Presentando la mostra, Anar Alakbarov, Direttore dell’Heydar Aliyev Center, ha evidenziato la lunga tradizione del Centro di presentare opere di scultori importanti, esprimendo la fiducia che la mostra catturerà i visitatori ed esprimendo la propria gratitudine a Gianfranco Meggiato. L’esposizione è curata da Amina Melikova, Direttrice del Dipartimento di organizzazione eventi ed esposizioni presso l’Heydar Aliyev Center.
“Questo straordinario Centro Culturale che ospita la mostra – sottolinea Gianfranco Meggiato – con le sue forme fluide e armoniche, definito “l’incredibile trasformazione dell’Arzebaijan”, ha reso tangibile un sogno, quello di modernizzazione di un Paese. E rendere visibili i sogni, ispirare e materializzare ciò che si riteneva impossibile, è una delle grandi possibilità dell’arte in tutte le sue forme: è per questo che l’architettura avveniristica e sognatrice di Zaha Hadid e le mie sculture condividono gli stessi ideali e sono in perfetta sintonia. Ringrazio di cuore il direttore dell’Heydar Aliyev Center, Anar Alakbarov, la curatrice e direttrice del Dipartimento Eventi, Amina Melikova per avere voluto ospitare le mie sculture e la Città di Baku per l’eccezionale accoglienza”.
Gianfranco Meggiato, scultore di origini veneziane, dal 1998 partecipa ad esposizioni in Italia e all’estero e ad eventi internazionali.
È ospite, nei padiglioni nazionali, a due edizioni della Biennale di Venezia (2011, 2013). L’artista modella le sue sculture ispirandosi al tessuto biomorfo e al labirinto, che simboleggia il tortuoso percorso dell’uomo teso a trovare sé stesso e a svelare la propria preziosa sfera interiore. Meggiato inventa, così, il concetto di “introscultura”, in cui lo sguardo dell’osservatore viene attirato verso l’interiorità dell’opera, non limitandosi alle sole superfici esterne. Cercando di realizzare complicate forme astratte, sceglie non tanto di scolpire la pietra, ma modellare la morbida e fluida cera d’api, per poi fondere a cera persa. Utilizzando la più antica tecnica di fusione del mondo, crea un proprio stile riconoscibile e contemporaneo.
Dal 2017 Gianfranco Meggiato realizza opere urbane e installazioni di grande potenza e nello stesso anno ha ricevuto il Premio Icomos-UNESCO “per aver magistralmente coniugato l’antico e il contemporaneo in installazioni scultoree di grande potere evocativo e valenza estetica”.
Sue mostre sono state allestite, negli anni, in diverse città italiane e in varie parti del mondo: Canada, Gran Bretagna, Danimarca, Germania, Belgio, Olanda, Francia, Austria, Svizzera, Spagna, Portogallo, Principato di Monaco, Ucraina, Russia, India, Cina, Emirati Arabi, Kuwait, Corea del Sud, Taipei, Australia, Londra, Montecarlo, Singapore e in diverse città degli Stati Uniti.
Si susseguono, ebbre di estro, alcune eccentriche apparizioni antropomorfe (La poltrona del principe, 2010) che risvegliano repentinamente nella memoria una serie di stravaganti ritratti – se proprio così li vogliamo definire – realizzati da Armodio fra il 1982 e il 1983, a testimonianza di un organico itinerario espressivo e di una fase evidentemente estesa oltre quella corrente. Arduo, davvero, aggiungere altro. Ma non certamente per Armodio, a giudicare da taluni magistrali dipinti che egli ha portato a compimento nei suoi cicli creativi pirecenti. L’incantesimo non si è rotto; prosegue, al contrario, esibendo i frutti di una stagione mirifica e di un’urgenza che continuerà a stimolare questo impareggiabile pittore – è sicuro – in tutte le sue operose giornate a venire.
Gianfranco Meggiato – Linee dell’Invisibile (Görünməyənin cizgiləri)
Maggio 2024 / 26 ottobre 2024
BAKU. Centro Culturale Heydər Əliyev
Curatrice Evento: Amina Melikova
Catalogo: Editoriale Giorgio Mondadori
Leone d'oro alla carriera: Nil Yalter
Il curatore Adriano Pedrosa e il presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco premiano per la sua opera pionieristica Nil Yalter (1938), artista turca nata al Cairo in Egitto e trasferitasi a Parigi. Al cuore della sua poetica sono le tematiche legate al femminismo e all’immigrazione.
