Nato nel 1954 da padre francese e madre italiana, un connubio che sarà fondamentale per la sua identità, Jean-Marie Barotte cresce frequentando gli ambienti culturali della scena milanese, in particolare il teatro di ricerca. Da questi suoi primi spettacoli, anche sotto la regia di Tadeusz Kantor, incomincia il percorso della mostra. Si tratta di ritratti e fotografie forti, in bianco e nero, opera di Maurizio Buscarino, un fotografo “nel teatro”.
L’esposizione si snoda quindi tra ambienti minimali, quasi labirintici, oggetti d’archivio e una preziosa video intervista degli ultimi anni. La produzione artistica di Barotte è qui esposta attraverso le sue opere principali, selezionate da un corpus di oltre 2000 esemplari, che affrontano i temi a lui più cari: la soglia, il limite, il varco. L’aspirazione di accompagnare l’osservatore oltre questo confine, in un passaggio dell’uomo dall’oscurità alla luce.
Nel corso di trenta anni di carriera, l’artista ricorse a numerose tecniche. Partito dal disegno e dalla scrittura manuale negli anni Ottanta, quasi esclusivamente in francese, e ai quali tornerà negli ultimi anni di vita, Barotte si affacciò poi a nuovi materiali come il vetro e la tela. Questi sono spesso trattati con la tecnica del fumo, una sua caratteristica e simbolo di profondi silenzi e inquietudini interiori, causati da un periodo buio della sua vita. Ma dove il colore esce, lì appare la luce, a cui l’uomo deve ancora aspirare.
Le ricerche artistiche presentate a Berna, che successivamente presero il nome (o furono appena battezzate) di Land Art, Process Art, Arte Povera, Conceptual Art, segnarono un cambio di segno nei confronti delle tecniche e dei materiali, che avevano come scopo quello di esaltare una concezione della fruizione poetica rispetto a una contemplativa, grazie alla quale l’essere umano è spinto a immergersi andando oltre il semplice sguardo.
Questi artisti, con il loro interesse per il valore insignificante e concreto delle cose e degli oggetti, celebrarono con le loro opere il carattere fortuito e caotico dell’arte, la sua permeabilità a tutti i possibili linguaggi e a tutti i possibili elementi, dal piombo all’acqua, dal fuoco alla cera, dalla margarina al tubo fluorescente, dal cuoio al feltro, dai vetri rotti al ghiaccio, dalla cenere al cotone, così come a tutti gli strumenti, le azioni quotidiane e gli utensili non ordinari, dalla pala al caterpillar, dal giornale al cartellone, dalla lettura al camminare.
Durante i giorni della mostra venne “profanata” una cultura visiva che si era identificata solo con il dipingere e lo scolpire. Il terreno su cui muoveva questo gruppo internazionale ed eterogeneo di artisti fu percepito fin da subito: emergeva comunanza in un mondo dell’arte percepito come ancora profondamente diviso in movimenti nazionali e fermamente convinto della diversità continentale tra Europa e Nord America.
Come afferma Richard Serra: «Nelle mostre del 1969, la maggior parte degli artisti era in un certo senso implicata – non lo sto dicendo in senso politico – nelle potenzialità di un nuovo modo di concepire ciò che l’arte poteva essere».
Lo stesso Tommaso Trini nel catalogo dell'esposizione tratteggia le principali caratteristiche di questo spirito affine: «Da Torino a New York, da Roma a San Francisco, gli artisti europei e americani hanno via via scoperto notevoli corrispondenze. Questa insospettata compresenza di esperienze estetiche fondamentalmente simili fa pensare a una particolare condizione estetica in espansione. [...] Non è un’arte sulla vita, né un’arte sull’arte, ma certo riguarda la condizione umana. Quando Zorio e Nauman, Prini e Serra scoprono una sostanziale affinità nei loro lavori riprodotti sulle riviste, pur senza reciproca influenza e con opere I’una diversa dall’altra, si riconoscono necessariamente coinvolti nei medesimi condizionamenti che Ii hanno portati alle medesime opzioni. In genere, questi artisti hanno acutamente valutato Ie forze prevaricatrici che distruggono e discreditano Ie nuove idee artistiche, sono consapevoli dei cieli di obsolescenza e delle illusioni sociali, sanno ciò che il pubblico e gli specialisti si attendono da loro. La loro arte vuole essere una risposta a tale situazione, una risposta positiva, ma senza adattarsi: non si limitano più a sopravvivere, ma oppongono una controstrategia. I loro lavori hanno abbandonato I’usuale terreno d’indagine tra arte e vita, adesso materializzano una ricerca di vita, e di vita liberata».
All’interno del percorso nella Fabbrica del Vapore, non mancheranno infine opere legate a temi letterari, filosofici o religiosi, fortemente sentiti da Barotte. Dalla serie legata alla Divina Commedia dantesca, “E quindi uscimmo a riveder le stelle”, a quella ispirata alla “Noche oscura” di san Juan de la Cruz, sino all’ultima sala che affronta il tema della morte, una soglia che l’artista era pronto ad attraversare, con pacatezza.
"Jean Marie Barotte" è quindi un’occasione unica per rendere omaggio ad una figura importante del teatro e dell’arte contemporanea in Italia recentemente scomparsa. La mostra, in corso alla Fabbrica del Vapore dal 5 al 31 ottobre, curata da Chiara Gatti e Marco Bazzini, si colloca così tra le più belle mostre del mese di ottobre nella penisola, delle quali vi diamo tutte le altre informazioni qui.
Serena Vestrucci, nata a Milano nel 1986, è un’artista ironica e poliedrica, che attinge a tecniche e materiali con una ricerca e uno studio continui. Protagonista di molte gallerie e vincitrice del Premio Cairo nel 2017, con la sua arte tratta temi come l’intolleranza, la separazione, l’identità e l’ovvietà nascosta nelle piccole cose, ma sempre con un linguaggio provocatorio e giocoso. Nel corso della sua carriera, Vestrucci ha esposto presso istituzioni italiane, come Casa Gramsci a Torino o la Galleria d’Arte Moderna a Verona, sia in mostre personali che collettive.
In questa personale milanese le sue opere cambiano e parlano invece di cibo e cucina; con un conseguente titolo: “Contorno”.
La mostra accoglie una produzione inedita e realizzata con materiali eterogenei che spaziano dalla ceramica al bronzo, dal bi al tridimensionale. Le creazioni di Vestrucci sfidano il convenzionale, ristabilendo l’eccezionalità dell’ordinario e l’imprevisto nella consuetudine. Le opere qui esposte raccontano la difficoltà di essere se stessi disattendendo le aspettative e scatenando i giudizi degli altri. "Contorno" vuole indagare sul significato dell’amore e delle sue sfaccettature, comprese quelle che non permettono di amare l’altro completamente per come egli è.