Viaggio al termine della statuaria. Scultura italiana 1940-1980 dalle collezioni Gam
Perottino, courtesy di Gam Torino
Viaggio al termine della statuaria. Scultura italiana 1940-1980 dalle collezioni Gam
Verso il postmoderno

Gli anni Cinquanta

Oltre alle rilevanti presenze di Agenore Fabbri, Consagra, Mascherini e Mastroianni, e oltre alle smaltate “donnine” di Fausto Melotti, quasi metafisiche, nella decade dei Cinquanta non mancano, naturalmente, capolavori del calibro di Miracolo (Olocausto) di Marino Marini o del grande Concetto spaziale metallico di Lucio Fontana, “testo” oltremodo influente sul piano linguistico, come attesta l’Oggetto ottico-cinetico (1964-65) di Dadamaino, invenzione che contraddice l’idea stessa di scultura, con le sue lamine di metallo concentriche dallo straniante effetto “optical”, qui immerse nella luce dei Frammenti di riflessione (1976) di Nanda Vigo.

Gli anni Sessanta, Settanta e Ottanta

Negli anni Sessanta incontriamo ancora Uncini, Carmi, Lorenzetti, Fogliati, Carrino, Ceroli, Gallina e Piacentino. Dopo l’onda lunga “poverista” (pensiamo alle superstar Boetti, Anselmo, Zorio, Penone, Pistoletto) e alle soglie dell’eterogenea era postmoderna degli anni Ottanta (dove si incrociano Parmiggiani, Vettor Pisani, Giuseppe Spagnulo, Nanni Valentini, Paolo Icaro), filosoficamente agitata dalle vibrazioni del “pensiero debole”, l’estroso Luigi Mainolfi reinterpreta genialmente la monumentalità statuaria, con la spettacolare, rubente Campana in gesso e pigmenti. Allora forse eccedeva il paradossale Martini, quando sibilava: “Volume poi viene interpretato come voluminoso, peso come ponderoso: tanto da far credere che la mole dell’elefante sia traguardo di grande scultura”.

 

La nascita delle riviste di moda: la moda come nuovo stile pittorico e sviluppo socio-artistico

Già ai suoi esordi, quindi, la stampa di settore si distinse per la presenza di illustratori che provenivano direttamente dal mondo dell’arte: era una conseguenza naturale che aveva origine da quel recente passato nel quale gli artisti avevano seguito, e spesso ne erano stati artefici, quel cambiamento sociale ed estetico avvenuto all’interno delle corti europee.

Le sorelle Colin, Paul Gavarni e Jules David furono gli artisti che più di tutti crearono quello stile pittorico che sposa a perfezione gli ideali in voga in quel periodo. La loro funzione non fu meramente illustrativa, essi contribuirono definitivamente alla creazione di quel gusto artistico a cui la società parigina prima, e del resto d’Europa dopo, fece riferimento per divulgare e condividere i cambiamenti sociali e politici attraverso la moda.

Inoltre essi contribuirono enormemente sia all’incremento delle riviste di moda popolari in tutta Europa, ma anche alla nascita di figure più strettamente legate a quella che sarà definita industria della moda così come la conosciamo oggi. Ogni generazione si è dovuta confrontare con il costume, inteso esattamente per abbigliamento, e ogni cambio di moda e di gusti è coinciso con cambiamenti sociali importanti.

Arnaldo Pomodoro (Morciano di Romagna, 1926), il più longevo degli scultori italiani che hanno fatto la storia dell’arte, è forse pure uno dei più conosciuti e riconoscibili, anche a livello internazionale, per le sue forme archetipiche e avveniristiche allo stesso tempo. La Fondazione Fendi lo omaggia con una mostra, a cura di Lorenzo Respi e Andrea Viliani (memebro della Giuria del Premio Cairo), di trenta opere realizzate tra fine anni Cinquanta e il 2021. Fotografie, bozzetti, disegni, progetti del suo archivio milanese fanno dell’esposizione al Palazzo della Civiltà Italiana una sorta di opera omnia.
 

"Arnaldo Pomodoro. Il Grande Teatro delle Civiltà", Palazzo della Civiltà Italiana, Roma, 2023
Fondazione Arnaldo Pomodoro
"Arnaldo Pomodoro. Il Grande Teatro delle Civiltà", Palazzo della Civiltà Italiana, Roma, 2023
Chi è Arnaldo Pomodoro

Futurista e primordiale, minimalista e barocco, moderno e arcaico, Arnaldo Pomodoro è lo scultore italiano vivente più famoso al mondo. Sia per le collocazioni strategiche delle sue opere (davanti al Ministero degli Esteri alla Farnesina, ad esempio; e poi, a parte l’Africa, non c’è un continente che ne sia privo, dagli Stati Uniti al Giappone, all’Asia, all’Australia). Artista per certi versi quasi “universale”, soprattutto per le sue forme, rassicuranti nel loro involucro minimalista (cubi, sfere, piramidi, colonne), meno per le fratture, gli spacchi, le lamine metalliche che sembrano fuoriuscire dai volumi lacerati e interrotti. Così per quanto riguarda le sue sculture più organiche, come le corazze di enormi carapaci architettonici (spettacolare quello della tenuta vinicola di Castelbuono della famiglia Lunelli) fino a ossi di seppia giganti, stratificati come rilievi desertici.

Pomodoro a Roma

Roma e il Palazzo della Civiltà Italiana lo vedono ora congiungere il passato e il presente di una storia urbana millenaria, ma in un quartiere simbolo del razionalismo e della retorica nostalgica del Ventennio al tempo stesso. Un binomio perfetto per un artista che non possiamo dire mai pienamente contemporaneo e mai pienamente antico, ma ancora oggi nel bilico delle sue misteriose fenditure.

Carla Accardi aveva solo ventiquattro anni quando nel 1948 è stata invitata per la prima volta alla Biennale di Venezia (ci tornerà in altre quattro circostanze). Ed è proprio la città lagunare a riscoprire un aspetto segreto del suo lavoro mettendo in scena i Lenzuoli. Insieme, la mostra propone tre sculture degli anni Duemila progettate tre decenni prima, dove prevale la trasparenza del perspex con il segno che si espande all’infinito, creando una convergenza con le opere in cotone. Non manca una serie di documenti storici con i progetti di Lenzuoli e sculture.