Piccola grafica d'arte dedicata
La collezione Lidia e Paolo Rovegno raccoglie oltre 10 mila pezzi provenienti da tutto il mondo
La casa di Lidia e Paolo Rovegno è luminosa e curata: molte le opere d’arte alle pareti, molti gli oggetti particolari sui tavoli e fra le vetrine. Quando mi accolgono nel loro salotto per parlare della donazione della loro collezione di opere grafiche alla città di Piacenza, spesso Paolo si alzerà per cercare qualcosa in particolare che vuole mostrarmi, con la spontaneità delle suggestioni che si susseguono; altre volte, bisognerà fare attenzione a non mischiare le opere sul tavolo, a rimettere ciascun artista nella cartellina di conservazione, siglata con le prime lettere del nome e del cognome e, spesso, con l’indicazione della nazionalità.
Sarà una conversazione a più voci, Lidia spesso cercherà particolari o date da aggiungere, precisazioni e ricordi da affiancare a quelli di Paolo, che la ascolterà annuendo; come se in questi sessant’anni di vita insieme avessero imparato a completarsi, aggiungere via via pezzi al racconto altrui. Mi viene in mente un libro di Walter Benjamin letto anni prima, che parla dell’ordine e del disordine nelle collezioni, poli di una dialettica costante, fra il rigore degli elenchi computerizzati e l’abbondanza impressionante dei pezzi: “Se ogni passione confina con il caos, quella del collezionista confina però con il caos dei ricordi.
Così l’esistenza del collezionista è tesa dialetticamente tra i poli del disordine e dell’ordine. Naturalmente è legata anche a molte altre cose. A un rapporto assai enigmatico con il possesso, ad esempio”.
Mi pare tanto più calzante in questo momento in cui, appunto, il possesso della collezione sta per cambiare. Ma, con ordine: la collezione dei coniugi Rovegno è particolare, incentrata sulla minuziosa ricerca di piccoli capolavori di grafica dedicata. “La collezione nasce dall’amore mio e di mia moglie, Lidia, per la piccola grafica d’arte dedicata: dedicata perché è l’appassionato a commissionare l’opera, vincolando anche il tema. L’artista non fa quello che vuole, è il committente, il dedicatario, a scegliere il soggetto, e spesso la ricorrenza di un episodio aiuta a identificare chi collezionerà quella stampa. Ad esempio, c’è una collezionista che è appassionata della Nave dei folli e ne chiede sempre rielaborazioni agli incisori: al di là del suo nome, quella è diventata una sorta di ‘firma tematica’”.
Guardando un’opera noto che riporta la dicitura ex libris, il che ci permette di precisare ulteriormente: “L’ex libris”, mi spiega Paolo, “ha dimensioni contenute: deve averle perché, di fatto, storicamente era una etichetta incollata sul secondo risguardo di copertina per identificare il proprietario del volume. Ora, le calcografie hanno altre dimensioni, spesso non potrebbero essere compatibili con gli spazi tipografici. Poi possono essere tirate solo in cento copie, quindi non potrebbero identificare un gran numero di testi, quelli che i bibliofili possiedono di solito.
Certo, anche gli ex libris erano personalizzati, soprattutto un tempo. Qui anche è riportato il nome del committente, più o meno esposto, in qualche cartiglio magari – alcuni collezionisti preferiscono che non sia così evidente – per cui ogni tanto si dice ancora comunemente ex libris, ma ex libris non sono”. “La maggior parte sono calcografie, incisioni su lastra di rame o zinco; rarissime le litografie, su una matrice in pietra, con inchiostrature grasse; c’è qualche xilografia, su legno. Ne donerò 3.400 pezzi, qualcuno in più in realtà, forse 3.442”. Ride, il collezionista, fra l’ordine e il disordine
Poi riprende: “Ne ho donati 6.500 pezzi al Museo di Cremona, perché sono nato a Cremona e ho vissuto a Cremona fino agli anni Settanta. La suddivisione è solo temporale, contingente: ho donato tutto quello che avevamo raccolto fino a quel momento, ma la passione c’era ancora, allora, beh, abbiamo ricominciato”.
