“I Dioscuri tornano a Roma” è il titolo della mostra, promossa dal Municipio Roma 1 Centro – Assessorato alla Cultura e dall’Associazione Via Veneto. L’esposizione organizzata dalla “Fondazione di Arte e Cultura Gianfranco Meggiato” ha per curatore scientifico Dimitri Ozerkov, già direttore del Dipartimento di Arte Contemporanea dell’Ermitage di San Pietroburgo, dimessosi dalla direzione museale nell’ottobre del 2022 in segno di protesta contro l’invasione russa in Ucraina.
Le opere sono realizzate da Meggiato in alluminio, con la tecnica della fusione a staffa, e in bronzo, con la tecnica della fusione a cera persa, tutte le sculture sono poste su basi in acciaio inox. La loro altezza varia da 2 fino a 5 metri. È possibile percorrere l’itinerario dell’esposizione attraverso il proprio smartphone, seguendo una mappa completa di immagini e descrizione, che si attiva scannerizzando un QR code posto sui cartelli esplicativi che accompagnano ciascuna scultura.
Il catalogo, che sarà presentato a gennaio 2024 in concomitanza con la chiusura della mostra, è pubblicato da Editoriale Giorgio Mondadori.
Cosa simboleggia il mito dei Dioscuri
Partendo proprio dal mito dei Dioscuri, l’esposizione indaga i significati della dualità e della duplicità, degli opposti che tendono all’Uno, così come Castore-Materia (umano) e Polluce-Spirito (Divino) sono realtà opposte e complementari che perseguono l’unione. La rappresentazione mitologica dei Dioscuri, attraverso il loro valore simbolico, per l’artista è, infatti, occasione per sottolineare il significato di unità e fratellanza, di superamento del duale, nella consapevolezza che siamo tutti parte di uno stesso insieme, cellule di un medesimo organismo, siamo tutti Uno.
Porta Pinciana
Il Mito dei Dioscuri presentato in un contesto contemporaneo è sottolineato dalla coppia di sculture poste a Porta Pinciana, che richiama le due divinità: Il Volo (alta 5 metri) e L’Attimo Fuggente (4 metri) sono due opere verticali che dialogano tra di loro, rappresentando idealmente Polluce e Castore. Il Volo rappresenta idealmente Polluce il fratello divino, nella consapevolezza che l’uomo non possa accontentarsi della sola materialità, ma possa “volare alto” per sentirsi vivo, per crescere, anche grazie alle difficoltà. L’Attimo Fuggente simboleggia Castore, il fratello mortale, e ci ricorda che la vita va vissuta appieno, poiché è un attimo e ciò che è perduto non ritorna. Questa scultura con un accenno di afflosciamento rappresenta Castore, colto nell’attimo del passaggio tra la vita e la morte. Nella scena, Il Volo-Polluce allunga dolcemente una sfera di immortalità e consapevolezza da condividere con il fratello mortale L’Attimo Fuggente-Castore.
Roma, Via Veneto: cosa vedere
In via Veneto in esposizione saranno: Sfera Quantica (h 2,20 m), che richiama la forza da cui trae origine ogni grado di materia; Taurus (h 3 m), che indica la componente istintiva in armonia con l’essenza interiore; Cubo con Cubo (lato 1 m), che ricorda le chiusure, esteriori e interiori e la possibilità di guardare a sé stessi secondo una nuova luce; Fiore d’Oriente (d 1,50 m) che può germogliare in noi anche a seguito di esperienze negative; Scorpius (h 3 m) che è protesa verso l’alto a simboleggiare l’attivazione di un’energia in noi; Doppio totem (h 2,60 m), che ci ricorda come le esperienze, positive o negative, possano far apparire la nostra parte luminosa; Cono Energia (h 2,20 m): un cono energetico punto di incontro fra visibile e invisibile; Colonna Energia: una colonna di luce sfida il tempo e tende verso l’Alto (h 2,25 m); Disco Orione (d 1,28 m) che richiama la brillantezza di questa costellazione.
