La mostra-mercato milanese ha rinunciato ai toni velleitari di un tempo e si presenta sobria nella sua costruzione essenziale. Come lo scorso anno, i nuclei tematici sono ridotti a tre, rendendo più agevole il percorso dello spettatore, che evita di venire sommerso da messaggi contraddittori e spesso fuorvianti. Questa volta distrarsi è quasi impossibile e persino i dibattiti e le conversazioni sono stati spostati alla Triennale, che durante i giorni della fiera ospita Miart live.
In fiera si entra da Emergent con le nuove proposte, una sezione che, a dire il vero, a Miart non ha mai brillato, per poi trovarsi in Established, la lunga carrellata dedicata alle gallerie di moderno e contemporaneo italiane e straniere. Al centro del percorso Decades, ottimo progetto che funziona come una macchina del tempo dove, attraverso dieci gallerie selezionate, si percorre un secolo passando da Oscar Ghiglia, il raffinato pittore toscano d’inizio Novecento ancora accessibile al di sotto dei 20mila euro proposto da Società di Belle Arti di Viareggio, per giungere allo scozzese Jim Lambie di scena da Franco Noero, con le sue sculture psichedeliche e stranianti in vendita a cifre che partono dai 30mila euro.
Nell’ambito di Decades s’incontrano affari di tutti i tempi per tutte le tasche, con Gio Ponti e Richard Ginori; Regina e Jacques Villeglé; Ugo Mulas e Pietro Consagra. Il panorama del mercato è comunque profondamente cambiato rispetto a sei anni fa, quando per incassare bastavano i pesi massimi con Lucio Fontana, Alberto Burri, Piero Manzoni, Enrico Castellani e Paolo Scheggi, che viaggiavano a cifre siderali, comprese tra 700mila e 3 milioni di euro. Ora il range si è molto abbassato e i collezionisti solo in rare occasioni si spingono oltre i 50-60mila euro, costringendo le gallerie a reinventarsi. Di fronte a un sistema sempre più parcellizzato, tra gli italiani sono molte le occasioni di riscoperte in un contesto dove si aprono prospettive in ambiti per lungo tempo mortificati, come quello dell’astratto-informale che oggi celebra Piero Dorazio. Ma i collezionisti avveduti sanno bene che si attende la riabilitazione anche di Antonio Sanfilippo, Giulio Turcato e Achille Perilli. Il ritorno esplosivo della pittura favorisce i giovani, così come i tanti rimasti per anni all’opposizione come Aldo Mondino, Aldo Spoldi, Cesare Tacchi, Tano Festa, Franco Angeli e Sergio Lombardo. Del resto, la sensazione che ci sia gran fermento lo dimostra il boom di Salvo, passato in cinque anni da 8mila a 70mila euro.
Sempre un po’ in disparte, è ancora estremamente favorevole la scultura, con Mauro Staccioli, Giuseppe Uncini, Giuseppe Spagnulo, Luigi Mainolfi che attendono il riscatto. Miart infine rende omaggio a due artisti recentemente scomparsi, Gianfranco Baruchello e Piero Gilardi, destinati a incrementare i loro prezzi.
Il panorama è comunque molto più vasto, in una manifestazione dove a fare da capofila sono i grandi nomi del gotha internazionale con William Kentridge, Kiki Smith, Anish Kapoor, Gilbert & George, Antony Gormley, Elmgreen & Dragset. Ma per realizzare un buon investimento al di fuori del mainstream conviene privilegiare l’ambiguità, lo stupore, l’originalità e gli aspetti controversi di un’arte che sfugge ai canoni.
Insieme a Miart, la stagione primaverile delle fiere milanesi è caratterizzata da Mia-Milano image art fair e (Un)fair. Svoltasi dal 23 al 26 marzo, Mia è la più prestigiosa mostra-mercato italiana esclusivamente dedicata alla fotografia, in grado di coinvolgere oltre 100 espositori di cui il 30% provenienti dall’estero. Creata nel 2011 dal collezionista Fabio Castelli, ha avuto il merito di professionalizzare un settore dove si possono ancora realizzare ottimi affari partendo da 2-3 mila euro. Accanto ai maestri classici come Gabriele Basilico, Franco Fontana o Mario Giacomelli, la fiera è attenta ai fenomeni emergenti e agli aspetti multidisciplinari di un’indagine che dialoga con scultura, installazione, pittura e video, come emerge da Beyond photography, una delle sezioni più apprezzate. (Un)fair si rivolge alla nuova generazione di collezionisti ed espositori promuovendo ricerche underground che spesso rimangono ai margini del sistema ufficiale, come la Street art, l’Art brut, il fumetto o l’illustrazione. Non mancano progetti che si animano solo in rete, autodidatti o veri e propri outsider. Alla seconda edizione, andata in scena dal 3 al 5 marzo, opere a partire da 500 euro.
Questo approfondimento è tratto dal n. 596 di Arte. La rivista di arte, cultura e informazione è acquistabile in edicola o sul sito di Cairo Editore.
