Una delle illustrazioni di Salvador Dalì per la Divina Commedia
Credits: Banco Central do Brasil on Flickr

La Divina Commedia nell'arte dal 1400 ad oggi

di Claudia Trafficante
Il viaggio di Dante
Le miniature
Botticelli
Federico Zuccari
John Flaxman
William Blake
Gustave Doré
Salvador Dalì

Un viaggio fra gli artisti e le opere che hanno creato l'immaginario Dantesco

Il mistero che aleggia intorno alla stesura della Comedìa, questo il titolo originale dell’opera, ha creato, attraverso i secoli, un alone leggendario sul lavoro dantesco. Molte le ipotesi sulle date di una prima stesura, ma ad oggi le più probabili restano il 1304 o il biennio 1306-1307 proprio a ridosso della conclusione del De vulgari eloquentia e del Convivio, vale a dire durante l’esilio dello stesso Dante. La struttura della Commedia, come è noto, è divisa in tre cantiche: Inferno, Purgatorio e Paradiso. La cronologia ad oggi non è chiara, ma l’ipotesi più certa è che il Paradiso sia stato concluso poco prima della sua morte, avvenuta nel 1321 a Ravenna. Ogni cantica, eccezion fatta per la prima, che ne contiene trentaquattro, è formata da trentatré canti. La prima apparizione del testo avvenne nel 1555 a cura di Ludovico Dolce.

Il viaggio di Dante

Durante l’Equinozio di primavera, la notte tra il 7 e l’8 aprile del 1300, Dante inizia un viaggio attraverso i tre Regni dell’Aldilà. Passa così un giorno e una notte ad attraversare l’Inferno, una notte e un giorno per arrivare in Purgatorio e tre notti e tre giorni e mezzo per lasciare il centro della Terra. Infine, un giorno intero per visitare il Paradiso. Ad accompagnarlo in questo viaggio due figure essenziali: Virgilio, durante l’Inferno e il Purgatorio, e Beatrice, la donna amata, nel Paradiso. La scelta di queste due figure è iconica. Rappresenta il motivo della Commedia, il sacro e il profano che sono parte integrante della vita dell’uomo, la cultura e la passione, la ragione e il sentimento. L’intento dell’autore, almeno secondo quanto si evince dalla missiva a Cangrande della Scala, è di voler [...] «allontanare coloro che vivono in questo mondo dallo stato di miseria e condurli a uno stato di felicità». L’epistola, come è noto, ha da sempre suscitato i dubbi degli storici riguardo la sua autenticità, ma proprio queste controversie ci mostrano i limiti della società in cui Dante partorisce la sua opera omnia.

L’idea del raggiungimento della felicità ([...] perducere ad statum felicitatis) è parte integrante del modus vivendi di una realtà politica e sociale strattonata fra interessi economici e religione. La felicità di cui parlerebbe Dante, che si fa guida morale degli uomini sulla Terra, è lo strumento, il mezzo con cui si giunge alla redenzione. Natalino Sapegno, nell’introduzione all’edizione dell’opera edita da La Nuova Italia nel 1985, scrive a proposito del bisogno di ritrovare l’umana felicità:

«[...] significa per Dante chiarire e superare nella propria coscienza operando a redimere il “mondo che mal vive”, le ragioni dello “status miseriae”; implica cioè un’interpretazione polemica della situazione storica e una volontà operosa di intervenire in quella situazione per modificarla e riportarla sulla “diritta via” [...]».

Dante sente la necessità di ristabilire un ordine intellettuale, ma anche normativo, che per secoli aveva messo radici nella cultura degli uomini e che ora era a un passo dalla rovina. Egli sente di avere una missione: quella di salvare la cultura medioevale dal declino in cui versa irrimediabilmente. È un attento osservatore della società in cui vive e opera e vede nella scrittura, nella sua arte, il viatico della salvezza. Se osserviamo approfonditamente la struttura della Commedia, quello che salta all’occhio è la scelta stilistica: non un trattato di filosofia, ma una favola simbolica. Il viaggio allegorico di Dante deve persuadere gli uomini ad un ravvedimento, non tanto religioso quanto culturale, sociale e politico. L’operazione di Dante è complessa, ma decide, ancora prima degli innumerevoli artisti che nei secoli illustreranno la sua opera, di utilizzare immagini, allegorie, didascalie che conducono il lettore a un incredibile sforzo di immaginazione.

