Un artista talmente innamorato del corpo femminile da farne l’origine di tutto il suo mondo. È l’inedita lettura dell’opera di Lucio Fontana (Rosario di Santa Fé, 1899 – Comabbio, Varese, 1968) proposta da Sergio Risaliti, direttore artistico del Museo Novecento di Firenze che, sotto l’egida dello scandaloso dipinto di Gustave Courbet L’origine du monde (1866), distribuisce su due piani delle ex Leopoldine 88 opere del maestro italo-argentino.
«Fare dell’arte è una delle manifestazioni dell’intelligenza dell’uomo; difficile stabilirne i limiti, le ragioni, le necessità».
Così scriveva Fontana nel 1953, in occasione della mostra alla Galleria del Naviglio. Un’indagine, per quanto ardua, delle ragioni, delle necessità e perfino dei limiti (sempre che ve ne siano) dell’arte di Fontana è quanto si prefigge la mostra al museo fiorentino, che, spiega Risaliti, apre a nuove interpretazioni «individuando la genesi degli Ambienti spaziali, dei Concetti spaziali e delle Nature nella stretta relazione tra creazione artistica, procreazione e nascita della vita nell’universo: l’eros, insomma, inteso come forza generatrice della vita umana e del cosmo. Eros sempre in bilico tra l’alto del mondo platonico e il basso materialismo delle funzioni sessuali».
All’ingresso della mostra, a marcare simbolicamente la cesura tra l’opera di Lucio Fontana e la tradizione del Novecento italiano, troviamo una scultura di Arturo Martini del 1935, già nella Collezione Alberto Della Ragione, che fa da trait d’union con la sezione tematica permanente Nudi. L’universo femminile (con opere tra gli altri di Felice Casorati, Marino Marini e Mario Sironi).
Sergio Risaliti, che ci accompagna nella visita, fa notare come questa donna che guarda lontano con un’espressione rapita, il capo leggermente reclinato all’indietro come a presagire un segno dal cielo, simboleggi lo stupore di fronte alla svolta rivoluzionaria impressa da Fontana all’arte del XX secolo: l’Attesa di Martini funge dunque da preludio all’Attesa espressa da Fontana nei suoi Concetti spaziali. Comunemente definiti Tagli, i Concetti spaziali, Attese sono le opere più iconiche e celebri di Fontana. Attraverso un’azione rapida e diretta, l’artista taglia la tela con una lama affilata, tracciando sulla superficie uno o più segni, che aprono letteralmente la strada alla terza dimensione: uno spazio “oltre” che modifica la natura stessa dell’identità dello spazio pittorico.
Come nota Giulio Carlo Argan nel 1960: «Quel taglio o quei tagli cadono sempre nel punto giusto, ubbidiscono alla necessità di rompere il piano perfetto come se la materia, portata al limite ultimo della rarefazione, volesse recuperare, in quell’incidente, il senso della realtà della propria esistenza: e infatti quel taglio è solco, della terra o della donna, lo stesso che mette in comunicazione la superficie, terrestre od umana che sia, con la spazialità profonda, imperscrutabile della creatività del cosmo. Dal limite ultimo dello spazio e del tempo, del determinato e dell’indeterminato, l’artista si volge indietro, perché ormai lo spazio che lo attrae non è più il cielo ma il profondo».
La mostra mette subito a confronto l’energia estetica di questi lavori con una sfrontata galleria di disegni erotici, realizzati a inchiostro su carta, che, quanto a schiettezza e audacia, non hanno nulla da invidiare alla “scandalosa” rappresentazione del corpo femminile fatta da Auguste Rodin nei suoi disegni “segreti”, pubblicati nel 2017 per la prima volta da Rizzoli nella raccolta Rodin. I disegni proibiti.
Figura e astrazione, forma assoluta e contatto con la materia sono le polarità attorno alle quali ruota la rassegna fiorentina, che, avvalendosi del prestito di numerosi lavori della Fondazione Lucio Fontana, documenta la costante tensione sperimentale che caratterizza la ricerca dell’artista. Figure più tradizionali, donne malinconiche, pensose, colte nei momenti di intimità casalinga, in gesso (Maternità, 1926) o in terracotta (Nudo femminile seduto, 1940), si alternano a costellazioni di forme archetipiche che evocano continuamente il cerchio, la spirale, l’uovo, l’embrione, il seme, nel disegno (Ambiente spaziale, 1949), nella pittura (Concetto spaziale, 1962), nel rame laccato (Multiplo pillola, Concetto spaziale, 1967) o nel bronzo (Concetto spaziale, Natura, 1959-60). Grosse sfere irregolari con profondi buchi o tagli, ammassi di materia compatta e carica di energia, le Nature sono un simbolo di fecondità e celebrazione della vita. In queste figure, che interrogano il mistero dell’essere dell’uomo sulla terra e nel cosmo, il rapporto erotico con la materia diviene ancora più esplicito, come scrive Argan: «Siamo al mito ctonio, alle origini, dove la forma steatopigia della prima donna si confonde con quella del seme».
