Bruno Munari: chi è stato

Se l’arte sa essere invenzione, gioco, fantasia e immaginazione nel senso pieno del termine, Bruno Munari (Milano 1907-1998) è stato una delle figure che più di tutti, almeno in Italia, hanno saputo esprimerla in una prospettiva internazionale (l’ultima antologica si è inaugurata a gennaio in Uruguay al Maca). Tra design, ricerca, grafica editoriale, bricolage, pedagogia, una rassegna ora alla Fondazione Magnani Rocca, a cura di Marco Meneguzzo e Stefano Roffi, indaga l’avventura estetica di Munari: dagli esordi futuristi alle sperimentazioni concrete e cinetiche, fino alle proiezioni astratte, indagando il suo modo di pensare e ricostruendo il cosiddetto “metodo Munari”.

Il metodo Bruno Munari alla Fondazione Magnani Rocca
courtesy Studio Esseci, tutti i diritti risercati alla Maurizio Corraini s.r.l.
Alfabeto Lucini, 1984, sculture a tecnica mista

Dalle “macchine inutili” alle collaborazioni con grandi aziende come Einaudi, Olivetti, Campari o Pirelli, Bruno Munari ha declinato la poetica della ricostruzione dell’Universo di ascendenza futurista in modi più funzionali al concetto di arte e invenzione creativa, in cui il progetto e l’idea diventano essi stessi macchinari estetici, come dimostrano i suoi insegnamenti al Mit (Massachusetts Institute of Technology di Cambridge negli USA) o i laboratori di didattica per l’infanzia, dove l’esperienza artistica è verificata, messa alla prova, testata prima ancora che diventi stile, moda, tendenza.

Il metodo Bruno Munari alla Fondazione Magnani Rocca
courtesy Studio Esseci, tutti i diritti risercati alla Maurizio Corraini s.r.l.
Zizì, 1952, filo di rame e gomma piuma, casperlarte, fondazione Paolo Minoli, Cantù
Cosa sognano gli artisti

Pittura proiettata e polarizzata, proiezioni cinematografiche con luci, suoni e colori, scultura da viaggio, rotori, fino a grandi sculture in acciaio, libri illeggibili, design industriale, i negativi/positivi: tutta l’attività di Munari sembra incarnare il pensiero per cui «il sogno dell’artista è comunque quello di arrivare al Museo, mentre il sogno del designer è quello di arrivare ai mercati rionali», ovvero fare entrare le pratiche dell’arte nel sistema di vita delle persone più che in quello dell’astratta musealizzazione. Potremmo definirlo un dadaista di arte applicata alle esigenze della modernità, un inventore di paradossi visivi e funzionali allo stesso tempo, o più semplicemente riprendere quanto scrisse di lui Gillo Dorfles (col quale Munari aveva condiviso nel 1948 le fasi formative del Movimento di Arte concreta), il più longevo e brillante studioso italiano di estetica, kitsch, arte e moda del XX secolo:

«Lui non era né un pittore, né un designer, né un pedagogo, ma era tutte queste cose insieme, e tale caratteristica lo rende un caso unico non solo nel panorama italiano, ma anche in quello mondiale».

Il costante attraversamento dei linguaggi da parte di Munari lo contraddistingue come un ricercatore nel vero senso della parola, con una visione ben precisa: cambiare il modo con cui ognuno si avvicina alle proprie esigenze quotidiane e ai desideri inconsci, liberati dalle sue opere in modo ironico, spensierato, come solo Fausto Melotti (1901-1986) e Alexander Calder (1898-1976) hanno saputo fare, pur se quasi esclusivamente nell’ambito della scultura. Di qui il taglio scientifico trasversale della mostra che vuole affermare che l’opera senza l’uomo, l’oggetto senza il progetto, la forma senza l’uso, la teoria senza la pratica, la scrittura senza il libro non erano direzioni neanche concepibili da parte di Munari. La sua attività è riuscita a rendere permeabili quei confini, secondo un metodo di interventi che non hanno codificato regole bensì inventato un linguaggio, tanto che potremmo considerare la sua stessa opera, in tutta la poliedrica estensione, il suo più completo libro della vita.

Il metodo Bruno Munari alla Fondazione Magnani Rocca
courtesy Studio Esseci, tutti i diritti risercati alla Maurizio Corraini s.r.l.
Buccia di Eva, 1929-30, tempera su tela, 80x205
La mostra di Munari alla Fondazione Magnani Rocca: le info

BRUNO MUNARI. TUTTO.

Mamiano di Traversetolo (PR)

Fondazione Magnani Rocca (tel. 0521-848327)

Dal 16 marzo al 30 giugno.

Scopri le altre mostre di Marzo, di Aprile e di Maggio.

TORINO. “Amore e Psiche” di Antonio Canova, ma nella versione tatuata urbana e contemporanea di Fabio Viale (Cuneo, 1975), è tra le opere esposte fino al 9 gennaio 2022 nella mostra “In between”, allestita ai Musei Reali di Torino in collaborazione con la Galleria Poggiali. “È un segno tribale metropolitano contemporaneo”, spiega l’artista piemontese, già vincitore del Premio Cairo nel 2014, virtuoso del marmo che trova nel tatuaggio il suo mondo per traghettare la storia della scultura nelle carnalità dei nostri tempi.

Il metodo Bruno Munari alla Fondazione Magnani Rocca
courtesy Studio Esseci, tutti i diritti risercati alla Maurizio Corraini s.r.l.
Forchetta parlante, 1958, forchetta metallica, casaperlarte, fondazione paolo minoli, Cantù.