Le prime miniature sulla Divina Commedia

Verso la metà del XV secolo, presumibilmente tra il 1442 e il 1450, il re di Napoli, Alfonso d’Aragona detto il Magnanimo, commissionò a due artisti toscani, Priamo della Quercia e Giovanni Di Paolo, l’illustrazione della Divina Commedia con 115 miniature per 190 pagine. A Priamo della Quercia furono commissionate le illustrazioni dei capilettera di ciascuna cantica, oltre che delle miniature che si trovano al fondo delle pagine dell’Inferno e del Purgatorio. Di grande suggestione l’apertura dell’opera del Della Quercia: le figure di Dante e Virgilio sono rappresentate nel capolettera. Essi sono circondati da quattro figure che rappresentano le virtù cardinali: giustizia, prudenza, fortezza e temperanza. In fondo alla pagina, invece, campeggia lo stemma blasonato di Alfonso il Magnanimo su fondo oro.

A Giovanni Di Paolo, già noto per le sue opere di atmosfera onirica, furono commissionate le immagini iconiche del Paradiso in cui l’artista mette in risalto le figure di Dante e Beatrice. L’opera completa fu successivamente portata a Valencia durante l’esilio di Ferdinando d’Aragona. Il duca di Calabria morì nel 1550 senza eredi e il codice miniato venne ceduto al convento di San Miguel a Valencia. A inizio Novecento il manoscritto viene ritrovato a Madrid e da lì acquistato dal collezionista inglese Henry Yates Thompson. Alla sua morte, avvenuta nel 1928, l’opera fu donata dalla vedova alla British Library di Londra, dove tutt’oggi è conservata.

Prime raffigurazioni della Divina Commedia
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Dante e Beatrice raffigurati da Giovanni di Paolo nel Codice Miniato di Alfonso D'Aragona
Sandro Botticelli e i 100 disegni

A cavallo tra il 1480 e il 1495 Lorenzo di Pierfrancesco de’ Medici, detto il Popolano, già cugino di secondo grado di Lorenzo il Magnifico, commissionò a Sandro Botticelli cento disegni su pergamena di pecora relativi al viaggio dantesco. Nei suoi ambiziosi progetti c’era quello di illustrare una ricca edizione della Divina Commedia a cura del calligrafo Niccolò Mangona. Bisogna sottolineare che i caratteri mobili della stampa erano già in uso in Europa, ma miniaturisti, copisti e calligrafi erano ancora fortemente richiesti nelle corti per impreziosire le opere.

Il manoscritto era stato ideato per essere consultato dal basso verso l’alto. Ogni canto era contenuto orizzontalmente in una sola pagina, suddivisa in quattro colonne, scritto a penna e inchiostro. In ogni pagina manca il capolettera di ogni canto, perché era previsto che venisse miniato. Sono giunti a noi 92 disegni sui 100 commissionati.

Per cinque lunghi secoli questa immensa collezione è stata smembrata in due gruppi: otto disegni furono acquistati da Alessandro VIII nel 1669 e custoditi nella Biblioteca Apostolica Vaticana, mentre i restanti ottantaquattro si trovano presso il Kupferstichkabinett - Gabinetto di disegni e incisioni di Berlino.

Apre la raccolta La voragine infernale, probabilmente tra le opere più iconiche della serie, e l’unica di fatto completata dal maestro toscano. L’opera rappresenta l’Inferno come un imbuto in cui si alternano le figure dei dannati ad elementi architettonici. La scelta stilistica di Botticelli si incentra sul viaggio e non sui personaggi, ad eccezione di Dante e Virgilio che saranno i protagonisti delle prime due cantiche. Diversa sarà la situazione nel Paradiso: Dante e Beatrice vengono raffigurati da soli, quasi sempre uno di fronte all’altro, nell’atto di guardarsi negli occhi. La tecnica, molto accurata, prevedeva l’utilizzo della punta d’argento e dell’inchiostro.

Federico Zuccari e il manierismo dantesco

Durante un soggiorno in Spagna tra il 1586 e il 1588 Federico Zuccari, pittore di corte di re Filippo II, lavora all’impresa imponente di realizzare ottantotto disegni dedicati alla Commedia.

Zuccari, originario di S. Angelo in Vado, allora Ducato di Urbino, aveva vissuto e conosciuto la Commedia durante il periodo di studi a Firenze presso quell’Accademia delle Arti e del Disegno voluta da Michelangelo. È il 1565. Zuccari alloggia in casa di Andrea del Sarto, già maestro di grandi artisti come Pontormo. Il giovane Federico respira gli umori, l’arte e la bellezza di una Firenze rivoluzionaria. Quando inizia a lavorare sulle tavole per la Commedia è già un artista navigato, ha quarantasette anni e il desi- derio di far rivivere l’opera di Dante nelle sue tavole.

