La videoarte, per anni protagonista incontrastata di biennali e grandi rassegne, è rappresentata nella sezione Stories: qui si spazia «dal famoso video su Zidane di Philippe Parreno ai paesaggi invernali di Ragnar Kjartansson». All’interno di questa sezione, ospitata negli spazi sotterranei della Strozzina, si svolge tutti i giorni anche la performance This you di Tino Sehgal, tra gli autori più radicali nel perseguire la smaterializzazione dell’opera d’arte.

L’inedito della mostra, infine, commissionato per l’occasione dalla Fondazione Sandretto, parla di viaggi spaziali e mondi futuribili, di «fantasia e realtà, aspirazioni e fallimenti», come afferma l’autrice, la polacca Goshka Macuga. Collocata nel cortile del Palazzo, la sua opera Gonogo è un enorme e lucido razzo, posto su una rampa di lancio fluorescente e collegato a una piattaforma digitale. «Non è facile “pescare” in una raccolta così varia. Ma vedendo la mostra finita sono convinto che ce la siamo cavata bene, mantenendo una narrazione principalmente per temi ma in parte anche cronologica, in un’architettura bellissima ma difficile. Qualche mese fa non ero così ottimista», riflette il curatore. «L’arte è una storia della quale non si scrive mai la fine, ma nel caso della Collezione Sandretto bisogna dire che di stelle, di nuovi parametri e valori ne sono stati scoperti davvero tanti. Naturalmente ogni collezionista fa le sue scelte e non tutti gli artisti acquisiti hanno avuto la fortuna prevista. Ma è impressionante vedere, in una collezione di più di mille lavori, quanti di questi siano opere centrali nella carriera dell’artista, sempre comprati al momento giusto. Va detto che i grandi collezionisti diventano anche “arbiter elegantiarum”: prima le tendenze si seguono, poi si anticipano e infine sei tu a lanciarle».
Dopo il “boom” delle mostre su grandi protagonisti come Jeff Koons e Olafur Eliasson, Palazzo Strozzi a Firenze prosegue la sua esplorazione del contemporaneo con una collettiva che celebra i trent’anni della Collezione Sandretto Re Rebaudengo e, così facendo, traccia una storia (ovviamente parziale, ma rappresentativa) dell’arte contemporanea dagli anni Novanta in poi. Artisti consolidati ed esponenti delle ultime generazioni dialogano in un percorso tematico suddiviso in nove sezioni, componendo un “cast” che giustifica il titolo della rassegna, Reaching for the stars. Come spiega Arturo Galansino, direttore della Fondazione Palazzo Strozzi e curatore della mostra, «è un titolo da intendersi nel doppio senso di “scoprire le stelle dell’arte” ma anche di “puntare alle stelle”, perché il percorso che intraprende ogni collezionista è paragonabile a un viaggio intergalattico, stellare. Soprattutto nel campo del contemporaneo: se con l’arte storica è possibile giocare su valori sicuri, e si compie dunque un “viaggio terrestre”, con il contemporaneo si viaggia verso l’ignoto, senza sapere dove ci porterà la rotta».
Questo approfondimento è tratto dal n. 595 di Arte. La rivista di arte, cultura e informazione è acquistabile in edicola o sul sito di Cairo Editore.
La ciclicità delle pandemie
Nell’ultimo secolo, per esempio, la tristemente famosa influenza spagnola del 1918 contagiò mezzo miliardo di persone, uccidendone almeno 50 milioni. Andando a ritroso nel tempo troviamo le tracce di altre malattie che sconvolsero gli assetti sociali e politici di molte società. Basta pensare che, prima del Covid-19, almeno altre 13 pandemie hanno infuriato negli ultimi 3000 anni. Siamo a conoscenza dei percorsi di contagio di queste malattie, grazie non solo ai documenti scritti in cui si raccontavano la morte e il terrore causati da questi flagelli che sterminavano intere popolazioni; ma una grossa fetta di “cronaca” è stata ceduta all’arte e alla rappresentazione, in diverse modalità, di quello che è stato più volte descritto come l’angelo della morte che si abbatteva su interi continenti con la furia cieca di chi non conosce il ceto sociale delle vittime.
