Parallelamente, Fattori riesce a sviluppare un’attenzione a un realismo sociale che mira a rappresentare anche le classi più umili, la durezza della vita quotidiana e del lavoro, un mondo senza filtri e senza idealizzazioni, che comprende anche i soldati e le loro battaglie, le speranze disilluse e la fatica.
Opere come L’aratura e Battitori a correggiato diventano metafora di resilienza e coraggio, oltre che di resistenza, nei gesti lenti e ripetuti, con ritmo quasi cadenzato, sotto una luce accecante, come allegoria di un’intera classe sociale.
A differenza dei suoi contemporanei, che idealizzano la vita agreste, Fattori restituisce la durezza e la dignità silenziosa, con una pennellata materica che sembra incorporare la polvere dei campi. Ma, oltre ai soggetti, ad attirare l’attenzione è ancora una volta il linguaggio visivo, che rifiuta ogni mera rappresentazione per farsi veicolo emozionale.
Nella fase matura della sua produzione Fattori opera una significativa evoluzione cromatica, emancipandosi progressivamente dalla gamma dei caldi toni ocra che aveva caratterizzato opere precedenti. Questa transizione si manifesta con particolare evidenza nella serie delle marine e nei paesaggi degli ultimi anni, dimostrando come la sua ricerca non si sia mai cristallizzata in formule definitive, ma abbia mantenuto un carattere sperimentale.
Oggi, a distanza di un secolo dalla nascita, l’eredità di Fattori risuona con forza nell’arte e nel linguaggio visivo contemporaneo, emergendo come fondamentale esponente di un rinnovamento della pittura italiana tra due secoli.
La sua lezione dimostra che le vere rivoluzioni artistiche nascono dall’ibridazione, da una capacità sincretica e un’attitudine a guardare oltre i confini del proprio tempo.
Una rilettura critica della produzione di Fattori rivela un artista rivoluzionario, cantore della modernità e costruttore di immagini, che, pur profondamente radicato nel contesto post-risorgimentale, trascende i limiti temporali e geografici della sua epoca.
La sua vita, sospesa tra sperimentazioni e difficoltà economiche, tra lutti familiari e mancati riconoscimenti, ma anche tra aggregazioni e scambi creativi con amici e colleghi e rinnovati slanci, e, ancora, percorsa da tanta solitudine e malinconia negli ultimi anni, riflette la complessità di un artista che ha avuto il coraggio di osare, abbandonando la pittura accademica di gusto romantico grazie ai consigli del collega Nino Costa.
Da questo incontro, come riporta Fattori stesso nella sua biografia del 1906, ebbe inizio una nuova stagione artistica, il primo vero inizio: perché nella sua esistenza, come nella sua arte, a ogni fine seguì sempre un nuovo principio.
Guardando allo sviluppo della scultura europea moderna, bisogna partire dalla vicina Francia a fine Ottocento.
Qui operano Émile-Antoine Bourdelle, Aristide Maillol, e Auguste Rodin. Bourdelle è il più espressionista, mentre Maillol è il più giocoso, pieno di rotondità della carne da farne un piacere per gli occhi; Rodin, detto il Michelangelo francese, è il più grande. La Porta dell’Inferno ne è la summa, ma la sua scultura più potente è quella che raffigura Balzac. Dopo averlo ritratto, più volte, nella sua forma panciuta con mani davanti e dietro e non esserne soddisfatto, ha l’intuizione di chiudere questo corpo dentro una vestaglia che tocca terra e ne fa una piramide con piantato in cima un testone capelluto che diventa un gigante.
Si ritiene, però, che sia debitore per i suoi marmi alla grande scultrice Camille Claudel, sua amante, poi dimenticata per trent’anni in manicomio. Credo che il ricordo di lei lo abbia perseguitato a tal punto che egli lascia una scultura composta dal calco del viso di Camille, al cui fianco è attaccato il calco di una mano. Una composizione strana per l’epoca, che ricorda un assemblaggio moderno dal sapore surreale dove, eliminato il corpo, restano il gesto e il sorriso della scultura.
Ed è in questa Parigi, del primo Novecento, che si addiviene a una nuova concezione del ritratto, proprio grazie a questa scultura di Rodin. Picasso, Modigliani, Soutine, Matisse ne sono la testimonianza.
Poco dopo un rumeno, dentro una baracca nel cuore di Parigi, liscia i suoi lavori rendendoli astratti e inventa la “colonna infinita” che ricorda le colonne lignee delle chiese rumene dove è cresciuto e da dove proviene: Constantin Brâncusi, amico del pittore e scultore italiano Amedeo Modigliani. È uno strano intreccio quello della scultura fra le due guerre e Parigi ne è il centro.