L’assessore alla Cultura del Municipio Roma 1, Giulia Silvia Ghia
“Con la mostra di Meggiato a Via Veneto si sta proseguendo su quanto scritto nelle linee programmatiche di questo Municipio. L'arte contemporanea è un veicolo straordinario per riconnettere le persone ai territori, per ricercare un nuovo senso, una nuova fruizione più rispettosa di questa meravigliosa città”.
Il curatore scientifico Dimitri Ozerkov
“Questo progetto sul ritorno a Roma dei leggendari fratelli gemelli Castore e Polluce si apre in un momento difficile per il mondo. Adornando una delle strade principali di Roma, le sculture astratte di Gianfranco Meggiato parlano del nostro tempo attraverso lo spazio che ci circonda. Sono esse stesse la dualità del pieno e del vuoto, della morte e dell'immortalità, della materia e dello spirito. Ma non appena si pronunciano i nomi dei Dioscuri, queste immagini si riempiono di nuova vita, assumono un nuovo contenuto. […] Meggiato parla della necessità di ripristinare l'equilibrio, che per lui come scultore ha un significato sia diretto che figurativo. Ogni sua scultura è individuale e unica, come ognuno di noi. Ma ognuna trova il proprio posto senza invadere l'altra. Come i leggendari fratelli gemelli, queste sculture sembrano sforzarsi di essere inseparabili e ci parlano oggi della necessità di un vero amore fraterno di cui tutti abbiamo disperatamente bisogno”.
L'artista Gianfranco Meggiato
“Portare questa grande mostra con 11 opere nel centro della Capitale ci consente di riferirci alle radici di Roma Antica per trasmettere una visione di estrema attualità: come Castore e Polluce che erano fratelli diversi, l’uno mortale e l’altro divino, così anche noi, oggi, siamo invitati a riflettere sul valore di quello che ci appare diverso da noi stessi, per riconoscerlo come fonte di arricchimento per la comunità, con la consapevolezza che siamo tutti foglie dello stesso albero, siamo tutti onde dello stesso mare. È questa per me l’essenza della vera fratellanza”.
Gianfranco Meggiato, scultore di origini veneziane, dal 1998 partecipa ad esposizioni in Italia e all’estero e ad eventi internazionali. È ospite, nei padiglioni nazionali, a due edizioni della Biennale di Venezia (2011, 2013). L’artista modella le sue sculture ispirandosi al tessuto biomorfo e al labirinto, che simboleggia il tortuoso percorso dell’uomo teso a trovare sé stesso e a svelare la propria preziosa sfera interiore. Meggiato inventa, così, il concetto di “introscultura”, in cui lo sguardo dell’osservatore viene attirato verso l’interiorità dell’opera, non limitandosi alle sole superfici esterne. Cercando di realizzare complicate forme astratte, sceglie non tanto di scolpire la pietra, ma modellare la morbida e fluida cera d’api, per poi fondere a cera persa. Utilizzando la più antica tecnica di fusione del mondo, crea un proprio stile Meggiatesco, riconoscibile e contemporaneo.
Dice l'artista:
"Le mie, sono forme di luce vibranti nello spazio, la mia è una ricerca di sublimazione della materia. Non faccio mai un disegno preparatorio, ma lavoro di getto, attimo per attimo, modellando la cera calda, libero da condizionamenti o progetti precostituiti. Non voglio rischiare di diventare, riproducendo un progetto, un artigiano di me stesso”.
Dal 2017 Gianfranco Meggiato realizza opere urbane e installazioni di grande potenza e nello stesso anno riceve il Premio Icomos-UNESCO “per aver magistralmente coniugato l’antico e il contemporaneo in installazioni scultoree di grande potere evocativo e valenza estetica”.
L’inaugurazione è in programma venerdì 1° dicembre alle 10 a Porta Pinciana, alla presenza dell’assessore alla Cultura del Municipio Roma 1, Giulia Silvia Ghia. Sarà presente l’Artista.
Gianfranco Meggiato - I Dioscuri Tornano A Roma
1 Dicembre 2023 / 29 Febbraio 2024
Roma. Via Veneto, Porta Pinciana - Municipio Roma 1 Centro
Curatore: Dimitri Ozerkov
Catalogo: Editoriale Giorgio Mondadori
Quanto c’è di simbolico e quanto di reale nelle figure di adolescenti che popolano i suoi lavori?
