Universalmente riconosciuto come l’illustratore per antonomasia della Divina Commedia, Gustave Doré è l’autore di una delle opere artistiche più complete a corollario dello scritto dantesco.
Originario di Strasburgo, nel 1847, a soli quindici anni, pubblica la sua prima opera Le travaux d’Hercule, in cui si evidenzia la sua incredibile capacità di illustratore. Sarà proprio questa attività a consegnarlo alla fama. Tra il 1848 e il 1854 lavora come caricaturista e incisore per il Journal pour rire, la famosa pubblicazione illustrata di stampo umorista nata in Francia alla metà dell’Ottocento. Nello stesso periodo realizza anche diverse raccolte litografiche.
Nel 1855 l’artista francese inizia a pensare alla possibilità di illustrare l’opera di Dante. È un’impresa enorme, ma Doré, appassionato e grande conoscitore della Divina Commedia, non si lascia scoraggiare dalla complessità del progetto. Dante con la sua opera aveva raggiunto la notorietà in Francia quasi esclusivamente con l’Inferno. In seguito, grazie ad una serie di prestigiose traduzioni, l’interesse del pubblico e degli studiosi si estese anche al Purgatorio e al Paradiso. Lo stesso Doré volle iniziare proprio dall’Inferno il suo ciclo di illustrazioni.
Nonostante il grande successo letterario di Dante Oltralpe, Doré faticò a trovare un editore pronto a sposare il progetto, tant’è vero che lo stesso artista fu costretto a pagarsi la stampa del primo libro della serie pubblicato nel 1861. La stampa, con i suoi settantasei disegni, fu un enorme successo artistico e commerciale e la casa editrice Hachette si accaparrò i diritti per il Purgatorio e il Paradiso sempre con le illustrazioni di Gustave Doré, pubblicati poi nel 1868 in un unico volume.
La critica fu entusiasta del lavoro grafico che rispecchiava fedelmente le parole di Dante. Sembrava quasi che Doré e Dante comunicassero tra loro. La scelta artistica di Doré si collocava tra Romanticismo e Impressionismo, dando largo spazio alla raffigurazione dei paesaggi e dei protagonisti, senza tralasciare quegli importanti e vividi elementi di cultura popolare di cui è intrisa la Commedia.
Nel 1925 Roma inaugurava la sua prima Galleria d’Arte Moderna: un progetto civico nato per custodire e valorizzare la produzione artistica dell’Italia post‑unitaria e del primo Novecento. Oggi, a cento anni da quell’apertura, la GAM celebra il proprio Centenario con una grande esposizione che riunisce i capolavori della collezione permanente e ripercorre una storia lunga, complessa e sorprendentemente moderna.
La collezione nasce nel clima di rinnovamento artistico che, tra fine Ottocento e primo Novecento, porta alla definizione di nuovi linguaggi figurativi. Tra questi spicca anche il percorso del Naturalismo Moderno, fondamentale per comprendere molte delle opere oggi conservate in GAM.
La mostra “GAM 100 – Un secolo di Galleria Comunale 1925–2025” permette al pubblico di attraversare un secolo di ricerche artistiche, dalla stagione divisionista fino alle soglie dell’astrazione, con uno sguardo speciale sul ruolo che Roma ha avuto nel definire l’identità visiva del Novecento italiano.
La raccolta della GAM inizia ben prima dell’apertura ufficiale: già dal 1883 il Comune di Roma acquista opere contemporanee, con un impulso decisivo durante le mostre della Secessione (1913–1916) e nelle Biennali romane degli anni ’20. È in questo contesto che entrano in collezione artisti come Arturo Martini, Giacomo Balla, Gino Severini, Giorgio Morandi, Felice Casorati, Giorgio de Chirico, Mario Sironi e Antonio Donghi: una costellazione di personalità che ha definito la pluralità del modernismo italiano.
La sede attuale, nel convento di San Giuseppe a Capo le Case, è operativa dal 1995 e restituisce la dimensione intima e museografica ideale per accogliere un percorso in cui pittura, scultura e arti applicate dialogano senza gerarchie.
La mostra del Centenario ripropone alcune delle opere più emblematiche della GAM, rilette alla luce del loro significato storico.
Giacomo Balla, Il dubbio (1907–1908)
Un ritratto della moglie Elisa in una posa vibrante, quasi cinema ante litteram: la luce radente e il taglio diagonale anticipano le inquietudini che condurranno l’artista al Futurismo.
Massimo Campigli, Le spose dei marinai (1934)
Corpi ad anfora sospesi in un tempo arcaico: l’artista rielabora la fascinazione per l’arte etrusca in una sintesi di classicità e modernità.
Giorgio de Chirico, Combattimento di gladiatori (1933–34)
Una nuova declinazione della Metafisica: teatro silenzioso, sculture viventi, una Roma sospesa tra memoria e scena.
Giorgio Morandi, Natura morta (1932)
Pochi oggetti, infinite variazioni. È la pittura della concentrazione assoluta, della forma che diventa tempo.
Felice Casorati, Susanna (Conversazione platonica) (1929)
Una figura che riflette, più che apparire: il Realismo Magico nella sua dimensione più filosofica.
Giulio Turcato, Comizio (1949–50)
La tensione civile del dopoguerra si traduce in una composizione che fonde astrazione, impegno politico e leggerezza formale.
Dopo la lettura dei grandi maestri del Novecento, la collezione della GAM restituisce anche il valore della ricerca plastica del secolo.
Tra i protagonisti del nucleo plastico figurano anche Martini e Manzù, fondamentali per capire l’evoluzione della scultura italiana del Novecento.
Il Centenario non è una semplice ricognizione storica: è un invito a riconsiderare la GAM come una lente privilegiata sul rapporto tra Roma e la modernità. La città, tradizionalmente percepita come “classica”, nel corso del Novecento diventa invece un laboratorio di sperimentazioni, dal Divisionismo alle avanguardie, dalle poetiche razionaliste al Realismo Magico, fino alle prime ricerche astratte.
La mostra mette in luce proprio questo dialogo continuo tra tradizione e ricerca, tra il mito della Roma eterna e l’incertezza del mondo moderno.
GAM – Galleria d’Arte Moderna di Roma
Mostra: GAM 100 – Un secolo di Galleria Comunale 1925–2025
Dal 20 dicembre 2025 all'11 ottobre 2026
Marina Abramović (Belgrado, 1946) è tra le figure più influenti dell’arte contemporanea. Con un lavoro lungo oltre cinque decenni, ha trasformato il corpo in strumento e soggetto, il tempo in materiale, la presenza in linguaggio. Dalle azioni estreme degli esordi alle re‑performance con nuovi interpreti, il suo percorso ha segnato la storia della performance art, influenzando generazioni di artisti e la percezione stessa dell’esperienza museale.
- Nata: 1946, Belgrado
- Medium: performance, video, installazioni, scultura, disegni, fotografia
- Temi chiave: limite fisico/psichico, relazione artista‑spettatore, memoria, rituale, tempo, resilienza
- Riconoscimenti: Leone d’Oro (Biennale di Venezia, 1997), grandi retrospettive internazionali (MoMA, Royal Academy), centralità nel dibattito sull’arte del XX–XXI secolo