Gli ottantotto disegni costituiscono oggi il più imponente gruppo illustrativo su carta della Commedia. Nel 1738 l’opera fu acquisita dagli Uffizi tramite la donazione di Anna Maria Luisa de’ Medici. Da quel momento venne custodita nel Gabinetto dei Disegni e delle Stampe e fu esposta parzialmente al pubblico.

Il percorso illustrativo parte dall’Inferno per arrivare fino ai cieli del Paradiso. L’opera è caratterizzata da un importante dualismo tra parole e immagini. Il volume unico presenta a destra la parte illustrata e a sinistra la trascrizione dei versi del poema con un commento dello stesso Zuccari. Un’opera originale dunque, che oggi è stata digitalizzata interamente ed è fruibile a tutti tramite il sito del Museo della Galleria degli Uffizi.

Dante in Inghilterra: le illustrazioni
 della Divina Commedia di John Flaxman e William Blake

John Flaxman

Nato a York nel 1755, John Flaxman era noto negli ambienti culturali inglesi sia come disegnatore che come scultore, conosciuto soprattutto per i monumenti sepolcrali come la tomba dell’ammiraglio Horatio Nelson in St. Paul. Esponente del Neoclassicismo in Gran Bretagna, Flaxman soggiorna in Italia tra il 1787 e il 1794 con l’intento di lavorare su Omero, Eschilo, Esiodo e Dante.

Nel 1792 gli viene commissionata l’illustrazione della Commedia dal banchiere e scrittore britannico Thomas Hope. Flaxman lavora così a centoundici tavole in cui preferisce dare risalto alle figure, ai protagonisti dell’opera, mettendo in secondo piano l’ambiente in cui le scene si svolgono, sia sottolineando la natura spirituale del viaggio dantesco e sia fissando in modo indelebile il pathos di ogni scena. La serie fu incisa nel 1793 da Tommaso Piroli e pubblicata dapprima a Roma nel 1802, e successivamente a Londra nel 1807.

Dobbiamo sottolineare che il lavoro di Flaxman fu appassionato e preciso proprio per l’interesse personale che l’artista aveva nei confronti di Dante. Flaxman infatti era un esponente di quella corrente che nell’Inghilterra vittoriana veniva definita Gothic Revival. I suoi disegni per la Commedia sono infatti pieni di rimandi al Neogotico. I critici hanno negli anni rivelato una certa mancanza nelle illustrazioni della Commedia di Flaxman, soprattutto per quanto riguarda la cantica del Paradiso, in cui l’artista inglese si era limitato a rappresentare retoricamente personaggi e ambientazioni. Quello che invece è perfettamente riuscito è il Purgatorio, in cui le atmosfere si fanno più gotiche e dunque più affini agli interessi storico-artistici dello stesso Flaxman. Nonostante le critiche, la Commedia con le illustrazioni di Flaxman ebbe un grande successo in Italia, Francia ed Inghilterra e contribuì alla diffusione dell’opera di Dante in Europa.

La Divina Commedia di John Flaxman: Dante e Virgilio
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John Flaxman: Dante e Virgilio nel bosco dei suicidi, Canto XII dell'Inferno

William Blake

I lavori di William Blake per la Divina Commedia, invece, ebbero un taglio differente. Si va dagli schizzi a matita, fino agli acquerelli. Blake rispettò appieno i motivi dell’opera dantesca: dalle scene di sofferenza in cui si trovano le anime dei dannati, raccontate da ben settantadue disegni, fino alle immagini che riportano il lettore alle ambientazioni del Purgatorio, con 20 illustrazioni, e del Paradiso, di cui dipinse dieci tavole, per un totale di centodue opere meravigliosamente illustrate ad acquerello. In seguito, da queste illustrazioni, vennero incise sette tavole.

