L’artista più rappresentativa in tal senso è di certo Marina Abramović, fautrice di una serie di installazioni umane con al centro se stessa. O l’italiana Vanessa Beecroft, specializzata in quella tecnica che prende il nome di “tableau vivant”. E ancora Marilyn Arsem, Sophie Callee la spagnola Esther Ferrer. Le cosiddette “performance artists” hanno creato un filone particolare che spesso ha offerto input per una riflessione sociale e politica molto importante. Tutte le performance di queste e di altre artiste hanno alla base un vissuto e un sentito personale. Non è un caso che questa tecnica artistica coinvolga maggiormente le donne. Una sorta di grido di dolore che si rivolge a una società ancora troppo maschilista e che ha bisogno di scossoni. L’arte come una attività catartica per disfarsi una volta per tutte da quel senso di asservimento sociale e artistico all’universo maschile.
La Body Art rappresenta una delle forme più audaci e provocatorie dell'arte contemporanea. Nato negli anni '60 e '70, questo movimento artistico si distingue per l'uso del corpo umano come principale mezzo espressivo. Artisti di tutto il mondo hanno utilizzato la Body Art per sfidare le convenzioni sociali, esplorare l'identità personale e collettiva e mettere in discussione i confini dell'arte stessa.