Per comprendere come nasce la moda bisogna fare una prima importante distinzione: la moda e l’abbigliamento sono due concetti diversi. La necessità di “vestirsi” nasce contemporaneamente a quel senso del pudore che è cardine di ogni società occidentale. La moda invece è ben altro. Scaturisce, come spesso accade, all'interno di gruppi benestanti che usano un diverso tipo di vestiario per sottolineare il proprio lignaggio.
Il Medioevo
Questa condizione è tipica del Medioevo, per esempio, quando l’abito iniziò a rappresentare un ruolo sociale. Ben presto, assieme alla “posizione”, l’abito declina anche la tipologia di risorse economiche di chi lo indossa. Probabilmente il gusto aveva ancora un ruolo marginale in questa fase, in cui si prediligeva la volontà di distinguersi dalla gente comune.
Esiste un’immagine evocativa di questo periodo nei Tacuina sanitatis, in cui le donne contadine vengono rappresentate al chiuso, nelle miniature che accompagnano il testo, con vestiti semplicissimi e con tonalità scure, quasi abuliche. Al contrario, in quel periodo le donne che facevano parte della borghesia e della nobiltà venivano rappresentate in ben altri costumi, con abiti di lusso a colori vivi.
Ancien régime
Questo atteggiamento fu poi messo in risalto nel periodo dall’ancien régime, in cui la società doveva essere facilmente riconosciuta nella scala gerarchica. Il lusso dei palazzi reali sottolineava un benessere inarrivabile per la plebe. Lo dimostrano i molteplici ritratti dell’epoca, in cui i membri delle corti apparivano curati in ogni dettaglio estetico, dalle acconciature agli accessori.
Dal canto loro, gli artisti, chiamati a corte per dipingere quell’affresco sociale che erano i nobili delle corti europee, vedevano nell’abbigliamento lo strumento cardine per rendere tangibili le loro rappresentazioni. Come per esempio, il Ritratto di Elisa Bonaparte di inizio 1800, dell’artista francese Marie G. Benoist. Nell’opera, la sorella di Napoleone viene rappresentata con un abito bianco e rifinitura in oro. Una tiara, degli orecchini e un mantello rosso donano definitivamente un’aurea regale alla granduchessa di Toscana.
Lo stile del Settecento, così come appare nelle opere degli artisti di quel periodo, era monotono per quello che riguardava la scelta dei tessuti.
La vera innovazione arrivò con le professioni legate alla moda, le quali prevedevano che, oltre a saper maneggiare i tessuti, ci fossero un estro e una creatività notevoli. Si trattava di una vera rivoluzione culturale, che non poteva svilire quelle novità sociali che in Europa si stavano compiendo tra il Settecento e l’Ottocento.
Una delle protagoniste di questo periodo è certamente Rose Bertin, la modista di Maria Antonietta di Francia. Resta un simbolo della grandeur della corte francese l'opera in cui è ritratta la giovane moglie del Delfino di Francia per mano della brillante pittrice Elisabeth Vigée Le Brun. L’opera non a caso si intitola Maria Antonietta in gran abito di corte, ed è oggi conservato a Vienna presso il Museo Kunsthistorisches. L’artista ritrae Maria Antonietta in uno dei suoi abiti più belli e curati. L’intento è quello di dettare la moda nelle corte europee. Per gli storici dell’arte, lo studio dell’abbigliamento tramite il dipinto è stato di enorme utilità, per esempio per datare un’opera o per approfondire lo studio su una determinata epoca.
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È un’epoca di rivoluzioni, questa. Infatti, di pari passo alle novità in campo artistico, strettamente legate alla moda, nascono le prime riviste specializzate.
Alessio Barchitta Nato nel 1991 a Barcellona Pozzo di Gotto (Messina).
Andrea Barzaghi Nato nel 1988 a Monza.
bn+BRINANOVARA Giorgio Brina, nato nel 1993 a Milano; Simone Novara nato nel 1994 a Milano.
Andrea Bocca Nato nel 1996 a Crema (Cremona).
Giuditta Branconi Nata nel 1998 a Sant’Omero (Teramo).
Nina Carini Nata nel 1984 a Palermo.
Martina Corà Nata nel 1987 a Como.
Michele D’Agostino Nato nel 1988 a Benevento.
Roberto de Pinto Nato nel 1996 a Terlizzi (Bari).
Marco Emmanuele Nato nel 1986 a Catania.
Luca Grimaldi Nato nel 1985 a Roma.
Rebecca Moccia Nata nel 1992 a Napoli.
Ismaele Nones Nato nel 1992 a Trento.