La seconda donazione sarà per Piacenza, città dove i coniugi Rovegno si sono trasferiti, dove la loro famiglia è nata, dove risiedono. Questa adozione fa sì, appunto, che proprio la Biblioteca cittadina, la Passerini Landi, diventi custode della preziosa e raffinata raccolta di opere d’arte: tre saranno le mostre organizzate, nei prossimi mesi, per permettere a tutti di ammirare, dalle teche del Salone monumentale, le migliori stampe, accuratamente scelte da Livia e Paolo, suddividendo gli artisti per nazione.
Un viaggio fra i continenti, con una grande assente, l’America, dove l’incisione non interessa, non ha tradizione e non ha trovato estimatori o praticanti. “Per la donazione ho chiesto solo un catalogo, in 30 copie, da mandare agli artisti con cui sono rimasto in contatto”. Una sorta di ringraziamento, un omaggio per i legami stretti. Posso sfogliare, nel frattempo, quello edito dal Gabinetto delle Stampe cremonese, realizzato in occasione della prima donazione
Un testo a firma di Paolo Rovegno, in apertura: “È la specifica tessitura segnico-grafica della tecnica di incisione in incavo, sia essa acquaforte, acquatinta, vernice molle o maniera nera, che permette all’artista di ottenere vellutate campiture, effetti di trasparenza, ritmi e scansioni di zone d’ombra o di abbagliante lucentezza difficilmente raggiungibili in altre discipline grafiche”.
Questa confidenza con le tecniche, col segno, gli viene non solo dall’appassionata frequentazione degli artisti e delle tirature, ma “dall’interno”: Paolo Rovegno, infatti, incide, ha inciso tutta la vita dopo aver dipinto e studiato a lungo come comporre, e poi come incidere, un’immagine. Racconta che fu il parere non troppo incoraggiante di una grande critica d’arte a fargli abbandonare i primi tentativi pittorici, e “ripiegare”, in qualche maniera, sempre più felicemente sulle lastre calcografiche. Anche l’amore per Lidia nasce sotto il segno dell’arte: li presentano infatti amici pittori (anche Lidia aveva provato a dipingere, dovendo però presto smettere, per problemi a una mano).
I primi anni a Piacenza si trovano a frequentare l’ambiente del Gazzola, anche un po’ – mi dice Paolo ridendo – per sfruttarne il torchio, che gli sposini giovani non avevano ancora. “Io so incidere, so comporre le immagini, ma un artista è una cosa diversa” e, assicura, la sua non è modestia, ma coscienza dell’immensità del talento altrui. “Ho smesso due anni fa, non ho più la lucidità mentale dei tempi: calcolare la morsura, ad esempio. La mano la avrei ancora, ma sbagliare la morsura, magari su una lastra per cui hai lavorato venti ore, dà una rabbia, un dispiacere… e allora ho smesso”.
La moglie spesso lo aiutava a stampare. Anche se non si direbbe, hanno passato gli ottanta, mi dicono che, in fondo, è ora. È questa mano felice, però, che gli ha permesso di avere una collezione così vasta e così raffinata: “Incidendo, potevo scambiare con gli artisti le mie cose. Se no i costi sarebbero stati proibitivi, insostenibili”.
Ogni anno ci sono dei congressi, nazionali e internazionali, in cui appassionati e artisti si incontrano per scambiare o vendere, commissionare accettare commesse. Lidia elenca i luoghi dove sono stati insieme: in Belgio, in Repubblica Ceca, in Spagna, moltissime volte in Germania. Si ricordano anche i congressi che hanno mancato: a San Pietroburgo, anni prima, per problemi di numeri su un volo, e la Cina, troppo lontana persino per la loro motivazione. Il primo, però, fu a Milano, alle Stelline, nel 1994. “Il nostro tema”, mi racconta Paolo mostrandomi al cune delle opere da lui commissionate, “era Apollo e Dafne”.