Si intersecano esiti del Cubismo, del Futurismo, del Costruttivismo russo e del Dadaismo che si incrociano col Razionalismo De Stijl, e del Vorticismo, con scambi di esperienze di uso delle tecniche e soprattutto di fusioni estetiche.
Il Cubismo diventa Cubo-Futurismo e vede il Futurismo esplicitarsi in Inghilterra nel Vorticismo, grazie a Ezra Pound, con Jacob Epstein e David Bomberg, ma pure con il francese Henri Gaudier-Brzeska.
Nel 2009 l’opera è stata battuta in un’asta di Sotheby’s. Il grande successo ottenuto con Dante spinse l’artista francese a cimentarsi con qualcosa di ancora più grande: nel 1864 iniziò ad illustrare, non senza qualche polemica, la Sacra Bibbia con duecentoquarantuno immagini.
È lungo l’elenco delle opere letterarie curate da Doré. Fu un artista prolifico ed esercitò la sua egemonia culturale e intellettuale attraverso le illustrazioni di grandi opere. Grazie alla sua visione di quello che doveva essere la fruizione culturale dell’immagine legata al testo letterario, Doré contribuì in prima persona alla divulgazione in Europa delle grandi opere narrative, dimostrando tutta la potenza simbolica delle immagini.
A Parigi operano gli scultori cubisti Jacques Lipchitz e Alexander Archipenko, ucraino, che dopo studi ed esposizioni in Russia si ferma a Parigi.
Nelle opere dei fratelli Anton Pevsner e Naum Gabo, firmatari del Manifesto Realista a Mosca con Malevicˇ e Kandinskij, trova senso l’impiego di materiali innovatori che si diffonderanno negli anni Venti: metalli e plexiglas per le loro sculture.
Non lontani dalle sculture-progetto di Vladimir Tatlin, e dagli assemblage di œvan Puni (origine italiana), animatori del Costruttivismo russo che ha propaggini fin dentro al Bauhaus con Kandinskij. Quindi Parigi, Roma, Weimar sono il crogiolo della scultura europea.
Fra gli italiani a Parigi il nostro Medardo Rosso è in parallelo con gli impressionisti e si misura con Rodin, che non lo ama; ciò nonostante, la sua è una scultura della luce, non della forza, e pure il materiale che spesso usa è legato alla grazia della mano e della luce, essendo cera! Parigi nel 1915 vede una mostra di scultura futurista di un italiano già noto nel milieu parigino: Umberto Boccioni.
Di questa mostra di cui si favoleggia non sono rimaste che due sculture: Forme uniche della continuità nello spazio (1913) e Linee e forze di una bottiglia (1912). Se la prima può essere “confusa” con una scultura cubista, in quanto gira attorno alla figura umana che cammina, è nella seconda che la scultura fa un salto di qualità quando si espande e si allarga verso la periferia dello spazio in maniera centrifuga.
Qui la scultura apre al mondo scultoreo una nuova dimensione che d’ora in poi non sarà più monumentale, ma fatta di “linee forza” che si espandono fino a occupare lo spazio circostante.
Nel 1915 Boccioni farà un’opera sorprendente: Dinamismo di un cavallo in corsa+Case, ora al museo Guggenheim di Venezia. Qui l’artista usa legno, lamiera di metallo, viti e colore.
Ciò apre un mondo nuovo alla scultura che Picasso, come vedremo, approccerà in maniera spregiudicata, conducendo la scultura verso il suo “non senso”.
Fra le due guerre mondiali un altro italiano renderà grande la scultura: Arturo Martini che, seppur espressionista, stira i corpi in posizioni strane e li sottrae alla dinamica della fisicità per sottometterli alla visione psicologica dell’inconscio.
Il Cubo Futurismo lascerà propaggini e troverà legami artistici pure nel dopoguerra. Gli anni Cinquanta saranno fertili per l’arte europea: Esistenzialismo e Informale saranno nutrimento per gli artisti.
Eduardo Chillida in Spagna comporrà opere “nodali” con ferri e marmi, a volte con intrecci di materiali luminosi come l’onice.
O l’austriaco Fritz Wotruba, con la sua scultura fatta di comparti geometrici. Henry Moore troverà nelle sagome dei dormienti nella metropolitana londinese, durante i bombardamenti tedeschi, le linee per una scultura fatta di ricordi del corpo umano sempre liscio e in contorsioni surreali.
Da noi, in Italia, Pericle Fazzini, Francesco Messina, Marino Marini e Giacomo Manzù riprenderanno il ripensamento del corpo umano e della sua bellezza, mentre Lucio Fontana, dopo una fase figurativa, al rientro dall’Argentina, si allontanerà dedicandosi alle Strutture al neon.