La frequenza con la quale, negli ultimi anni, mi è stato concesso di scrivere sulla pittura di Armodio ha favorito una visione della medesima un po’ più approfondita, almeno – s’intende – per quanto concerne questo specifico arco di tempo, ove, talvolta, sono tornate luminosamente a emergere, con singolare e più essenziale adattamento creativo, varianti tematiche di rilevante pregio. Questi geniali adeguamenti, risolti in un ordine iconografico pervaso dalla consueta aura metafisica, uniti a una meditata varietà di motivi inediti, hanno di fatto ampliato la prospettiva filosofica di un percorso pittorico fra i più alti, ingegnosi e cospicui dell’arte moderna e, ovviamente, di quella contemporanea. Di questo impareggiabile Maestro, che continua a stupire e ad affascinare un sempre crescente numero di estimatori sparsi a ogni latitudine, insisto a indagare, soprattutto, la natura della luce che egli inventa. Tra i vari enigmi, deliziosamente fecondi in tutta la sua opera, questo della luce resta il più complicato da svelare: vi aleggia, infatti, non soltanto l’abilità manuale e l’estro immaginifico di un pittore virtuoso quanto i sommi del nostro Quattrocento; conserva – la luce, appunto, la luce tipica di Armodio – il languore che hanno le nebbie padane e, insieme, il tepore di certi focolari domestici, intorno ai quali, un tempo, adulti e bambini si riunivano a sera per ascoltare i racconti, sussurrati con un filo di voce, di qualche affabulatore seducente. Armodio ha indubbia dimestichezza con la realtà altra del mondo invisibile. Ne conosce i fremiti, gli abissi imperscrutabili, le sibilline manifestazioni. Sa che non vi è stasi, se non apparente, in tale universo parallelo, perché le cose hanno un’anima e un moto proprio che consente loro prodigi straordinari.