Nel frattempo anche la visione della malattia e della medicina stavano cambiando, soprattutto nel resto d’Europa. Ne abbiamo traccia di nuovo nei dipinti del periodo. Rembrandt dipinse, proprio subito dopo la fine della pestilenza, il famoso Lezione di anatomia del dottor Tulp nel 1632. Per la prima volta la morte veniva rappresentata diversamente. La curiosità del mondo scientifico è racchiusa nell’opera stessa. Rembrandt fu scelto, appena ventiseienne, dalla corporazione dei medici di Amsterdam. Vi viene rappresentata una lezione del professor Nicolas Tulp, titolare della cattedra di anatomia. Era questo il periodo di una vera riforma culturale, sociale, ma soprattutto scientifica in particolare nei Paesi Bassi e in Nord Europa. Molto significativo in questo senso, e in piena contrapposizione con l’iconografia del secolo precedente, è l’opera dell’olandese Jan Steen intitolata The Lovesick Maiden. In questo dipinto, datato 1660, il malato è circondato dall’affetto della sua famiglia e dal medico che diventa la chiave di volta per comprendere e combattere la malattia. Saranno molti i dipinti in cui la figura dello scienziato è protagonista della tela. Si inaugura così una fase della storia dell’arte figurativa, in cui il medico è una figura centrale soprattutto nel rapporto con il paziente. L’espressione e la gestualità riprodotta nell’opera costituiscono un decisivo supporto all’analisi storico-scientifica.
Anche gli artisti del resto d’Europa offrirono la propria interpretazione del rapporto fra la malattia e la scienza, rappresentata sempre dalla figura del dottore. Una delle incisioni più significative è Doctor Schnabel von Rom, dell’artista tedesco Paul Fürst. Nell’opera, attualmente al British Museum di Londra, viene rappresentato, con dovizia di particolari, l’abbigliamento del temutissimo medico della peste utilizzato in Europa dal 1630 in avanti. Passata la paura per le epidemie che avevano flagellato l’Europa del Seicento, la medicina e l’evoluzione scientifica entrarono nella cultura e nelle opere d’arte di mezza Europa. Molto significativo è il dipinto di Pietro Longhi intitolato Il farmacista e datato 1752. È la conferma che dopo anni di morte e distruzione gli intellettuali europei guardavano alla scienza come unica fonte di speranza per trovare una soluzione alle epidemie. È l’evoluzione, la resilienza degli uomini e delle donne che ora si affidano alla scienza più che al misticismo religioso. Nel 1753 l’artista napoletano Gaspare Traversi realizza un’opera in chiave caravaggesca intitolata L’operazione. L’artista coglie il momento in cui il protagonista non è più il ferito ma il dottore che lo soccorre e lo aiuta con la fede nella scienza. L’espressione del medico è sicura e attenta. È il segnale di una rinnovata fiducia verso la medicina. Il trend continua per tutto l’Ottocento con la raffigurazione di scene di sofferenza ma anche di rinnovata speranza. Nel 1894 Demetrio Cosola raffigura l’arrivo del vaccino con l’opera intitolata La vaccinazione nelle campagne. Il medico è circondato da madri e da bambini di cui prontamente si prenderà cura. È un’immagine verista molto intensa che si rifà ad una vicenda reale, Chivasso, sua città natale, fu il primo comune a istituire in Piemonte la vaccinazione obbligatoria. Qualche anno dopo, un quindicenne di nome Pablo Picasso disegna Scienza e carità. L’opera, tipico esempio di realismo spagnolo, è attualmente conservata al Museo Picasso di Barcellona. I protagonisti raccontano una forte antitesi tra la scienza, rappresentata dal medico, e la religione cattolica, personificata dalla suora al capezzale della donna malata. Una contrapposizione forte, sentita soprattutto nei Paesi del Sud dell’Europa a maggioranza cattolica.
La mostra, a cura di Fortunato D’Amico, si snoda in quattro spazi espositivi milanesi (Palazzo Reale, Museo di Storia naturale, Planetario, Acquario civico), ma la parte principale è nella sontuosa Sala delle Cariatidi in Palazzo Reale, dove in un labirinto di fogli di cartone ondulato, sovrastati dalla monumentale struttura a tre cerchi del Terzo Paradiso, lo spettatore trova alcune delle opere più significative dell’artista, che in questo contesto assumono tutto il valore della previsione, se non della profezia: tutte infatti paiono in qualche modo legate da un filo rosso che dagli anni Sessanta arriva a oggi e alle formulazioni del Terzo Paradiso. Queste ultime partono dalla dualità degli opposti e contemporaneamente dal segno matematico “∞” (ovvero infinito), per arrivare all’unione degli opposti che creano armonia: nel video didascalico dell’artista che declama l’invenzione della formula e del simbolo gli esempi più efficaci sono i poli del naturale e dell’artificiale che, uniti, creano l’equilibrio più adatto alla vita dell’essere umano sulla terra (simboleggiato anche dalla sua scultura/mela, morsicata come nel logo della Apple, e“reintegrata”nella sua interezza naturale dall’artista) e, altro esempio, gli opposti io e tu, la cui unione crea il noi.
Se dunque tutta l’opera di Pistoletto tende finalisticamente alla maturazione del Terzo Paradiso, allora è comprensibile come il Metro cubo d’infinito o una versione pantografata della Venere degli stracci assumano significati mistici/ ecologici/inclusivi. Di più, per accentuare questo effetto, l’artista ha creato ambienti per così dire a significato indirizzato, come quando, esponendo il Metro cubo d’infinito, lo circonda di tutti i simboli religiosi mondiali, come la testa del Cristo, le Tavole della Legge, il loto buddista, la “preghiera” maomettana e un plinto senza nulla sopra (il dio sconosciuto di Socrate?): egli stesso, cioè, indirizza l’emozione e l’interpretazione del visitatore verso quelle caratteristiche antropologiche e persino politiche che costituiscono il suo campo d’indagine di oggi (se per “oggi”, in un artista che ha quasi settant’anni di attività alle spalle, consideriamo gli ultimi vent’anni...).
Ciò che dunque in questi tempi preme a Pistoletto – e lo scrive in tutti i suoi proclami, manifesti e libri – è il dialogo tra arte e politica in vista di una presa di coscienza definitiva dei problemi che affliggono l’umanità. Detto così, ha tutto il sapore dell’azione avanguardistica – tipo la “Ricostruzione futurista dell’universo”di Balla e Depero – che è consapevole dell’essenza utopica delle proprie affermazioni: tuttavia, l’azione di Pistoletto supera ogni intenzione utopica, proprio perché cerca di realizzare fisicamente ciò che afferma. In altre parole, l’istituzione Terzo Paradiso, con tutte le attività connesse, è una vera e propria organizzazione finalizzata all’azione, e sta dimostrando di funzionare, se non proprio nel mutamento delle coscienze dei popoli, certo nella diffusione planetaria del simbolo.
“Terzo Paradiso”è stato ovunque nel mondo, è capace di dialogare con la politica – a Cuba è aperto dal 2015 un workshop, con la benedizione di Raul Castro –, ottiene ascolto e disponibilità in ogni parte del Pianeta, e l’artista mette a disposizione il suo simbolo, con pochissime e blande clausole: nessun marchio di fabbrica, nessun logo finalizzato a un’idea ha avuto in epoca contemporanea lo stesso successo popolare e mediatico. Merito di un’intuizione geniale che ha trovato il giusto compromesso tra arte e pubblicità, tra complessità del mondo e semplicità visiva del simbolo, tra buone intenzioni e problemi ormai introiettati da gran parte degli abitanti dellaTerra.