Sperimentazioni alla Triennale di Milano

Raccogliendo oltre 250 opere di 49 artisti diversi, Reversing the eye è innanzitutto il risultato della fruttuosa collaborazione fra Triennale Milano e le istituzioni parigine Jeu de Paume e LE BAL. I curatori Quentin Bajac, Diane Dufour, Giuliano Sergio e Lorenza Bravetta hanno ideato un percorso espositivo audace, dove accanto a opere-manifesto dell’Arte povera, come Mappamondo di Michelangelo Pistoletto, figurano le installazioni video di Fabio Mauri, o anche gli autoritratti fotografici di Giulio Paolini e Giuseppe Penone (proprio al suo Rovesciare i propri occhi si ispira la mostra). Se nel 1967 il critico Germano Celant coniò l’espressione “Arte povera” per identificare opere realizzate con materiali essenziali o poco lavorati, in contrasto con la celebrazione merceologica della Pop art, è anche vero che questo ritorno alla materia si espresse attraverso un diverso rapporto tra il corpo dell’artista e i nuovi media. Spesso contaminate con la performance, le sperimentazioni video e fotografiche che costellano la mostra ci appaiono come astri lontani ma ancora incandescenti e in grado di gettare luce sul presente, prefigurando quel che oggi ci sembra inevitabile: la sempre più labile separazione tra corpo e tecnologie – assunte ormai a protesi della nostra persona –, il mondo “rovesciato” in pura immagine.

 

L'Arte Povera alla Triennale di Milano
Foto di @agnese_bedini @dsl__studio © Triennale Milano - IG @Triennalemilano
L'Arte Povera alla Triennale di Milano
Info sulla mostra alla Triennale di Milano

REVERSING THE EYE. FOTOGRAFIA, FILM E VIDEO NEGLI ANNI DELL’ARTE POVERA.
Milano, Triennale (www.triennale.org).
Fino al 3 settembre.

La nascita dell'haute couture

Abbiamo visto come gli artisti furono i veri realizzatori di questa rivoluzione dei costumi, che già a partire dal Settecento vede le grandi corti travolte dalle novità sartoriali create per loro da professionisti dell’arte, gli stessi senza i quali la stampa di settore non avrebbe avuto nessuna speranza di arrivare al grande pubblico. In questa fase l’artista è visto come il deus ex machina di un forte cambiamento sociale legato alla moda. La creatività, il gusto e l’estro sono la base da cui partire per intraprendere questa rivoluzione che riguarderà soprattutto la nascita di una figura fondamentale per le sorti della moda moderna: il couturier.

Figure come Charles Frederick Worth e Paul Poiret rivoluzionarono l’immagine dell'artista così come era inteso fino ad allora: non più al servizio delle corti, ma a servizio della creatività. In un certo qual modo la figura dell’artista couturier rappresentava un ponte tra il sacro e il profano. Il mondo della moda si è rivelato ben presto come il modo più “pop” per l’arte di arrivare a tutti, spesso inconsapevolmente. In poco tempo si passò dalle botteghe degli artisti alle maison. Iniziava così il Novecento in Europa.

Il comune denominatore della mostra, curata da Vittoria Garibaldi e Bruno Corà, è il nero, un colore problematico ma molto caro sia al Perugino che a Burri, l’artista che ha fatto dell’equilibrio tra forma e colore, con una predilezione proprio per il nero e lo scuro, la caratteristica principale della sua poetica.

Dai suoi Catrami del 1949 ai Cellotex del 1968, Alberto Burri intendeva il nero non come mancanza di colore, ma come buio, che permette alla luce di emergere. Sempre attento ai rapporti tonali nelle sue opere, come Rosso, del 1953, metteva in scena la forma, non la materia come molti pensavano in quegli anni, perché «forma e spazio sono le qualità essenziali che contano davvero», diceva. In dipinti come l’Imago pietatis del 1495 circa, prestato dalla Galleria Nazionale dell’Umbria di Perugia, il Perugino colloca le figura su un fondo completamente nero per far risaltare l’incarnato in un modo innovativo per l’epoca. Quest’opera, che è la cimasa della Pala dei
Decemviri conservata nella Pinacoteca Vaticana, è accompagnata da altri quadri importanti del Perugino, come il Ritratto di giovinetto prestato dagli Uffizi. La scelta del nero, come spiega Bruno Corà, non è casuale in due artisti così rivoluzionari: «Il nero è pieno di possibili valenze simboliche. È un colore azzerante e difficile da usare, capace di isolare qualsiasi forma o immagine che gli sia avvicinata, così come la può rendere emblematica. È un colore che suscita molte domande e tocca il sentimento in profondità».

Mostra a Perugia: Burri e Peruginio, le info

NERO. PERUGINO BURRI.
Perugia, Palazzo Baldeschi (corso Vannucci 66, tel. 075- 5734760).