«Il tema dell’adolescenza ha in generale una valenza sia simbolica che reale, ma preferisco maggiormente che si colga quanto c’è di simbolicità e di universalismo in questa dimensione. La figura del teenager non rappresenta quel dato reale di età, ma un emblema estensibile anche a una persona adulta».
Incertezza e indefinitezza caratterizzano per tanti versi il nostro tempo e appartengono ad ogni età.
«Nella situazione attuale siamo sempre messi di fronte a un futuro incerto e a possibilità che all’apparenza sono molto ampie. Uno stato, dunque, che può portare a una sensazione di ansia e di confusione, ma anche a prospettive di libertà. Poi penso anche che incertezza e indefinitezza contribuiscano a definire, o a non definire, la propria identità, in un rapporto tra esteriorità e interiorità, relazione e solitudine da rimettere continuamente in discussione lungo tutto l’arco dell’esistenza».
Nelle sue opere si agitano contrapposizioni stridenti, presenze inquiete e atmosfere favolistiche, luci radiose e squarci cupi, sogno e realtà, quest’ultima quasi mai rassicurante...
«Sì, in genere i miei lavori vengono letti così. A dire il vero mi piace l’ironia e giocare sull’equivoco e la coesistenza di aspetti divertenti e al contempo inquietanti o anche traumatici. L’ironia è in superficie, quasi un coraggioso sforzo di un’ingenuità ritrovata, motivo per cui utilizzo toni intensi e cangianti e spero divertenti, ma anche toni scuri e grigi che per me rappresentano la pesantezza e una situazione di stasi o anche di mistero».
Nel suo lavoro è forte la suggestione narrativa, accentuata già nei titoli delle opere.
«Mi piace lavorare sull’aspetto narrativo e spesso utilizzo il titolo non tanto per anticipare i contenuti del lavoro, ma per creare un altro piano di lettura: il titolo fornisce indizi. Nel lavoro con cui ho partecipato al Premio Cairo, Stiamo bene negli acquitrini è appunto un titolo che allude a un’idea di natura intesa come luogo di transitorietà, ma anche di identità e di abbandono di questa, il tutto in una condizione di dissolvenza tra mondo interiore e mondo esteriore, senso di moltitudine e di estraniazione. E di solitudine».
Che cosa stanno facendo le tre ragazze nell’acquitrino?
«Stanno ricercando calore e compagnia nei propri dispositivi e “protesi” tecnologici. Ascoltano la musica in cuffie di cristallo e una di loro è abbracciata a un paio di gambe finte a cui attribuisce una sua proiezione sentimentale. Un’altra è al riparo dentro a un tronco e guarda il suo smartphone. Mentre realizzavo il lavoro pensavo a certi dettagli di scene dipinte da Pieter Bruegel Il Vecchio, soprattutto a quelli presenti nel Paese della cuccagna, una sorta di utopia umana della pigrizia e di un’abbondanza senza limiti della natura. Oppure pensavo al film Picnic at Hanging Rock di Peter Weir, dove la natura è un luogo di mistero e di oblio. Le ragazze presenti nel mio lavoro le ho immaginate come protese, nel loro essere statiche, verso una specie di mistero in cui perdersi, fatto di mosconi che ronzano, di un pesce rosso che ha voglia di conoscere usi e paesaggi del mondo terrestre visto dalla sua minicapsula acquatica, di accarezzare un rospo viscido, ma dallo sguardo umano e di cercare pace nella musica che si cristallizza nei timpani. Per non sentire il nauseante odore della palude».
Quanto è importante nel suo lavoro l’idea di tempo e di spazio?
«Mi interessa raccontare azioni che si svolgono in uno spazio tridimensionale e in un certo lasso di tempo sospeso, in cui un susseguirsi lineare di eventi sembra essere svanito e subentra l’inattività, la stagnazione, ma anche uno stato di attesa e di eventualità in un flusso continuo che si protrae all’infinito».