Le fotografe del Novecento: nuovi sguardi e nuovi linguaggi

In America, nel 1936 appare uno scatto di Margaret Bourke White (1904-1971) sulla copertina della prima uscita di Life, oggi storica rivista di fotogiornalismo. La Bourke White fu una delle prime fotografe donne di reportage, la prima donna fotografacorrispondente di guerra e la prima occidentale ammessa in Unione Sovietica in qualità di fotogiornalista. Nella rivista lavorarono anche le reporter Nina Leen, Lisa Larsen e Marta Holme.

Restando in tema reportage non si può esimersi dal citare Dorothea Lange (1895-1966) forse una delle più conosciute autrici di questo elenco tutto al femminile. Fu l’unica donna nel gruppo di fotografi dell’Fsa (Farm Security Administration, 1937) voluto da Roosevelt per documentare la recessione agricola americana dopo la crisi del 1929. La forza emotiva delle immagini, ciò che le ha rese iconiche, è la capacità di entrare in empatia col soggetto, di lasciarsi trasportare dalla storia e riportarla nello scatto (e nei molti taccuini) sino a noi. Il suo modo di fare fotografia ha contribuito alla visione collettiva tra le due guerre negli Stati Uniti, ma anche durante la Seconda guerra mondiale la Lange non smise mai di documentare le condizioni di vita di alcune categorie socialmente deboli, nonché i problemi dell’epoca.

SUD

La mostra sensazionale di Mirò a Catania: scopri gli appuntamenti d’arte imperdibili al Sud Italia.

Catania: le mostre imperdibili

Miró. La gioia del colore - Palazzo della Cultura | fino al 7 luglio

Ottanta capolavori tra dipinti, tempere, acquerelli, disegni, sculture e ceramiche raccontano il percorso del maestro spagnolo, con una particolare attenzione ai lavori di grafica. Presenti anche una serie di scatti e filmati per mostrare la sfera più idell'artista. La mostra è curata dal grande storico dell'arte Achille Bonito Oliva, conosciuto per aver battezzato il gruppo Arte Povera. 
Fino al 7 luglio 2024.

Brescia: le mostre imperdibili

I Macchiaioli - Palazzo Martinengo | fino al 9 giugno

Articolata in 10 sezioni tematiche, l’esposizione di Palazzo Martinengo raccoglie le opere “chiave” di questo percorso allo scopo di raccontare ai visitatori i diversi momenti della ricerca dei Macchiaioli, i luoghi a loro famigliari – il Caffè Michelangiolo di Firenze, Castiglioncello, Piagentina, la Maremma e la Liguria - il confronto aperto e costruttivo con gli altri artisti e con le diverse scuole pittoriche europee.
Fino al 9 giugno 2024.

Roma: le mostre imperdibili

Carla Accardi – Palazzo Esposizioni | fino al 9 giugno

Con i suoi segni Carla Accardi voleva rappresentare, inizialmente in bianco e nero, «l’impulso vitale che è nel mondo». Per celebrare il centenario della nascita dell’artista, cento opere, realizzate dal 1946 al 2014, sono esposte fino al 9 giugno nel Palazzo delle Esposizioni di Roma in quella che, curata da Daniela Lancioni e Paola Bonani con la collaborazione dell’Archivio Accardi Sanfilippo e il sostegno della Fondazione Silvano Toti, è la mostra più ampia e completa che sia mai stata dedicata a Carla Accardi.

Torino: le mostre imperdibili

Ligabue - Società Promotrice delle Belle Arti di Torino

Un viaggio nell’arte di questo genio visionario sempre in evoluzione, e nella sua appassionata ricerca, con la quale sapeva inventare e rinnovare le sue opere nella loro pressante suggestione emotiva, in una iconografia popolare e raffinata. Fino al 26 Maggio. Scopri di più sulla mostra di Ligabue a Torino.