Blake non si limitò solo a dipingere il cammino dantesco, ma ne diede un’interpretazione personale in una sorta di avvicendamento tra artisti visionari. Blake interpretava il concetto di peccato come una manipolazione attuata dalla Chiesa cattolica per impedire i desideri degli uomini. La cieca obbedienza imposta dal codice morale cristiano si contrapponeva allo spirito della vita. Con Dante condivideva le convinzioni anti-materialiste e la certezza che la natura dell’uomo fosse adatta alla corruzione. William Blake era un cattolico convinto, insofferente avversario della Chiesa anglicana di Inghilterra. Due anni prima delle illustrazioni per la Divina Commedia, Blake si era cimentato, all’età di sessantacinque anni, con il Libro di Giobbe. Nel 1824 il pittore inglese John Linnell commissionò a Blake l’illustrazione dell’Inferno di Dante.

È un periodo di lunga inattività quello di Blake: è malato, insoddisfatto della vita, ma sempre fermamente convinto delle sue posizioni rivoluzionarie. L’artista inglese, influenzato, quasi ossessionato dall’attrazione per il Misticismo, aveva trovato in Dante e nella sua Commedia un posto sicuro in cui confrontarsi e mettere in pratica la sua esperienza ascetica. Durante la realizzazione delle tavole illustrate il suo stato di salute peggiorò drasticamente. Nonostante ciò Blake rimase fermamente animato dalla volontà di terminare le sue opere. Vi lavorò con passione fino al 12 agosto 1827, quando sopraggiunse la morte. Dio e la cristianità hanno rappresentato il nucleo delle sue opere, sia come poeta che come pittore. Le illustrazioni per la Divina Commedia ad oggi risultano essere il suo ultimo atto, portato a compimento in condizioni di povertà e di malattia, ma restano al pubblico come una sorta di testamento intellettuale di un artista che i suoi contemporanei avevano faticato a comprendere.

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William Blake: Inferno, Canto XXVI, Ulisse
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William Blake: Paolo e Francesca
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William Blake: Dante incontra Bocca degli Abati
Gustav Doré

Universalmente riconosciuto come l’illustratore per antonomasia della Divina Commedia, Gustave Doré è l’autore di una delle opere artistiche più complete a corollario dello scritto dantesco.

Originario di Strasburgo, nel 1847, a soli quindici anni, pubblica la sua prima opera Le travaux d’Hercule, in cui si evidenzia la sua incredibile capacità di illustratore. Sarà proprio questa attività a consegnarlo alla fama. Tra il 1848 e il 1854 lavora come caricaturista e incisore per il Journal pour rire, la famosa pubblicazione illustrata di stampo umorista nata in Francia alla metà dell’Ottocento. Nello stesso periodo realizza anche diverse raccolte litografiche.

Nel 1855 l’artista francese inizia a pensare alla possibilità di illustrare l’opera di Dante. È un’impresa enorme, ma Doré, appassionato e grande conoscitore della Divina Commedia, non si lascia scoraggiare dalla complessità del progetto. Dante con la sua opera aveva raggiunto la notorietà in Francia quasi esclusivamente con l’Inferno. In seguito, grazie ad una serie di prestigiose traduzioni, l’interesse del pubblico e degli studiosi si estese anche al Purgatorio e al Paradiso. Lo stesso Doré volle iniziare proprio dall’Inferno il suo ciclo di illustrazioni.

Nonostante il grande successo letterario di Dante Oltralpe, Doré faticò a trovare un editore pronto a sposare il progetto, tant’è vero che lo stesso artista fu costretto a pagarsi la stampa del primo libro della serie pubblicato nel 1861. La stampa, con i suoi settantasei disegni, fu un enorme successo artistico e commerciale e la casa editrice Hachette si accaparrò i diritti per il Purgatorio e il Paradiso sempre con le illustrazioni di Gustave Doré, pubblicati poi nel 1868 in un unico volume.

La critica fu entusiasta del lavoro grafico che rispecchiava fedelmente le parole di Dante. Sembrava quasi che Doré e Dante comunicassero tra loro. La scelta artistica di Doré si collocava tra Romanticismo e Impressionismo, dando largo spazio alla raffigurazione dei paesaggi e dei protagonisti, senza tralasciare quegli importanti e vividi elementi di cultura popolare di cui è intrisa la Commedia.

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Gustave Doré: la visione dell'Inferno

Tra le illustrazioni più suggestive si colloca quella dedicata a Paolo e Francesca. Le anime dei due amanti vengono rappresentate abbracciate nell’atto di volteggiare. Colpiscono i corpi perfetti, maestosi e carichi di quel dramma che li contraddistinse in vita. Il successo di questa illustrazione condusse Doré a dipingere lo stesso soggetto in un quadro, esposto poi nel 1863 al Salone di Parigi.

