La pittura di Ciro Palumbo
Un accordo di erranze per restituire nuovi mondi al mondo
La tensione che fa da spina dorsale all’opera, anzi alla pittura ancor prima, di Ciro Palumbo è governata da un’armonia fluida, un adattarsi a pelo d’acqua come l’agire di un corpo che si mette nelle condizioni di galleggiare stando supino, per riprendere energie; un corpo che deve essere morbido, giacché più sei rigido, più sarà difficile affiorare. E su quei brani di anatomia acque calme e sotto profondità vertiginose.
Si tratta per il nobile pittore di mettere in scena una coreografia temporale che rifiuta a priori qualsiasi centralità, quel punto cardinale che è “la grande lotta del nostro tempo”, come afferma Nicolas Bourriaud, notando come, nonostante l’intento di criticare l’antropocentrismo, nella formulazione del pensiero critico contemporaneo l’essere umano continui a mantenere una centralità, non riuscendo effettivamente a staccarsi dal concetto stesso di centro e quindi dal radicato umanesimo occidentale.
E qui, in questa predisposizione all’esilio e all’erranza, vedo la matrice rizomatica della ricerca di Ciro Palumbo, che abbraccia il concetto parallelo di questa radice acentrica e non gerarchica, cara a Édouard Glissant al quale mi sento sempre debitrice. Esilio ed erranza, quindi. Con un accordo che è sempre armonico e non totalitario, decisamente governato dal suo autore, ammaestrato dal gesto, declinato dalla temperatura delle pennellate, dai codici dei colori, dalla visione di matrice gestaltica per la quale il tutto è diverso, non superiore o minore, bensì differente, dalla somma delle singole parti.
Perché le parti sulla tela godono di un’intercessione che è narrazione sorprendente ogni volta, nonostante le raffigurazioni si inseguano quasi sempre simili e verosimili su diversi lavori, ma con una combinazione strepitosa che le rende uniche ogni volta, nonostante siano un codice, una sua grammatica che contraddistingue l’arte del nostro artista nato a Zurigo nel 1965, ma dalla formazione e cultura assolutamente italiane, storicamente italiane.
Quello di Ciro Palumbo è un “dimenticare a memoria” ogni radice e ogni simbolo per procedere nel campo complesso della pittura contemporanea come il Viator, colui che, in questo mondo, è straniero. La sua è postura da visionario con un habitat artistico sempre in bilico tra desiderio e viaggio dai quali scontorna le riconoscibili sembianze di mondi umani ed esistenziali, personali e collettivi, sempre condotti con il coraggio di abbandonare la costa.
Il risultato pulsa irrefrenabile sulla superficie della tela raccontando con segni, indizi e tracce assolutamente originali, identità altrui che vengono percepite per somiglianza, con lo speciale effetto di una pervasiva omologazione sempre scongiurata grazie a una spinta urgente che fa riemergere, non senza sussulti, quel che nel fondo chiaroscurale il suo immaginario atavico restituisce alimentato da un ricercato retaggio culturale.
Nell’opera di Palumbo l’uomo è un costruttore di mondi, e il suo artefice un essere con il dono della specialità. E la mise en scène pittorica è senza tempo giacché gli artisti spazializzano il tempo. E, dentro il tempo dell’opera, tutti gli accorgimenti visivi sono al servizio di una spiritualità refrattaria all’ovvio, dichiarata da una percezione mai ordinaria di cose e archetipi rigurgitati da una deriva onirica vulnerabile sia al realismo che alla surrealtà.
Quadro come teatro e ancora poesia, e ancora teatro che è corpo e, di nuovo, poesia, intesa questa come sistema gassoso che si fa forma mediante l’intercessione dei gesti, dei movimenti, e inevitabilmente si rivela nell’epifania del lavoro finito. In tutta questa orchestrazione di universi persiste comunque un quid di indeterminatezza, “Un coup de dés jamais n’abolira le hasard” per parafrasare Stéphane Mallarmé, quell’indice di rischio che eccede al controllo del suo alchimista come una danza che rende imprevedibile l’inquadratura malgrado il suo autore, nonostante il suo autore.
Formalmente le rappresentazioni sulla tela si risolvono in scarti di materiale che Palumbo governa con cura – liscio / ruvido / muro / cielo – e che si risolvono anche in un riaggiornato accomodamento del noto come spostasse i mobili del salotto di casa, elementi dell’anima e del quotidiano, presenze rassicuranti e sicure da manovrare con cura. Quindi forma e sostanza, significato e significante conducono a trasparenza o opacità, laddove questa è humus fertile. Le opacità possono coesistere e convergere, tessendo tessuti; opacità quindi come terreno e spazio dove desiderio e tentativo avanzano con fierezza.
Nella sua interezza, a opera finita e conchiusa in una tela sempre spessa e abbracciata da una cornice lignea sontuosa, l’immagine dipinta evidenzia una narrativa da accogliere tacitamente, sotto il segno dell’abbandono giacché è e sarà sempre motivo di scoperta, esperienza e restituzione, icona di una redenzione mai richiesta e ancor meno necessaria eppure affiorante da remoto, innesco di dinamiche di significazione.