Il concetto di malattia e di morte entra di prepotenza nella storia dell’arte dunque, sotto diverse sfaccettature. Da un lato troviamo l’artista che interpreta la società nelle opere d’arte, raffigurando la malattia e la morte dal suo punto di vista, dall’altro troviamo artisti che utilizzano il misticismo religioso per raccontare lo stesso evento con toni più cupi e apocalittici. In ogni caso è interessante vedere come l’arte sia da sempre contaminata dai cambiamenti storici e sociali nelle varie epoche.
Quello che colpisce, dopo gli eventi emergenziali del 2020, è la ciclicità con cui eventi pandemici hanno colpito l’uomo attraverso i secoli. Ancora più interessante è vedere come la reazione, spesso di grande resistenza, ha modellato il periodo storico a seconda della realtà vissuta. Il Covid-19 ha messo di fronte a una realtà durissima l’intera popolazione mondiale, ma se rapportata alle pandemie precedenti possiamo registrare con dati più confortanti e con una aspettativa di vita più a lungo termine. Quello che ha colpito di questa emergenza sanitaria è sicuramente la grande informazione e la condivisione di notizie che hanno contribuito a cambiare la quotidianità di tutti noi. In una immaginaria linea del tempo troveremo il 2020 come l’annus horribilis soprattutto per il nostro continente, ma ci mostrerà quello che da secoli sappiamo: la storia dell’uomo è ciclica, soprattutto quando è l'imponderabile a decidere.
Quello che emerge è che come in ogni epoca gli esseri umani hanno avuto la forza di rialzarsi, di reagire, di resistere ancora. Cambierà la nostra visione del mondo. C’è una vita pre-pandemia e una post-pandemia. Nel post, possiamo provare a creare, a costruire una società diversa. Il mondo dell’arte, come sempre, risentirà di questa situazione, ma ne uscirà rinnovato, rafforzato, con idee innovative e sicuramente legate a questa fase che ha sconvolto gli assetti mondiali. Solo un'attenta e incoraggiante analisi ci metterà di fronte alla realtà ciclica di questa pandemia, ma ci mostrerà anche come l’uomo è naturalmente resiliente rispetto a situazioni socialmente invalidanti come quella che abbiamo appena vissuto.
La rappresentazione della malattia
Nel XII secolo, alla vigilia delle Crociate, l’Occidente fu devastato da una epidemia che da molti venne considerata una punizione divina: la lebbra. Sembra che la malattia esistesse in Oriente dai tempi antichi, tanto è vero che già nel Levitico del Vecchio Testamento esiste una dettagliata descrizione di una sintomatologia comune alla patologia della lebbra. Le opere d’arte di questo periodo risentono della cupa rappresentazione del malato come emarginato dalla società civile. È il caso di alcune miniature presenti in manoscritti di medicina dell’epoca in cui venivano rappresentati i malati di lebbra con la famigerata campanella in mano o con la ciotola dei mendicanti. Una rappresentazione dunque devastante della malattia, a conferma che la medicina e la scienza fossero lontane dal trovare una soluzione. Non dimentichiamo che nel XIII secolo sembra vi fossero 19.000 luoghi di segregazione per lebbrosi in Europa, la maggior parte dei quali ubicati fuori dalle mura cittadine. Dunque l’approccio alla malattia prevedeva l’esclusione e l’isolamento degli ammalati. La lebbra, a fasi alterne della storia, fino ai nostri giorni continuò il suo cammino di contagio, soprattutto in zone del mondo con un alto tasso di povertà.