Eric Pasino Nato nel 1997 a Vercelli.
Stefano Perrone Nato nel 1985 a Monza.
Giuliana Rosso Nata nel 1992 a Chivasso (Torino).
Giorgio Salvato Nato nel 1984 a Vimercate (Milano).
Lena Shaposhnikova Nata nel 1990 a Irkutsk, Russia.
Alessandro Sicioldr Bianchi Nato nel 1990 a Tuscania (Viterbo).
Eltjon Valle Nato nel 1984 a Kuçovë, Albania.
«Dimentica i pieni, cioè le figure, e guarda la perfezione delle forme dei vuoti. Impara a leggere i quadri antichi prescindendo dalla forma e imparerai a trovare gli stessi valori nei quadri moderni che all’apparenza non hanno un rapporto naturalistico».
Queste parole pronunciate da Afro (1912-1976) di fronte alla Pala di Brera, il capolavoro di Piero della Francesca, testimoniano una relazione profonda con “el monarcha de la pittura”, come l’aveva definito il matematico Luca Pacioli: un maestro riscoperto dal Novecento grazie alla rilettura di Roberto Longhi che lo ha reso un punto di riferimento imprescindibile rispetto al nuovo corso della pittura italiana che rintracciava nel Primitivismo la propria origine. Carrà, De Chirico, Casorati, Campigli sono solo alcuni degli artisti che hanno rivolto il loro sguardo verso Piero. Nel caso di Afro la situazione è differente e nemmeno negli anni giovanili si riscontra un omaggio diretto al maestro rinascimentale. La sua tuttavia è una relazione intellettuale profonda che va oltre il citazionismo. Fondamentalmente, Afro sa cogliere nell’opera di Piero l’assoluto equilibrio formale che sconfina nell’astrazione, «individuando», come scrive Marco Pierini, «nelle pause e nei silenzi il contrappeso necessario per le figure». Proprio il direttore della Galleria nazionale dell’Umbria ha curato, con il coordinamento scientifico di Alessandro Sarteanesi, Afro. Dalla meditazione su Piero della Francesca all’Informale, la mostra (dedicata allo storico dell’arte Marco Vallora recentemente scomparso) organizzata dalla Fondazione Guido d’Arezzo in collaborazione con l’Archivio Afro e Magonza, proposta sino al 22 ottobre alla Galleria comunale d’arte moderna e contemporanea di Arezzo adiacente alla Chiesa di San Francesco che di Piero conserva il celebre ciclo delle Storie della vera croce. Si tratta di un progetto con oltre quaranta opere che ha il merito di fare luce, attraverso una serie di testimonianze inedite, sulla ricerca compiuta dall’artista friulano negli anni ’30 e ’40, meno conosciuta rispetto alla svolta degli anni ’50 che lo consacrò tra i protagonisti internazionali dell’astrattismo. Tuttavia, come emerge dalla rassegna, non ci sono due Afro. Il filo rosso unificante è la pittura di luce, come scrive Cesare Brandi: «Il periodo figurativo ha formato quell’humus, come si dice di un bosco, da cui ha potuto venire la sicurezza straordinaria del periodo astratto, gli ha potuto dare questa certezza assoluta, questo impasse di colori, queste toppe che non sono toppe ma sono trasmissioni cromatiche attraverso il filtraggio della luce, che è stata la sua grande trovata figurativa».
I maestri classici sono fondamentali nella formazione del giovane Afro che rielabora il tonalismo veneto, in particolare la luminosità e la trasparenza di Giambattista Tiepolo. Ma nel 1930 quando vince la borsa di studio della Fondazione artistica Marangoni a Udine, si cimenta con un’opera di particolare complessità come il Cristo morto di Mantegna, dimostrando un’attenzione al recupero della tradizione figurativa quattro-centesca che proprio allora animava il dibattito nazionale. Non manca poi un interesse per gli artisti spagnoli tra cui El Greco e Velázquez che si svilupperà verso la fine degli anni ’30. La pittura figurativa di Afro poi ha il merito di tenersi debitamente lontana dalla retorica fascista o dalla celebrazione dell’antica Roma. Preferisce muoversi intorno a temi di fan- tasia che esaltano la decorazione, come avviene a Rodi dov’era stato chiamato da Brandi a realizzare una serie di opere per l’Albergo delle Rose e Villa dei Profeti. Tra questi spiccano le Stagioni, quattro raffigurazioni allegoriche che per la prima volta sono esposte in una mostra pubblica. È il racconto di un tempo mitico dove le fughe coloristiche di Afro anticipano la sua fase successiva in un perma- nente dialogo con la storia dell’arte.