Mi mostra la loro prima opera ad personam di un artista ucraino, Konstantin Antioukhin. Dafne sembra una Venere preistorica, un’odalisca dalle forme piene che balla facendo sbocciare fiori. “Ci sono molti nudi”, glossa Paolo, “perché i collezionisti amano il nudo, alcuni anche la pornografia. Ma ne ho pochissime, non mi piace collezionarne. I temi poi sono i più svariati: la Divina Commedia, i tarocchi, l’Odissea, il mito, l’oroscopo, il Don Chisciotte…”.
Mi fa vedere “il più bravo incisore vivente, Jurij Jakovenko: di lui ho 85 pezzi, una meraviglia di bravura e di fantasia”: è, in effetti, impressionante. Sono anche appassionati d’arte, i Rovegno, soprattutto quella astratta, informale. Mi dice che hanno cercato l’arte astratta anche nel campo dell’incisione, che pare così indissolubilmente legato al tratto, al disegno, alla figurazione. Tira fuori un trittico, di Michael Wegerer, sulla temporalità.
La lastra, mi spiega, è impiallacciatura coperta da strati di colori che non si mescolano, rosso e blu, ma passando nel torchio e col passare del tempo, si vedono le crepe negli inchiostri che si seccano, gli strati che reagiscono fra loro: e così si rende l’esistenza, le età dell’uomo, nella cronologia informale del dissolvimento. (Sento quasi uno straniamento: ad avere in mente le incisioni classiche, i tratteggi, i dettagli, sembra impossibile che si possa spaziare tanto, e invece).
Convoca il ricordo di una serie di incontri, di incursioni negli studi, di scambi con bottiglie di bianco buono, di grandi maestri: come Mario Benedetti, maestro di Rovegno a Cremona, grande artista misconosciuto. A un corso di disegno diceva: “Quando si disegna, si disegna in grande”, quindi Paolo comprò un metro e mezzo per un metro e mezzo di agglomerato di legno spesso e, legatolo con la cinghia delle tapparelle sulle spalle, attraversava Cremona per andare a lezione. Vinse anche un concorso, con uno di quei disegni “in grande”. “Il museo di Chiasso ha fatto una mostra per Burri, Vedova e Benedetti. I più grandi artisti della contemporaneità, forse, ma qui in Italia non lo ricordiamo nemmeno”.
Mi parla di Walter Valentini, maestro dell’astrattismo geometrico con ascendenze classiche, e di Stefano Canepari, piacentino, cui diede consigli su come usare il feltro per spingere l’inchiostro, stampando; ricorda Tonelli, altro piacentino, cui erano molto legati, che veniva spesso a pranzo, soprattutto da quando era rimasto vedovo.
“Affrontare l’analisi di un’opera incisoria è generalmente più complesso e impegnativo rispetto a quanto non lo sia la lettura di un dipinto ed è proprio per questo che nel raccogliere queste grafiche la scelta si è indirizzata verso autori nei quali si è ricercata, quale priorità valente, l’espressione artistica senza però disgiungere dalla perfetta padronanza della tecnica”: così scriveva Rovegno sul catalogo cremonese. E, aggiungeva, la donazione voleva anche essere un tentativo di allargamento, affinché sempre più persone potessero apprezzare una forma artistica quasi “di nicchia”. C’è quasi una malinconia sospesa in questo passaggio di testimone, la paura, forse, di passarlo a chi non ha altrettanta passione.
Mi viene ancora in mente Benjamin, poi è ora di andare: “Vi sarebbe soltanto una cosa da notare: il fenomeno del collezionismo, perdendo il suo soggetto, perde anche il suo senso. Solo quando le collezioni pubbliche riescono a essere più decorose sotto il profilo sociale e più utili sotto quello scientifico – rispetto a quelle private – gli oggetti guadagnano i loro diritti. D’altronde so che per la figura di cui qui sto parlando, che io, un poco ex officio, ho rappresentato dinanzi a voi, cala la notte. Ma come dice Hegel: soltanto con l’oscurità la nottola di Minerva comincia il suo volo. Soltanto con la sua estinzione il collezionista viene compreso”.