Un’altra malattia che non avrebbe lasciato scampo stava per abbattersi sull’Europa: la peste. Questa infezione batterica fece capolino periodicamente in Asia e in Europa tra il XIV ed il XVIII secolo. La prima pandemia di cui abbiamo testimonianze, però, risale al 541-542 d.C. ed è comunemente chiamata Peste di Giustiniano. Secondo alcune fonti storiche l’epidemia iniziò in Etiopia per poi raggiungere Costantinopoli attraverso navi commerciali. La conta dei morti fu devastante. Si pensa che l’epidemia abbia portato alla morte di oltre un quarto della popolazione del Mediterraneo orientale (stimata dagli storici tra i 50 e i 100 milioni di vittime). Nel 588 d.C. una seconda ondata: la peste si diffuse in Europa attraverso la Francia. Fu però l’epidemia del 1347, nota come Peste Nera, a sconvolgere l’assetto europeo, creando un vuoto demografico enorme: la popolazione si ridusse di un terzo, passando da 75 milioni a 50 milioni nel giro di quattro anni. Questa situazione contribuì alla distruzione del sistema feudale del Medioevo.
La figura dell'artista e la malattia
In questo periodo i cambiamenti della società vengono tradotti nell’azione empirica dell’artista, che trova spazio di espressione non solo sulla tela come mezzo di comunicazione, ma anche tramite la scultura. Più avanti, in alcuni casi diventa evidente il disagio dell’artista colpito egli stesso dall'epidemia.
È il caso di Egon Schiele, esponente di spicco dell’Espressionismo Viennese, che si ammalò e morì a causa della Spagnola nel 1918, non prima di aver rappresentato se stesso, la moglie e il figlio mai nato, nella sua ultima opera intitolata La famiglia. Prima di lui altri artisti avevano contratto malattie letali a cui non poterono sfuggire.
Il 25 giugno 2023 compirà novant’anni. È tempo di bilanci. Chi è Michelangelo Pistoletto?
«Sono arrivato all’arte attraverso la ricerca della mia identità. Chi sono? Come sono? Qual è il mio ruolo? Queste domande hanno trovato una risposta nello specchio all’interno del quale è entrata la società e io stesso sono diventato l’autoritratto del mondo uscendo da una visione solipsistica e soggettiva. La sintesi di tutto ciò si trova nel mio libro iniziato ventidue anni fa e pubblicato in dicembre. Compiendo 31 passi giungo alla formula della creazione. Oggi so che vivo un solo istante dell’Universo, ma, essendo io stesso Universo, vivo tutti gli istanti dell’Universo in questo istante».
Qual è l’anno fondamentale per lo sviluppo del suo processo creativo?
«Il 1961, quando avviene la svolta che mi conduce ai Quadri specchianti. Dopo aver steso sulla tela un fondo nero e uno spesso strato di vernice trasparente mi sono accorto di potermi specchiare direttamente sulla tela. Ho visto il mio volto venirmi incontro, staccandosi nello spazio di un ambiente in cui tutto si muoveva. Ho avuto subito la consapevolezza di essere di fronte a un cambiamento epocale. La vita stessa si lasciava cogliere direttamente senza più la necessità di essere imitata o descritta. E l’opera d’arte entrava nella quarta dimensione, il tempo».
I Quadri specchianti sono stati presentati per la prima volta nel 1963 alla galleria Galatea di Torino dove aveva già esposto con i suoi dipinti nel 1960. Era uno spazio molto prestigioso che aveva organizzato mostre di Francis Bacon e Alberto Giacometti. Come vennero accolti i suoi nuovi lavori?
«Alcuni critici come Luigi Carluccio e Tommaso Trini si resero immediatamente conto che si trattava di un evento rivoluzionario. Ma chi rimase scandalizzato fu Mario Tazzoli, il proprietario della galleria. Un giorno andò a trovarlo Giovanni Agnelli, che in seguito diventerà mio collezionista, e gli confessò che si vergognava di esporre le mie opere. Io però non avevo alcun dubbio su ciò che stavo facendo e sapevo di trovarmi nel posto sbagliato. Così decisi di partire per Parigi dove il pittore Bepi Romagnoni mi segnalò l’apertura di una nuova galleria che proponeva le opere della Pop art. Era quella di Ileana Sonnabend. Vidi Ileana che non conoscevo; per combinazione avevo con me un piccolo Quadro specchiante. Glielo mostrai e rimase sbalordita. Poco dopo lei e Leo Castelli vennero a Torino e acquistarono dalla Galatea l’intera mostra. Da allora sono entrato a far parte della Pop art».