo anche l’utopia che tutti potessero diventare artisti, dai programmatori ai grafici sino ai game designer. I follower comunque possono stare certi che gli NFT non spariranno anche tenendo conto delle loro infinite applicazioni. Ma l’illusione di diventare milionari con un solo click è finita per sempre.
«Tutti quanti in fondo vogliamo sentirci raccontare bugie: ci piacciono le favole e i sogni», afferma Jake Moore in Wall Street. Il denaro non dorme mai. E gli NFT sono stati un sogno per pochi e un incubo per molti.
Questo approfondimento è tratto dal n. 594 di Arte. La rivista di arte, cultura e informazione è acquistabile in edicola o qui.
Cordiale, espansiva, per nulla snob. Con qualche ruga di troppo. La signora delle fiere è giunta alla soglia dei cinquant’anni e non intende affatto nascondere la sua età. Intorno a lei è cresciuto il collezionismo italiano che ai tempi guardava con sospetto Lucio Fontana preferendogli di gran lunga Massimo Campigli e Arturo Tosi. Era stata appena superata la crisi petrolifera che Maurizio Mazzotti, un dirigente particolarmente illuminato, inventava Arte Fiera Bologna con l’appoggio di alcune gallerie della città tra cui De’ Foscherari e Forni. In quell’edizione, che si svolse dal 5 al 16 giugno 1974 nell’ambito della Fiera Campionaria, esponevano in dieci ma apparvero subito evidenti le potenzialità di quella formula che posizionava il capoluogo emiliano all’avanguardia. Allora in Europa esistevano solo altre due mostre-mercato di arte moderna contemporanea, a Colonia e a Basilea, nate rispettivamente nel 1967 e 1970. L’Italia era molto allettante soprattutto per le gallerie newyorkesi e alla fine degli anni Settanta a Bologna hanno esposto Leo Castelli, Ileana Sonnabend, Sidney Janis e John Weber:
«Potrebbe apparire fantascienza», ricorda Silvia Evangelisti che dopo una lunga consulenza dal 2004 al 2012 ha diretto Arte Fiera, «ma quello nato nella città delle Due Torri era un modello che faceva scuola anche all’estero, nelle mostre-mercato che oggi ci sembrano irraggiungibili. A Bologna, per esempio, nel 1980 è nata la sezione Sistina per l’arte con un padiglione destinato a ospitare le opere fuori scala in base a una formula imitata successivamente da Unlimited di Art Basel. È stata poi la Fiera a finanziare, dal 1977 al 1982, le Settimane delle performance, iniziativa curata da Renato Barilli che ha coinvolto, tra gli altri, Marina Abramovic, Laurie Anderson, Fabio Mauri Luigi Ontani e Hermann Nitsch».
Durante il “regno” di Silvia Evangelisti Arte Fiera era ancora in testa alle preferenze dei galleristi italiani e stranieri nonostante la concorrenza della milanese Miart. Poi la situazione è radicalmente cambiata. In seguito a una serie di edizioni contrastate e al crescente appeal della kermesse meneghina, favorita nel 2015 dall’Expo, Bologna ha ridotto il suo raggio d’azione anche se, come dimostra Arte Fiera 2023 in programma dal 3 al 5 febbraio, rimane inalterato l’obiettivo di occupare una posizione di primo piano nell’ambito del mercato nazionale:
«In un sistema globalizzato, l’evento bolognese con i suoi 141 espositori rappresenta il luogo ideale per valorizzare il made in Italy. La manifestazione è in grado di monitorare con precisione l’arte, spesso ancora sottovalutata, del nostro Paese in un contesto che spazia da Giorgio de Chirico a Marinella Senatore, offrendo anche agli stranieri un palinsesto che altrove non possono trovare», spiega il direttore artistico Simone Menegoi, affiancato per la prima volta, con il ruolo di managing director, da Enea Righi, celebre collezionista bolognese che possiede oltre mille opere di artisti come Francis Alÿs, Mona Hatoum, Kiki Smith, Roni Horn, Marlene Dumas, Mario Schifano e Alighiero Boetti. A lui, per molti anni ai vertici di importanti gruppi aziendali del settore sanitario, è stato affidato il compito di migliorare i servizi della Fiera rendendola più elegante e ospitale (la ristorazione è gestita dallo chef Massimiliano Poggi) in modo che, come dicono i manuali del marketing, si possa provare una “visitor experience”.
Se il maquillage appare necessario, la caratteristica peculiare della manifestazione è quella di rappresentare un punto di riferimento per la piccola e media impresa e per una buona fetta della borghesia spesso invisibile, che non frequenta i salotti buoni, allergica a opening e serate vip: «È il mondo di mezzo lo zoccolo duro della kermesse, che ha un ampio consenso anche nell’Italia centro meridionale», spiega Righi, convinto che il riposizionamento debba passare attraverso la rinnovata fiducia di quel collezionismo diffuso, interessato più all’investimento che al glamour.
E a Bologna le opportunità di realizzare buoni affari non mancano in un contesto differenziato, dove, accanto ai classici, merita di essere seguito con attenzione il focus sulla pittura: 15 gallerie propongono a partire da 2-3 mila euro nuovi talenti di un genere tornato di grande attualità.