Questo approfondimento è tratto dal n. 608 di Arte. La rivista di arte, cultura e informazione è acquistabile in edicola o sul sito di Cairo Editore.
Visibile, rilevante, significativa, non chiusa in se stessa o rivolta solo agli addetti ai lavori. Aperta a un pubblico ampio, in sintonia con lo spirito del tempo, in ascolto dei grandi temi contemporanei e in comunicazione con la società. Così deve essere l’arte contemporanea secondo Francesco Manacorda, il nuovo direttore del Castello di Rivoli che raccoglie il testimone da Carolyn Christov-Bakargiev allo scoccare dei 40 anni dell’istituzione.
- Biografia dell’artista: ci rende nota l’attività dell’artista, elemento necessario perché aiuta il collezionista o l’esperto a collocare l’esecuzione dell’opera nell’ambito del contesto storico specifico.
Napoletano, classe 1974, con studi al Royal College of art di Londra, dopo essere stato alla guida di Artissima, della V-A-C Foundation e della Tate Liverpool, giunge al Castello di Rivoli, il primo museo d’arte contemporanea in Italia inaugurato nel 1984 in un castello barocco nonché la casa dell’Arte povera, perché le radici di uno dei movimenti più importanti degli anni Sessanta sono qui, in terra piemontese.
Manacorda, cosa ha rappresentato finora per lei il Castello di Rivoli?
«Questo luogo ha sedimentato la mia comprensione del contemporaneo. E poi è una grande metafora di viaggio nel tempo. Un’architettura barocca non finita che racchiude l’idea, speciale ed evocativa, di castello “interrotto”. Lo spazio amplifica il significato stesso dell’Arte povera, con opere che intrappolano azioni sospese e non finite, in risonanza tra contenitore e contenuto».
Qual è l’immagine di questo luogo nel mondo?
«Non c’è museo con la stessa forza. Celebra un matrimonio, mai visto altrove, tra epoche distanti. Quando ho ricevuto questo incarico ho raccolto da colleghi e artisti parole di stima, ma direi perfino di devozione verso l’istituzione. È questo affetto, ormai consolidato tra gli addetti ai lavori, che vorrei suscitare oggi nel pubblico. Per mettere il castello nel cuore dei torinesi e degli italiani».
Con quali strategie?
«Il museo, fin dalla sua fondazione, è stato pioniere nella pedagogia delle arti visive. Ha fatto da rompighiaccio. Ha aiutato a sdoganare un settore, complice il suo patrimonio artistico e le bellezze di gigantesche dimensioni. Ha aperto una via, che vogliamo continuare a percorrere. Questo perché la missione del museo non è solo acquisire, conservare e raccontare le opere degli artisti, ma anche comunicare al maggior numero di persone che l’arte può essere rilevante».