È il Maestro Ercole Pignatelli con l’opera Bosco magico (2016, particolare) il protagonista di copertina del CAM 57: ne scrivono Fortunato D’Amico, profondo conoscitore dell’artista, e Giovanni Faccenda, curatore del nostro Catalogo.
Nella prima parte, come tradizione, alcuni approfondimenti: la Divina Commedia nell’immaginario artistico dal 1400 ad oggi, di Claudia Trafficante; l’Italia vista dagli artisti nei decenni successivi all’Unità, di Daniela Brignone; il rapporto tra moda e fotografia visto da Alessia Locatelli; Celant, Christo, Daverio, Gastel, Mari nel ricordo di uno dei più grandi galleristi italiani, Massimo Minini; Malisa Longo scrive di Arte ed erotismo, seguono Arte e Agenda ONU 2030, di Valentina Maggiolo; Il coprifuoco dell’Arte, di Andrea De Liberis; Dal Futurismo al Covid, di Lia Bronzi.
Come sempre, la prima sezione dell’annuario presenta venti Grandi Maestri selezionati dal curatore, tra cui Boccioni, Burri, De Chirico, Fontana, Modigliani, Rosai, Sironi e altri, con le aste più importanti dell’ultimo anno.
La seconda sezione presenta oltre 900 artisti confermando quanto il Catalogo sia apprezzato e seguito grazie alla struttura efficace e consolidata: le schede degli artisti in ordine alfabetico, le quotazioni, le esposizioni, le aste, le note biografiche, le opere. Le pagine a colori e i dossier tematici – tra cui “Fotografia” e “Arte Plastica” – confermano il ruolo del Catalogo come indispensabile strumento di promozione e di consultazione.
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Il percorso si dipana dal piano nobile e riunisce 72 opere scelte tra le circa mille che compongono la raccolta. La sezione iniziale, God save the Queen, si apre con la prima opera acquisita da Patrizia Sandretto, 1000 names di Anish Kapoor del 1983, scultura di piccole dimensioni caratterizzata dall’uso del pigmento rosso, decisamente più minimale delle odierne “muscolari” creazioni dell’anglo-indiano. Dopo questo inizio anni Ottanta, ci si immerge nella Londra del decennio successivo – luogo e momento di origine della collezione e periodo “mitico” per l’arte contemporanea, passaggio fondante per molta arte successiva: tra vanitas, memento mori e altri temi, si incontrano tra l’altro le tele popolate di farfalle di Damien Hirst, i ritratti capovolti di Glenn Brown, i perturbanti tableaux di Sarah Lucas.
La tappa successiva (ogni sezione occupa una sala, in una scansione ben leggibile) si intitola Art matters. Qui, l’artista contemporaneo viene indagato come un moderno alchimista, impegnato nella sperimentazione sempre più varia e complessa sui materiali. Un’opera-simbolo in questo senso è la scultura che produce schiuma di David Medalla, ma ci sono anche i quadri “all’uncinetto” di Rosemarie Trockel e i “frottage/trasferelli” di Rudolf Stingel, come li definisce scherzosamente Galansino.

L’arte di casa nostra è invece protagonista di Made in Italy, un “all star” di artisti italiani odierni celebri anche all’estero: Vanessa Beecroft, Lara Favaretto, Paola Pivi, Roberto Cuoghi e, il più presente come numero di opere, Maurizio Cattelan. «Oltre che di artisti italiani», commenta il curatore, «qui si parla molto dell’Italia: le Brigate Rosse, l’immigrazione, gli attentati mafiosi di inizio anni Novanta... Generalmente con un tono pop-ironico, ma consapevole della drammaticità dei temi».
Nella sala Identities il filo conduttore è la necessità di riappropriarsi di sé e di reinventarsi nella società di massa avanzata, attraverso le opere di Cindy Sherman, Shirin Neshat, Barbara Kruger. A sua volta Places getta uno sguardo sulla fotografia contemporanea concentrandosi sulla scuola di Düsseldorf; Bodies testimonia invece del ritorno alla figurazione in scultura e in pittura, partendo da precursori come Charles Ray e giungendo ai più giovani. «Anche qui, il taglio è decisamente politico, in particolare nei lavori di Andra Ursuta e Lynette Yiadom-Boakye – i dipinti di quest’ultima ci parlano dell’assenza dei corpi di colore nella storia dell’arte».
In parallelo, nella dinamica di continui flussi e riflussi che caratterizza il contemporaneo, c’è anche il ritorno all’astrazione evidenziato nella sezione Abstractions che comprende innovatori come Tauba Auerbach, Wayde Guyton, Albert Oehlen, Cecily Brown, ma anche la fotografia di Wolfgang Tillmans. Più immaginifica l’atmosfera della sezione Mythologies, così raccontata da Galansino: «Sembra, per certi versi, una mostra a parte: nell’installazione di Adrian Villar Rojas, nell’enorme Sirena di Thomas Schütte si crea un’archeologia di un futuro da film di fantascienza con corpi contaminati, corrotti dal tempo, anzi catalizzatori del tempo». In questa sezione anche Giulia Cenci (vincitrice del Premio Cairo 2022).