Ai Giardini, il padiglione Belgio propone un solo artista, Francis Alÿs (1959), un protagonista della contemporaneità, con un lavoro installativo concepito in stretto dialogo con bambini della Repubblica democratica del Congo, Iraq e altri Paesi di confine, ma non mancheranno anche alcuni dipinti recenti. Continua quindi il suo impegno verso l’investigazione delle pratiche sociali, cui si dedica con visione e rigore sin da quando nel 1986 ha lasciato il suo lavoro d’architetto e il Belgio, per stabilirsi in Messico, dedicandosi totalmente alle arti visive, sempre con un approccio multidisciplinare.
Altro tema di attualità negli ultimi tempi, nel Regno Unito, è certamente la Brexit, cui è dedicato il focus dell’artista Sonia Boyce (1962) nel padiglione Gran Bretagna. Prima artista di colore a essere eletta come membro della Royal Academy of arts, Boyce utilizza il disegno, la pittura e lo spazio per incursioni che transitano dalle immagini alla parola, in un unico flusso che è sempre estremamente puntato sulla realtà, nei suoi aspetti paradossali e crudi.
Ritorna in Biennale, dopo il 2011, la svizzera Latifa Echakhch (1974), artista di origini marocchine che adotta il suono come spazio di connessione tra pubblico e ambiente, in una chiave immersiva e installativa, in una temperatura esperienziale di totale sospensione. Il padiglione Svizzera diventerà quindi uno spazio totalizzante da percorrere lasciandosi guidare dalle vibrazioni sonore.
La Germania propone a sua volta un solo show di Maria Eichhorn (1962), confermando un’attitudine molto esplicita di questa edizione della rassegna veneziana assolutamente concentrata sull’operatività femminile, come si evince anche dall’ampia percentuale di donne nel progetto principale concepito da Cecilia Alemani per la sua mostra Il latte dei sogni, ispirata a un testo della scrittrice e pittrice surrealista Leonora Carrington (1917-2011). Eichhorn lavora sui temi del tempo e del lavoro evidenziandone paradossi funzionali esclusivamente al sistema capitalistico persistente.
Zineb Sedira (1963), artista araba di origini berbero-algerine, è protagonista del padiglione Francia: nel suo lavoro costruisce una doppia narrazione, in grado di riflettere sul potere politico del cinema in un parallelismo tra la filmografia francese e quella italiana.
Certo che il mercato dell’arte avesse bisogno di una ripartenza dal vivo per potersi veramente riconnettere con se stesso, Spiegler ha avuto ragione nel ricomporre in presenza il mix di importanti collezionisti, artisti, direttori di museo e curatori con la grande arte. Martedì mattina, poco dopo l’apertura della fiera, molti tra i 272 galleristi erano già poco propensi a far conversazione, intenti com’erano a stringere affari milionari.
Il piano terra della fiera, tradizionalmente il più affollato, è dedicato all’arte moderna, alle gallerie più importanti e a quelle che con il secondary market giocano pesante. Da Pace, che espone tra gli altri Wifredo Lam, «Les oiseaux voilés», 5 milioni di dollari, e a Unlimited «The Outsiders» di Elmgreen & Dragset, due giovani uomini all’interno di una Mercedes vintage con targa russa parcheggiata all’esterno della fiera, e Roberto Matta, «L’homme descend du signe», 1975, gigantesco dipinto con richiesta di 2,2 milioni di dollari, erano molto soddisfatti: «la fiera è la nostra priorità».
Da Kamel Mennour si poteva scegliere tra Ugo Rondinone, 300mila euro, Petrit Halilaj e un ritratto di Gabriella Codognato di Martial Raysse per 150mila euro. Da Marian Goodman Gallery lo Spalletti era già venduto, Julie Merethu stava andando per 100mila euro e quello di Maurizio Cattelan, che ha sparpagliato i suoi piccioni Ghosts nel progetto «Smoke» anche da Massimo De Carlo e Perrotin, il lavoro più fotografato.
