È un’evoluzione che ha il suo apice nelle opere di quegli anni in stretta relazione alla storia dell’arte, come il video The greeting (1995) ispirato alla Visitazione di Pontormo; oppure Catherine’s room (2001), dedicato alla figura di Caterina da Siena, ma anche Passions (2000). Sono tutte opere di chiaro richiamo al Rinascimento italiano, ma dimostrano anche la sua inclinazione e la sua profonda conoscenza della cultura orientale, dal Sufismo al Buddhismo, dalla Persia al Giappone, dove si reca in uno dei molti viaggi a studiare la filosofia buddhista Zen. È proprio dall’incontro tra questi due mondi, tra Oriente e Occidente, a emergere una lettura possibile della sua opera. Costante è, ad esempio, il dialogo con le composizioni e le partiture di pale d’altare e polittici antichi. Lo schema da lui delineato fa confluire l’immagine, i valori e l’iconografia cristiana in una sospensione emotiva prossima alle filosofie orientali. Esemplare in questo è Emergence (2002), in cui i temi di fondo si estremizzano. Si amplifica la percezione degli stati emotivi interiori. Qui Viola mette in scena unasoglia metaforica e sospesa tra vita e morte. E poi The raft (2004), a travolgere i sensi con un diluvio improvviso. I temi restano e tornano, ma negli anni si radicalizzano. «Bill ha tenuto il passo di tutte le rivoluzioni tecnologiche di questi decenni, ma la sua immagine in movimento non ha voluto altro che catturare l’essenza della nostra esistenza», conclude Kira Perov. Vita, morte, viaggio, luce, movimento, colore, spiritualità sono solo alcune particelle dell’atmosfera composita creata dalla videoarte di Bill Viola, il più classico degli sperimentatori elettronici.
Questo approfondimento è tratto dal n. 595 di Arte. La rivista di arte, cultura e informazione è acquistabile in edicola o sul sito di Cairo Editore.
La sua terza via, personalissima, che lo vede ancora protagonista di video monocanale, avrebbe conquistato in fretta musei come il Moma di New York. Meno vista e meno nota nelle grandi mostre recenti, è oggetto di un approfondimento nel catalogo dell’esposizione a Palazzo Reale, curato da Valentino Catricalà per Skira. Negli anni ’90 la sua arte improvvisamente cambia scala, aprendosi a nuovi mezzi e scenari. Il pubblico si amplia, diventa una platea più popolare. Viola punta a mezzi da grande cinema, realizza set, costumi e luci, con attori professionisti e installazioni multi-channel. Da qui in avanti la sua cura dell’immagine in movimento sarà estenuata in ogni dettaglio, poi declinata in complesse cornici installative, e l’esperienza dello spettatore concepita dentro una precisa architettura disegnata dall’autore, se pensiamo a opere dilatate nello spazio come The veiling (1995), che ci propone un incontro impossibile tra uomo e donna in una scomposizione progressiva dell’immagine. «Fondamentale per Viola è un’opera costruita in relazione profonda con l’architettura, in un rapporto site specific con il contesto», spiega Valentino Catricalà.
Già scultore affermato in Italia (nel 1962 era stato invitato a Sculture nella città a Spoleto, nel 1964 aveva avuto la sala personale della Biennale di Venezia e nel 1966 sarà all’Expo di Montreal), frequenta l’Università di Stanford e insegna in quella di Berkeley, entrando in contatto con il nascente Minimalismo (la mostra Primary structures è del 1967).
Se molti artisti italiani dopo il 1964 subiranno il fascino iconico delle ricerche New Dada e pop, Arnaldo Pomodoro negli Stati Uniti avrà modo di semplificare le superfici delle sue sfere, cilindri e parallelepipedi scavati di natura informale, organica e meccanica allo stesso tempo, riducendone le forme a volumi cromati, riflettenti e lisci, a vuoti e pieni nella loro algida geometria.
È così che nel 1966 darà vita a opere come i Rotanti, Forma X, Onda o nel 1969 a sperimentazioni litografiche dai colori vivaci e in linea con le ricerche della Op art (tra cui il libro d’artista Esperimenti sul metodo del 1967 con poesie di Roberto Sanesi), e realizzerà sculture in cui l’aspetto “industriale” sarà portato all’estremo, cancellando del tutto ogni venatura di natura arcaica o esistenziale. L’importanza di Pomodoro in questi “anni americani” sta inoltre nella sua attività di tramite culturale tra le ricerche plastiche d’oltreoceano e la loro diffusione in Italia: nel 1968 si fece promotore della presenza di opere di Tony Smith, Donald Judd e Robert Morris alla Biennale di Venezia.
Una curiosità: l’artista collabora al film Zabriskie Point di Michelangelo Antonioni, girato in Ca- lifornia nel 1969, parteci- pando alla decorazione del celebre monoplano dai colori psichedelici e slogan pacifisti.