Robert Capa e Gerda Taro: la fotografia, l'amore, la guerra

Lei era fuggita dalla Germania nazista, lui dall’Ungheria, lei era Gerta Pohorylle (1911-1937), poi Gerda Taro, lui Endre Friedmann (1913-1954), insieme “la coppia” del fotogiornalismo. Si incontrano a Parigi nel 1934 e un anno dopo inizia il sodalizio sentimentale e professionale. Sarà Gerda a inventare per Endre il personaggio di Robert Capa. La Spagna della Guerra civile è il loro campo d’amore e di battaglia. E di quel fronte hanno inventato i due simboli, il Miliziano colpito a morte e la Miliziana con la pistola.
Fino al 2 giugno 2024

Gerda Taro è fra le protagnosite dell'interessante rapporto tra donne e fotografia.

L’arte del dubbio s’insinua a Palazzo Strozzi a turbare l’equilibrio dell’edificio-simbolo della cultura rinascimentale. Lo scultore angloindiano Anish Kapoor (Mumbai, 1954, vive a Londra e a Venezia) ha infatti confezionato su misura per il palazzo fiorentino una mostra filosofica, un percorso iniziatico dove i confini tra realtà e finzione sono sempre più labili. Un percorso nel quale il visitatore è invitato a mettere continuamente in discussione le informazioni fornite dai propri sensi e che lo conduce a esplorare i territori dell’inverosimile e dell’irreale – Untrue unreal è infatti il titolo della mostra. E a mo’ di introduzione, Kapoor cita Paul Valéry, «secondo il quale una cattiva poesia è quella che svanisce nel significato. Molti, forse troppi miei colleghi oggi sono impegnati a “produrre significati”. Io sono interessato solo parzialmente al significato. Preferisco rifarmi alla poetica dell’oggetto, alla poetica dell’essere. Questo è il nostro compito», dichiara.

Svayambhu, opera simbolo della mostra di Anish Kapoor a Palazzo Strozzi a Firenze
Palazzo Strozzi
Svayambhu, opera simbolo della mostra di Anish Kapoor a Firenze
La forma del vuoto

«Uno dei temi principali di questa mostra è l’oggetto vuoto, che per me non è affatto vuoto, ma pieno di oscurità, di dubbi, di riflessi. Sono un uomo dalle molte contraddizioni»,

dice Kapoor. Lo vediamo fin dal cortile di Palazzo Strozzi che accoglie l’installazione immersiva site specific Void pavilion VII (2023), un grande cubo bianco all’interno del quale scopriamo tre rettangoli neri (citazione del Quadrato nero di Kazimir Malevicˇ, 1915), tre “finestre” che affacciano su un’altra dimensione, come altrettanti “buchi neri” che ci risucchiano verso l’abisso, il mistero dell’essere, l’imperscrutabilità del grembo materno (il passato) o della tomba (il futuro). Spiega Arturo Galansino, direttore generale di Palazzo Strozzi nonché curatore della mostra: «I visitatori, “sprofondando” nei vuoti delle pareti, possono vivere un momento meditativo sull’idea di spazio, prospettiva e tempo. Un’esperienza fisica e mentale, impossibile da penetrare con la vista e che pare accogliere, in un mondo di ombre, l’inconscio». Così, in quel tempio dell’armonia architettonica, del rigore geometrico e della simmetria che è Palazzo Strozzi, l’artista introduce l’insondabile, l’indeterminato, l’infinito, lo stesso infinito cui allude, nel piano nobile del palazzo, la poderosa Endless column (1992). Ispirata a La colonne sans fin (1938) di Constantin Brancusi, è rivestita di color cremisi e se da un lato rimanda alle colonne in pietra del portico del palazzo, dall’altro si ha l’impressione che la sua funzione non sia quella di sorreggere, quanto di sfondare soffitto e pavimento:

«Quando si riveste un oggetto di pigmento, quest’ultimo si deposita a terra creando un alone attorno all’oggetto stesso. Questa esperienza mi ha suggerito il paragone con un iceberg, dove la parte maggiore dell’oggetto rimane nascosta, invisibile. Così mi sono interessato sempre più all’oggetto invisibile: una parte di esso sporge nel mondo reale, ma è il resto a essere veramente interessante»,

dice l’artista.