Monika Sprüth riceve i collezionisti seduta sulla panchina di fronte allo stand, dove erano esposti tra gli altri Andreas Gursky, «Engadin II», del 2006, Sterling Ruby, Barbara Kruger, Rosemarie Trockel, ormai già tutti venduti. A Unlimited proponeva «Traffic Jam», un’opera di Andreas Schültze (al quale piaceva il Matta esposto), composta tra il 1998 e il 2021. «Non vedo i collezionisti americani che di solito frequentano Art Basel e che fanno la differenza», osservava la Sprüth.
Quello dei collezionisti Usa e Asia che mancano è un punto controverso: c’è chi ne nota la mancanza e chi no, come ad esempio Ben Brown; il gallerista anglosassone offriva a Unlimited per una consistente cifra un «Ononimo» di Boetti in undici pannelli. A tamponare la situazione extraeuropea sono comunque in azione gli art advisor dei medesimi collezionisti. Da notare che gli e le art advisor sono sempre vestiti leggermente meglio dei clienti, con un non so che di riconoscibile.
Le restrizioni Covid sono state molto severe, causa principale di una fiera più europea del solito. Peraltro nel tendone Covid accanto alla fiera si va muniti di un pratico e solidissimo braccialetto a nastro che testimonia l’avvenuto controllo antipandemia, permettendo con questo l’ingresso ovunque in città: fiera, musei, bar, ristoranti, negozi, per tutta la settimana senza ulteriori limitazioni.
A Unlimited tutti purtroppo calpestano il Carl Andre di Konrad Fisher, e ammirano il Fabro di Paula Cooper. «La richiesta è di 1,2 milioni di euro, per un museo o un’istituzione», dice Steven Henry, partner della galleria, «è stato installato dalla figlia di Fabro con la sensibilità di famiglia. Americani? Più di quanti mi aspettassi». Nello stand anche un bellissimo lavoro di Sol Lewitt, 220mila euro, accanto a Cecily Brown. Massimo De Carlo è da quest’anno all’ambito pianterreno, e dopo un Cattelan/Ghost/Smoke posato su un Achrome di Manzoni troviamo un nudo di Tom Wesselman, pare intorno ai 2 milioni di euro.
Molta pittura classica da Victoria Miro: Milton Avery, Alice Neel, in mostra con altre artiste alla Fondation Beyeler, e Paula Rego. Ancora pittura ed enormi dimensioni da Gagosian, con Georg Baselitz, Glenn Brown, John Currin, Urs Fischer, Helen Frankenthaler, più un'impeccabile installazione di Albert Oehlen e una coloratissima saga di Meleko Mokgosi a Unlimited. Avvistati anche Rolf Sachs e Mafalda d’Assia alla cena che lunedì sera la galleria ha offerto ai propri collezionisti.
Già, le cene: meglio essere invitati almeno a un paio, non fosse altro perché dato l’altissimo livello di socialità i ristoranti migliori sono sempre tutti prenotati, e comunque ogni galleria offre il meglio anche riguardo la compagnia. Habitué del piano terra è Tucci Russo, stand elegante come sempre, prezzi anche ragionevoli: Mario Airò 20mila euro, Pirri 30mila euro, Thomas Schütte 120mila euro, Anselmo e Penone 300-600mila euro.
Dice Gianfranco Benedetti, Christian Stein, tra Paladino (160mila) e Domenico Bianchi (50mila): «Pensavo non sarebbe venuto quasi nessuno, invece i collezionisti europei sono moltissimi» e parte delle opere è venduta. Massimo Di Carlo, Galleria dello Scudo, uno stand tutto italiano con scelta tra De Chirico per casa Rosenberg a 1,8 milioni di euro e Leoncillo a 200mila. «È tutto organizzato benissimo, un vero atto di coraggio, dopo sarebbe stato troppo tardi». Lorcan O’Neill presenta Giorgio Griffa nella sezione Feature («togliendo il telaio alle sue opere ha tolto la pesantezza dell’arte povera, la sua è musica e poesia, sono lavori attualissimi e meditativi»), tra 20mila e 135mila euro.