Leone d'oro alla carriera: Anna Maria Maiolino
Nata a Scalea, in Calabria, nel 1942, emigrata in Venezuela e poi stabilitasi a San Paolo del Brasile, Anna Maria Maiolino (1942) viene premiata da Pietrangelo Buttafuoco per una produzione multimediale (pittura, silografia, scultura, video) incentrata sulla ricerca delle radici.
L’intenzione di coinvolgere lo spettatore in un viaggio straniante e visionario appare evidente sin dal grande murale che copre interamente la facciata del Padiglione Centrale ai Giardini. A realizzarlo con forme e cromatismi dichiaratamente naïf è il collettivo brasiliano Mahku che descrive in chiave mitologica il passaggio dal continente asiatico a quello americano dove il tradimento dell’uomo nei confronti degli animali e della natura ha come conseguenza la frammentazione dei popoli. Ma sono molti i lavori dove si fatica a superare la dimensione artigianale o puramente descrittiva, come avviene per i paesaggi lenticolari dell’australiana Marlene Gilson, per le edulcorate figure femminili ricoperte da motivi maya della guatemalteca Paula Nicho o per le infantili descrizioni della schiavitù proposte dall’afro-messicana autodidatta Aydeé Rodríguez López. Più raffinata La Chola Poblete cui la giuria ha assegnato una menzione speciale. L’artista argentina ha immaginato un universo onirico con esseri ibridi, narrazioni leggendarie e vergini con le trecce, interpretabili come suoi autoritratti. Esce dalle convenzioni accademiche anche il brasiliano Dalton Paula con la serie di ritratti dedicati a personaggi di colore impegnati nei movimenti di resistenza antischiavista, ricoperti da un dripping bianco che rende le fisionomie sfocate, come se non fossero state ancora completamente riconosciute. Assai più noto Salman Toor, pakistano trasferito a New York, che dà vita a scene di violenza urbana filtrate da un verde saturo in rappresentazioni grottesche, dove appare evidente la lezione classica con personaggi ispirati da Antoon van Dyck e Caravaggio.
Ha come punto di riferimento l’Espressionismo tedesco di Ernst Ludwig Kirchner l’americano Louis Fratino che descrive la vita quotidiana queer in opere poste in dialogo con quelle di Filippo de Pisis. La relazione però risulta stonata in quanto mancano riferimenti linguistici appropriati. Come spesso accade in mostra, si compiono letture forzate e il rapporto tra Fratino e il maestro ferrarese è motivato dalla loro comune omosessualità, come se gli orientamenti avvicinassero i loro stili. Appare filologicamente più appropriato l’accostamento tra la trentanovenne Giulia Andreani, veneziana che vive a Parigi (tra i 20 artisti selezionati per il Premio Cairo 2016), e l’inglese Madge Gill, scomparsa nel 1961 all’età di settantanove anni, una scoperta di straordinario interesse. Sebbene le due artiste appartengano a epoche differenti, Andreani, attraverso i suoi grandi acquerelli, rivela le tracce frammentarie della memoria sepolta negli archivi mettendo in risalto la lotta delle donne per l’emancipazione. Al centro di una delle sue opere compare proprio il ritratto di Gill. Il lavoro di quest’ultima prende spunto da un’esperienza medianica ed è animato da enigmatici volti femminili (li si può leggere come autoritratti emozionali), scale vertiginose e piani a scacchiera che sembrano susseguirsi all’infinito. La sua Crucifixion of the soul del 1936 si snoda per dieci metri su tessuto di calicò conducendo a uno dei motivi dominanti dell’intera esposizione, ovvero l’uso del materiale tessile. Come sottolinea Pedrosa, tale tecnica rivela «un interesse per l’artigianato, la tradizione e il fatto a mano, così come per aspetti che, nel più ampio campo delle belle arti, sono stati a volte considerati estranei». Anche in questo ambito lo spettatore rischia di confondere scendiletti della nonna privi di poetica con opere di autentica ispirazione.