Se è vero che è assente in Carrà il sostrato romantico-simbolista assorbito da De Chirico nella formazione monacense e rintracciabile in precise, letterali citazioni böckliniane, è vero anche che il rapporto di Carrà con la cultura artistica tedesca merita qualche parola in più, in quanto è documentabile l’influenza del Carrà futurista su Grosz e Klee e quella del Carrà metafisico su Ernst e Schlemmer: proprio a Le figlie di Loth di Carrà si ispirerebbe il dipinto La tavolata di Oskar Schlemmer (1923).
È noto che il concetto di “primitivo” è un campo semantico molto vasto, che fra l’altro include l’arte arcaica, il disegno infantile, l’arte extra-europea, popolare e naïve. A questo proposito è stato opportunamente notato come, nel recupero della forma plastica intrapreso da Carrà alla metà degli anni Dieci, sia presente anche un riferimento preciso al primitivismo del Doganiere Rousseau.
Il 1919 è anche l’anno di Natura morta metafisica, dell’inizio della collaborazione con la rivista «Valori plastici» e della pubblicazione dello scritto Pittura metafisica. Carrà guarda con attenzione al dibattito promosso da Mario Broglio in seno alla rivista, precisando l’orientamento che la propria ricerca ha intrapreso da qualche anno nella direzione della semplicità formale e cromatica. Non è un caso, forse, se il 1920 è caratterizzato da un’intensissima produzione di disegni e se nel 1921 vede la luce quel Pino sul mare che può essere considerato il manifesto del cosiddetto Realismo magico (o mitico, anche se Carrà parla di Neorealismo), miracoloso equilibrio fra ricordi giotteschi e suggestioni novoggettive. La recente mostra tenutasi a Rovereto, Helsinki ed Essen sul Realismo magico ha riunito significativi esempi di questa tendenza, testimoniando quanto ampiamente sia stata rappresentata nella pittura italiana da artisti di varia cultura ma i cui tratti comuni sono l’esattezza della visione, le atmosfere rarefatte, il processo di sublimazione cui è sottoposta la realtà.
L'arte dopo la guerra: Surrealismo e Metafisica
All’indomani della guerra nascono – più o meno uniformemente in Europa – due percorsi distinti: la via della fuga dal reale (quella tratteggiata dal Surrealismo e dalle poetiche visionarie, nichiliste e irrazionaliste) e la via del recupero della tradizione. Primo movimento in ordine cronologico a operare in questa direzione dopo la rivoluzione futurista, la Metafisica propone una figurazione precisa benché allusiva, in un cortocircuito fra realtà e sogno che si nutre di dotti riferimenti all’Antico e al Quattrocento.
Novecento
«Valori Plastici», pur nella brevità di questa esperienza (chiude nel 1922), dà ulteriore forza al recupero dei Maestri del Trecento e del Quattrocento. Il gruppo Novecento, esordendo ufficialmente alla Biennale del 1924, è forse il sintomo più controverso del “ritorno all’ordine”, pur nell’eterogeneità dei riferimenti che caratterizzano i suoi vari esponenti. In questo contesto variegato risalta l’accezione particolare secondo cui Carrà declina quella impegnativa parola: “tradizione”. Non si tratta di disseppellire reperti del passato tardomedievale ma di attingervi spunti per una riforma della pittura italiana contemporanea nel segno di un delicato equilibrio fra tradizione e modernità. È lo stesso artista a precisare:
«Sperare di ricostruire l’arte unicamente sul concetto di “tradizione” non è meno vano che credere di poter ricostruirla poggiando sopra le sabbie mobili della “novità” per la novità. Le due antinomie nascono e muoiono insieme, perché entrambe sono presunzioni senza senso. Ma la mania di fare il “vecchio” è ancor più condannabile di quella che fa consistere l’arte unicamente nel concetto di “novità”, e sarà sommariamente ridicolo vedere pittori di vent’anni posare a ottantenni».
Carrà prosegue dritto per la sua strada, declinando con serietà una poetica della forma asciutta e rigorosa, che accompagna a ben vedere tutta la sua ricerca e che rende necessaria la lettura unitaria dell’intero percorso dell’artista. La grande mostra svoltasi a Palazzo Reale dall’ottobre 2018 al febbraio 2019 costituisce la tappa più recente della riflessione su questo grande protagonista del Novecento. L’esposizione ha preso le mosse dal 1937, anno in cui Roberto Longhi, in una piccola monografia corredata da 33 tavole, riconosceva il ruolo di Carrà come colui che ha “riavviato poderosamente” la pittura italiana, portandola finalmente fuori dal retaggio ottocentesco macchiaiolo.
Dapprima con la formula rivoluzionaria del Divisionismo e del Cubo-futurismo, poi con la plastica oggettività della stagione metafisica e del Realismo magico, Carrà ha indicato agli artisti italiani una nuova direzione, illustrando come la modernità non si accompagni necessariamente alla feroce negazione del passato – come i futuristi hanno propugnato – e che il ritorno alla tradizione può essere una scelta rigenerante e benefica, purché vissuta senza revivalismi e nostalgie bensì come reale risorsa per il rinnovamento della ricerca artistica.
