Viaggio al termine della statuaria, certo, ma al tempo stesso viaggio verso la rinascita della scultura, nel Secondo dopoguerra, dopo i fasti solenni del ventennio littorio. Il percorso della mostra inizia proprio con il raffronto simbolicamente antitetico tra un classicheggiante Ritratto di Eva di Edoardo Rubino, marmo esposto in una sala personale alla Biennale di Venezia del 1942, e La pazza (1939) in bronzo di Sandro Cherchi, umile figura antiretorica e antimonumentale, espressionisticamente interiorizzata e laconica. Il modellato “instabile” di Cherchi – prossimo come Giuseppe Tarantino, Mirko Basaldella e Nino Franchina all’azione artistico-culturale milanese di Corrente, uno dei punti di riferimento dell’intellettualità antifascista – anticipa la sensibilità informale (al suo Nudo al sole del 1948 fa eco La donna al sole del 1965 di Leoncillo).
Contrappunti interni, rimandi sottili, assonanze... «Gli anni Quaranta e Cinquanta», aggiunge Passoni, «consentono un primo passaggio, molto faticoso, a una dimensione totalmente altra della scultura. In seguito arriva l’assemblaggio, questione non irrilevante che riguarda una dimensione internazionale: nostri artisti quali Franco Garelli ed Ettore Colla realizzano lavori eccezionali sul tema del recupero, sospesi tra dramma e ironia. Con gli anni Sessanta si tocca il motivo dei materiali plastici. Ho voluto introdurre un elemento di raccordo con Cherchi e Garelli, inserendo un Giocatore di football eseguito nel 1964 in poliestere e gelcoat da Riccardo Cordero, loro allievo, e da noi finora mai esposto».
Assai rare e rarefatte sono infatti le occasioni di vedere mostre di sola scultura, soprattutto della seconda metà del Novecento e soprattutto in spazi istituzionali; dunque massima lode a Passoni, che ha voluto e concepito questa ricognizione all’interno delle collezioni della Gam, per indagare gli snodi della scultura italiana tra il 1940 e il 1980, attraverso quaranta artisti e cinquanta opere, alcune delle quali non si vedevano da decenni. Dicevamo che secondo Martini (presenza-assenza sottesa al ragionamento dell’esposizione) la statuaria classica, con il suo sviluppo millenario, ci avrebbe condizionato per sempre: «Un altro limite intrinseco al linguaggio plastico», osserva Passoni chiosando Martini, «è per esempio l’impossibilità di praticare la natura morta, che diventa quasi ridicola in scultura, sebbene poi Piero Gilardi, scomparso lo scorso marzo e cui rendiamo omaggio, dimostri che è possibile farlo anche ad alto livello; ma perché ciò avvenga dovranno cambiare le generazioni. Quest’idea della fine di un progetto plastico sembra un dramma: però in realtà, alla conclusione del dramma, si aprono mille possibilità».
Gli anni Cinquanta
Oltre alle rilevanti presenze di Agenore Fabbri, Consagra, Mascherini e Mastroianni, e oltre alle smaltate “donnine” di Fausto Melotti, quasi metafisiche, nella decade dei Cinquanta non mancano, naturalmente, capolavori del calibro di Miracolo (Olocausto) di Marino Marini o del grande Concetto spaziale metallico di Lucio Fontana, “testo” oltremodo influente sul piano linguistico, come attesta l’Oggetto ottico-cinetico (1964-65) di Dadamaino, invenzione che contraddice l’idea stessa di scultura, con le sue lamine di metallo concentriche dallo straniante effetto “optical”, qui immerse nella luce dei Frammenti di riflessione (1976) di Nanda Vigo.
Gli anni Sessanta, Settanta e Ottanta
Negli anni Sessanta incontriamo ancora Uncini, Carmi, Lorenzetti, Fogliati, Carrino, Ceroli, Gallina e Piacentino. Dopo l’onda lunga “poverista” (pensiamo alle superstar Boetti, Anselmo, Zorio, Penone, Pistoletto) e alle soglie dell’eterogenea era postmoderna degli anni Ottanta (dove si incrociano Parmiggiani, Vettor Pisani, Giuseppe Spagnulo, Nanni Valentini, Paolo Icaro), filosoficamente agitata dalle vibrazioni del “pensiero debole”, l’estroso Luigi Mainolfi reinterpreta genialmente la monumentalità statuaria, con la spettacolare, rubente Campana in gesso e pigmenti. Allora forse eccedeva il paradossale Martini, quando sibilava: “Volume poi viene interpretato come voluminoso, peso come ponderoso: tanto da far credere che la mole dell’elefante sia traguardo di grande scultura”.
Già ai suoi esordi, quindi, la stampa di settore si distinse per la presenza di illustratori che provenivano direttamente dal mondo dell’arte: era una conseguenza naturale che aveva origine da quel recente passato nel quale gli artisti avevano seguito, e spesso ne erano stati artefici, quel cambiamento sociale ed estetico avvenuto all’interno delle corti europee.
Le sorelle Colin, Paul Gavarni e Jules David furono gli artisti che più di tutti crearono quello stile pittorico che sposa a perfezione gli ideali in voga in quel periodo. La loro funzione non fu meramente illustrativa, essi contribuirono definitivamente alla creazione di quel gusto artistico a cui la società parigina prima, e del resto d’Europa dopo, fece riferimento per divulgare e condividere i cambiamenti sociali e politici attraverso la moda.
Inoltre essi contribuirono enormemente sia all’incremento delle riviste di moda popolari in tutta Europa, ma anche alla nascita di figure più strettamente legate a quella che sarà definita industria della moda così come la conosciamo oggi. Ogni generazione si è dovuta confrontare con il costume, inteso esattamente per abbigliamento, e ogni cambio di moda e di gusti è coinciso con cambiamenti sociali importanti.
Arnaldo Pomodoro (Morciano di Romagna, 1926), il più longevo degli scultori italiani che hanno fatto la storia dell’arte, è forse pure uno dei più conosciuti e riconoscibili, anche a livello internazionale, per le sue forme archetipiche e avveniristiche allo stesso tempo. La Fondazione Fendi lo omaggia con una mostra, a cura di Lorenzo Respi e Andrea Viliani (memebro della Giuria del Premio Cairo), di trenta opere realizzate tra fine anni Cinquanta e il 2021. Fotografie, bozzetti, disegni, progetti del suo archivio milanese fanno dell’esposizione al Palazzo della Civiltà Italiana una sorta di opera omnia.
Futurista e primordiale, minimalista e barocco, moderno e arcaico, Arnaldo Pomodoro è lo scultore italiano vivente più famoso al mondo. Sia per le collocazioni strategiche delle sue opere (davanti al Ministero degli Esteri alla Farnesina, ad esempio; e poi, a parte l’Africa, non c’è un continente che ne sia privo, dagli Stati Uniti al Giappone, all’Asia, all’Australia). Artista per certi versi quasi “universale”, soprattutto per le sue forme, rassicuranti nel loro involucro minimalista (cubi, sfere, piramidi, colonne), meno per le fratture, gli spacchi, le lamine metalliche che sembrano fuoriuscire dai volumi lacerati e interrotti. Così per quanto riguarda le sue sculture più organiche, come le corazze di enormi carapaci architettonici (spettacolare quello della tenuta vinicola di Castelbuono della famiglia Lunelli) fino a ossi di seppia giganti, stratificati come rilievi desertici.