Superstar della fiera è l’opera di Jean-Michel Basquiat presentato da Christophe Van de Weghe, un dittico del 1983 intitolato «Hardware Store», in vendita per la cifra colossale di 40 milioni di euro, probabilmente il prezzo più alto in fiera, forse di proprietà del mercante svizzero Bruno Bischofberger.
Accanto si trova un altro stand stellare, quello di Helly Namad. Un museo in pochi metri quadrati: due Picasso, rispettivamente 11 e 20 milioni di euro, Miró 25, Léger 12, Kandinskij 7, Calder tra 3,8 e 6, sempre milioni. Non è ancora mezzogiorno, alcune opere sono già andate. Arriva Remo Ruffini, Moncler, accompagnato dalla bella Federica Fontana, accolti con entusiasmo guardano un Fontana azzurro a cinque tagli.
Da Zwirner bocche cucite sul costo di Robert Ryman, mentre i tre Morandi si aggirano uno per l’altro nel range dei 2 milioni di euro; la scultura di Juan Muñoz, mostra prevista a tempi brevi, 700mila euro. Anish Kapoor è in mostra da Lisson Gallery con una classica scultura concava bianca, due metri di diametro. Alex Logsdail, executive director della galleria, illustra con passione il lavoro del giapponese Masaomi Yasunaga, tra ceramica, vetro e ciottoli di fiume, in vendita tra 2.500 e 25mila sterline «È nel Dna della galleria inserire giovani artisti e farli crescere, se il loro lavoro è avvincente e nessuno gli dà una chance, gliela diamo noi».
Il miraggio della Vip Lounge si materializza ovattato e silenzioso, punteggiato di poltrone Vitra così accoglienti che più di un ospite riposa a occhi chiusi, forse riflettendo sugli acquisti previsti. Al primo piano gli stand sono più ariosi, con meno pareti e più installazioni. Sadie Coles propone i cavalli di vetro di Ugo Rondinone, Laura Owens e un rinato Matthew Barney, del quale in Italia non si sa quasi più nulla. Qui le sue opere su rame e ottone sono spuntate in più di una galleria.
Strina Bergamin, brasiliani, propongono uno stand elegante con colori naturali e opere in un certo senso «architettoniche» e per un’altra brasiliana, Mendes Wood, Ermanno Rivetti dice «siamo molto soddisfatti, hanno acquistato opere sia i privati che i musei». I prezzi variano tra i 10mila e i 500mila euro.
Pilar Corrias è radiosa in un abito rosa di Valentino, in uno stand che sotto la pittura rivela la grande ricerca che la gallerista ha fatto negli anni, scremando un notevolissimo numero di artisti. Sorride: «Non mi sono mai fermata oggi, lo stand è quasi tutto venduto». Lunga la lista: Cui Jie, Tala Madani, Tschabalala Self, Shahzia Sikander, Philippe Parreno. «I collezionisti vogliono vedere i lavori dal vivo dopo tanto online, ce ne sono molti nuovi conosciuti con Internet durante la pandemia, e anche gli americani». In effetti il viavai è continuo, e sotto i miei occhi in dieci minuti è stato venduto un bellissimo quadro di Sabine Moritz per 90mila euro al trustee di un importante museo newyorkese.
La cena della Corrias è stata una delle più piacevoli di questi giorni, in un mix perfetto di ospiti che includeva Yilmaz Dziewior, direttore del Museum Ludwig di Colonia, considerato il più importante museo tedesco per l'arte moderna e contemporanea, e Maja Hoffmann, mega-collezionista e patronessa di Luma, Arles, spettacolare luogo di ricerca progettato da Frank Gehry.