Milano è una città attenta all’arte. Nel 1953 Pablo Picasso decise di esporre la sua Guernica nella Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale, gravemente danneggiata dai bombardamenti di dieci anni prima. Nel 1951, nello stesso palazzo, una mostra di Caravaggio curata da Roberto Longhi riaccese l’attenzione sul grande maestro, che era stato dimenticato per qualche secolo. La città che ospita il Cenacolo di Leonardo e i capolavori della Pinacoteca di Brera mostra un notevole interesse per l’arte moderna e contemporanea, per l’architettura e il design, che si riflette nell’attività di musei, fondazioni e altre istituzioni culturali.
Secondo Tommaso Sacchi, assessore alla Cultura del Comune di Milano, è necessario
«continuare a lavorare sull’integrazione e il dialogo tra i centri espositivi cittadini, pubblici e privati, al fine di diversificare e arricchire la programmazione culturale, facendo leva su una polifonia di linguaggi, dall’arte alla tecnologia, per aprire a nuovi sguardi sul patrimonio culturale della città e renderlo accessibile a un pubblico sempre più vasto».
«C’è una frase di Marc Augé, l’antropologo e filosofo francese scomparso di recente, che in qualche modo ha indirizzato la selezione dei venti artisti protagonisti della 22ª edizione del Premio Cairo: “La bellezza dell’arte dipende dalla sua dimensione storica: occorre che l’arte sia arte del suo tempo, che sia storica oggi per essere bella domani”.» - dichiara Michele Bonuomo, direttore di ARTE - «Essere del proprio tempo, oggi più che mai, significa innanzitutto restituire all’arte, in tutte le sue forme espressive, quella sua capacità di interpretare e rielaborare stati di coscienza e segnali che si spingono ben oltre la realtà contingente che li ha provocati. Così facendo l’artista, consapevole del suo destino, si fa testimone e anima critica del presente, custode di una memoria mai interrotta e profetico anticipatore di un altro futuro. In questa circolarità dell’idea di tempo, che non prevede interruzioni né tantomeno ritardi o scorciatoie formali, si inseriscono le tematiche affermate nelle opere dai venti artisti in concorso: prese di posizioni sollecitate da un profondo e spesso non rassicurante cambio di prospettiva della realtà in cui tutti siamo immersi”.
Il rapporto fra le avanguardie storiche e la moda era dettato da regole imprescindibili.
Addirittura il Manifesto di Marinetti sottolineava come il Futurismo fosse indispensabile anche nell’ambito della moda, perché l’abito, tramite le sue fogge e i suoi colori, poteva “propagare” un’idea, uno stato d’animo. Insomma l’abito come lo strumento ideale per la propaganda.
Sarà Giacomo Balla nel 1914 a parlare di Vestito Antineutrale. Nella pubblicazione Balla dettò alcune regole sull’abbigliamento futurista, in contrapposizione con un passato in cui gli uomini erano schiavi di una certa società, per cui «[...] gli uomini usarono abiti di colori e forme statiche, cioè drappeggiati, solenni, gravi, incomodi e sacerdotali. Erano espressioni di timidezza, di malinconia e di schiavitù, negazione della vita muscolare, che soffocava in un passatismo anti-igienico di stoffe troppo pesanti e di mezze tinte tediose, effeminate o decadenti. Tonalità e ritmi di pace desolante, funeraria e deprimente».
Quindi per i futuristi la moda era strettamente connessa con la società ed era sinonimo di rivoluzione culturale e sociale. Per Fortunato Depero, gli abiti dovevano prendere forme e colori delle opere futuriste in netta contrapposizione all'estetica dell’abito borghese. Per i futuristi la società doveva cambiare il punto di vista e la moda era libertà di espressione rispetto al passato. Non dimentichiamo i famosi panciotti indossati dagli esponenti del Futurismo in una celebre fotografia scattata a Torino nel 1924. Depero e Marinetti in primo piano fanno sfoggio del vestiario futurista creato da loro stessi.
Negli anni Novanta la stilista Laura Biagiotti, già collezionista delle opere di Balla, decise di dedicare un’intera collezione di abiti ispirati alle opere dell’artista futurista.
I venti giovani artisti selezionati dalla redazione di ARTE per il 22° Premio Cairo sono: Alessio Barchitta, Andrea Barzaghi, bn+BRINANOVARA, Andrea Bocca, Giuditta Branconi, Nina Carini, Martina Corà, Michele D’Agostino, Roberto de Pinto, Marco Emmanuele, Luca Grimaldi, Rebecca Moccia, Ismaele Nones, Eric Pasino, Stefano Perrone, Giuliana Rosso, Giorgio Salvato, Lena Shaposhnikova, Alessandro Sicioldr Bianchi, Eltjon Valle.
Ciascuno presenterà un’opera inedita che sarà valutata da una prestigiosa giuria.
La giuria sarà presieduta da Patrizia Sandretto Re Rebaudengo, presidente dell’omonima Fondazione di Torino, coadiuvata da esperti di grande autorevolezza del mondo dell’arte; Luca Massimo Barbero, direttore Istituto di Storia dell'Arte-Fondazione Giorgio Cini di Venezia; Mariolina Bassetti, Presidente Christie's Italia; Ilaria Bonacossa, direttrice Museo Nazionale dell’Arte Digitale di Milano; Lorenzo Giusti, direttore Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea (Gamec) di Bergamo; Gianfranco Maraniello, direttore Polo Museale del Moderno e Contemporaneo del Comune di Milano; e infine il grande Emilio Isgrò, l’artista delle “cancellature”, uno dei nomi italiani più famosi a livello internazionale nel mondo dell’arte contemporanea.