La pittura murale di Afro si sviluppa lungo oltre due decenni durante i quali emerge la personalità di un artista in grado di sviluppare la propria indagine sul piano ambientale. La mostra si concentra su una vicenda travagliata che ha coinvolto il complesso urbanistico dell’EUR dove nel 1942 avrebbe dovuto svolgersi l’Esposizione Universale di Roma (E42) sospesa a causa della guerra. Afro aveva il compito iniziale di realizzare un affresco sulle Attività umane e sociali trasformato poi in un grande mosaico di ben 73 metri. Di quell’esperienza rimane un grande bozzetto lungo oltre tre metri proposto in mostra che si caratterizza per un’adesione al linguaggio sei-settecentesco senza alcun intento celebrativo. Successivamente Afro ha realizzato grandi cartoni allegorici alti sei metri che sono stati restaurati per l’occasione con il contributo di Magonza e Galleria dello Scudo dove compaiono le allegorie dell’Arte al centro e della Fisica e della Chimica ai due lati. Anche in questo caso Afro resiste alle pressioni del regime e si concentra su forme semplificate, persino androgine risolte con una monocromia minimale. Sedici anni dopo, in un clima culturale completamente diverso, con Afro all’apice del successo (nel 1956 aveva vinto il Premio alla Biennale di Venezia come miglior pittore italiano) giunge l’ultima committenza per un’opera murale. A commissionargliela è l’Unesco di Parigi che aveva l’obiettivo di dare vita a un centro mondiale delle arti in grado di esprimere lo spirito del tempo. Insieme a Calder, Picasso, Miró, Moore, Matta e Appel, nel 1958 Afro decide di realizzare Il giardino della speranza (in mostra vengono proposti alcuni bozzetti), un’opera che esalta la forza emotiva del colore in un’intensa costruzione lirica e astratta, dove continuano a risuonare gli echi della grande pittura storica.
Scopri di più su chi era Afro Basaldella, la sua vita e le sue opere più famose.
A partire dal 1778 in Francia vennero pubblicati una serie di fascicoli intitolati La Galerie des modes. Al suo interno le pagine presentavano alcune importanti stampe nelle quali erano illustrati graficamente abiti e acconciature di quel periodo. Molti artisti vennero chiamati nelle neonate redazioni di moda, con lo specifico compito di realizzare delle vere e proprie opere d’arte, che da un lato rappresentavano la situazione attuale della moda parigina, dall’altro erano veri gioielli dell’incisione dell’epoca.
Tra loro ricordiamo i nomi di alcuni tra i più importanti incisori francesi di quel periodo: Nicolas Dupin, Augustin de Saint-Aubin, Jean-François Janinet, Etienne Claude Voysard e molti altri. In nove anni di attività, La Galerie pubblicò oltre quattrocento tavole illustrate. L’enorme successo editoriale, voluto da Jean Esnaut e Michel Rapilly, diede il via a una serie di altre pubblicazioni memorabili. In Inghilterra nacque The Lady’s Magazine, una delle più longeve pubblicazioni britanniche.
Sed ut perspiciatis unde omnis iste natus error sit voluptatem accusantium doloremque laudantium, totam rem aperiam, eaque ipsa quae ab illo inventore veritatis et quasi architecto beatae vitae dicta sunt explicabo. Nemo enim ipsam voluptatem quia voluptas sit aspernatur aut odit aut fugit, sed quia consequuntur magni dolores eos qui ratione voluptatem sequi nesciunt. Neque porro quisquam est, qui dolorem ipsum quia dolor sit amet, consectetur, adipisci velit, sed quia non numquam eius modi tempora incidunt ut labore et dolore magnam aliquam quaerat voluptatem. Ut enim ad minima veniam, quis nostrum exercitationem ullam corporis suscipit laboriosam, nisi ut aliquid ex ea commodi consequatur? Quis autem vel eum iure reprehenderit qui in ea voluptate velit esse quam nihil molestiae consequatur, vel illum qui dolorem eum fugiat quo voluptas nulla pariatur?
È cosa nota che a ufficializzare l’agonia dell’arte plastica tradizionale, dichiarandone in modo teoreticamente compiuto lo stato di crisi, ci ha pensato Arturo Martini, con il suo pamphlet La scultura lingua morta, stampato nel maggio 1945 dalla Tipografia Emiliana di Venezia, in una tiratura di appena cinquanta copie. “Poesia, musica, architettura e pittura”, scriveva Martini, “si tradussero come le lingue antiche nei successivi volgari aderendo alla vita. Soltanto la scultura restò immobile nei secoli, lingua aulica e sacerdotale, simbolica scrittura incapace di svolgersi nei moti quotidiani. Per questo la statua mi è sempre apparsa come una lapide scritta in greco o in latino. [...] La scultura resta quello che è: lingua morta che non ha volgare né potrà mai essere parola spontanea tra gli uomini”. Così, facendo scoccare la scintilla di un suggestivo cortocircuito letterario tra le riflessioni martiniane e il romanzo Voyage au bout de la nuit (1932) di Louis-Ferdinand Céline, il direttore della Galleria civica d’arte moderna e contemporanea di Torino, Riccardo Passoni, ha inventato l’efficace formula Viaggio al termine della statuaria, titolo di un’imperdibile e meritoria mostra da lui stesso curata, allestita nel museo torinese fino al 10 settembre.