Nel frattempo anche la visione della malattia e della medicina stavano cambiando, soprattutto nel resto d’Europa. Ne abbiamo traccia di nuovo nei dipinti del periodo. Rembrandt dipinse, proprio subito dopo la fine della pestilenza, il famoso Lezione di anatomia del dottor Tulp nel 1632. Per la prima volta la morte veniva rappresentata diversamente. La curiosità del mondo scientifico è racchiusa nell’opera stessa. Rembrandt fu scelto, appena ventiseienne, dalla corporazione dei medici di Amsterdam. Vi viene rappresentata una lezione del professor Nicolas Tulp, titolare della cattedra di anatomia. Era questo il periodo di una vera riforma culturale, sociale, ma soprattutto scientifica in particolare nei Paesi Bassi e in Nord Europa. Molto significativo in questo senso, e in piena contrapposizione con l’iconografia del secolo precedente, è l’opera dell’olandese Jan Steen intitolata The Lovesick Maiden. In questo dipinto, datato 1660, il malato è circondato dall’affetto della sua famiglia e dal medico che diventa la chiave di volta per comprendere e combattere la malattia. Saranno molti i dipinti in cui la figura dello scienziato è protagonista della tela. Si inaugura così una fase della storia dell’arte figurativa, in cui il medico è una figura centrale soprattutto nel rapporto con il paziente. L’espressione e la gestualità riprodotta nell’opera costituiscono un decisivo supporto all’analisi storico-scientifica.
Anche gli artisti del resto d’Europa offrirono la propria interpretazione del rapporto fra la malattia e la scienza, rappresentata sempre dalla figura del dottore. Una delle incisioni più significative è Doctor Schnabel von Rom, dell’artista tedesco Paul Fürst. Nell’opera, attualmente al British Museum di Londra, viene rappresentato, con dovizia di particolari, l’abbigliamento del temutissimo medico della peste utilizzato in Europa dal 1630 in avanti. Passata la paura per le epidemie che avevano flagellato l’Europa del Seicento, la medicina e l’evoluzione scientifica entrarono nella cultura e nelle opere d’arte di mezza Europa. Molto significativo è il dipinto di Pietro Longhi intitolato Il farmacista e datato 1752. È la conferma che dopo anni di morte e distruzione gli intellettuali europei guardavano alla scienza come unica fonte di speranza per trovare una soluzione alle epidemie. È l’evoluzione, la resilienza degli uomini e delle donne che ora si affidano alla scienza più che al misticismo religioso. Nel 1753 l’artista napoletano Gaspare Traversi realizza un’opera in chiave caravaggesca intitolata L’operazione. L’artista coglie il momento in cui il protagonista non è più il ferito ma il dottore che lo soccorre e lo aiuta con la fede nella scienza. L’espressione del medico è sicura e attenta. È il segnale di una rinnovata fiducia verso la medicina. Il trend continua per tutto l’Ottocento con la raffigurazione di scene di sofferenza ma anche di rinnovata speranza. Nel 1894 Demetrio Cosola raffigura l’arrivo del vaccino con l’opera intitolata La vaccinazione nelle campagne. Il medico è circondato da madri e da bambini di cui prontamente si prenderà cura. È un’immagine verista molto intensa che si rifà ad una vicenda reale, Chivasso, sua città natale, fu il primo comune a istituire in Piemonte la vaccinazione obbligatoria. Qualche anno dopo, un quindicenne di nome Pablo Picasso disegna Scienza e carità. L’opera, tipico esempio di realismo spagnolo, è attualmente conservata al Museo Picasso di Barcellona. I protagonisti raccontano una forte antitesi tra la scienza, rappresentata dal medico, e la religione cattolica, personificata dalla suora al capezzale della donna malata. Una contrapposizione forte, sentita soprattutto nei Paesi del Sud dell’Europa a maggioranza cattolica.