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Gustave Doré: incisione 18, Canto V, Paolo e Francesca
Gustave Doré, Paolo e Francesca, 1863

Nel 2009 l’opera è stata battuta in un’asta di Sotheby’s. Il grande successo ottenuto con Dante spinse l’artista francese a cimentarsi con qualcosa di ancora più grande: nel 1864 iniziò ad illustrare, non senza qualche polemica, la Sacra Bibbia con duecentoquarantuno immagini.

È lungo l’elenco delle opere letterarie curate da Doré. Fu un artista prolifico ed esercitò la sua egemonia culturale e intellettuale attraverso le illustrazioni di grandi opere. Grazie alla sua visione di quello che doveva essere la fruizione culturale dell’immagine legata al testo letterario, Doré contribuì in prima persona alla divulgazione in Europa delle grandi opere narrative, dimostrando tutta la potenza simbolica delle immagini.

Salvador Dalì e Dante Alighieri

Nel 1957 Salvador Dalí iniziò a lavorare su circa un centinaio di dipinti per la Divina Commedia. A commissionargli il lavoro fu direttamente il governo italiano. L’occasione era solenne: le opere sarebbero dovute essere pronte per il 1965, quindi otto anni dopo, per i settecento anni dalla nascita del sommo poeta.

L’opinione pubblica, nonostante Dalí fosse universalmente riconosciuto come un grande artista, non accolse positivamente l’appalto dell’operazione a favore dell’artista spagnolo. Il governo italiano, travolto dalle polemiche, fu costretto a fare marcia indietro. Dalí invece decise di continuare il progetto, mentre la casa Editrice Salani ne acquistò i diritti per la pubblicazione.

L’opera era monumentale: Dalí fu costretto a impiegare due incisori che per cinque anni intagliarono a mano 3500 blocchi di legno necessari per le xilografie. Dalí illustra il viaggio di Dante con sguardo psicoanalitico sospeso tra l’atmosfera onirica creata dalle parole del poeta e il tocco tipico del Surrealismo dell’artista spagnolo. Si stagliano quindi figure spaventose, molli, dai volti quasi evanescenti.

L’immagine che ne scaturisce di Lucifero nell’Inferno è impressionante: volto rugoso, straziato da un osso nell’atto di divorare l’anima del dannato. Diversi sono i protagonisti e le ambientazioni del Purgatorio. Si percepisce un’aurea malinconica: i corpi dei protagonisti sono quasi in movimento verso la purificazione. Infine nel Paradiso troviamo le figure di molti personaggi illustri, da San Pietro a Cacciaguida, fino a Beatrice. I protagonisti sembrano leggeri, avvolti da una luce serena.

Dalí riesce a fondere la sua idea del soprannaturale, dell’inconscio, del surreale con la spiritualità del tema. Ha grande rispetto per il viaggio di Dante, ma ne inizia uno personale, probabilmente più incentrato sulla complessità delle figure calate all’interno delle tre cantiche.

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Salvador Dalì: Inferno Canto XXVII
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Salvador Dalì: Purgatorio Canto XXVII
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Salvador Dalì: Paradiso Canto XXVI

Nei secoli il poema dantesco è stato rappresentato in modi diversi, mai stravolgendo l’idea originale, ma al contrario fortificandone, tramite le immagini, l’idea del viaggio stesso. Il grande pregio della Commedia è ancora oggi la sua versatilità: Dante è riuscito a offrire al lettore un’immagine dell’opera sempre attuale, mai banale e sicuramente incentrata sulle allegorie e sui protagonisti.

Quando Dante scrisse la sua opera omnia non pensava che nei secoli sarebbero state pubblicate una serie di edizioni illustrate di grandissimo pregio, soprattutto non avrebbe mai immaginato che l’arte e il racconto potessero fondersi in questa perfetta sintonia, alimentando un tale interesse internazionale. Di sicuro il poeta fiorentino ha offerto uno spunto di incredibile precisione per animare l’immaginazione di grandi artisti in tutta Europa.

Nel 2021, l’anno in cui ricorrono i settecento anni dalla morte del sommo poeta, la Divina Commedia sembra sempre più viva e attuale. Le immagini che nei secoli hanno accompagnato lo studio dell’opera sono stati un balsamo per la mente di studiosi e appassionati e hanno contribuito a far conoscere e a vivere pienamente la bellezza di una storia senza tempo, tra redenzione, spiritualità e ricerca del sé. Il potere della parola si è perfettamente combinato con la forza delle immagini nell’opera più iconica della letteratura italiana.