Quello che lei mette in forma nei lavori è una sorta di universo parallelo, in cui anche le scelte strettamente espressive (i materiali, le tecniche, il linguaggio, ecc.) ne dichiarano l’esistenza.
«Mi interessa indagare il superamento della bidimensionalità e dell’idea di perimetro. Lavoro quindi su processi di sovrapposizioni, sui rapporti dell’opera con lo spazio, sui rimandi tra elementi della stesso lavoro o tra altri diversi, in un dialogo che conduca a una sorta di realtà aumentata, realizzata però con un supporto che è lontano da quello tecnologico. Pittura, carta, disegno, scultura, oggetti li lascio evolvere e li seguo verso una dimensione fluida, più emotiva, sperando anche che possano avvicinare chi guarda a piani diversi di lettura. Da questo punto di vista è molto calzante la definizione di universo parallelo».
Che rapporto ha con i linguaggi delle nuove tecnologie e con nuovi sistemi di comunicazione (Instagram e dintorni, per esempio...)?
«Utilizzo la tecnologia come via di fuga e di ricerca di vuoto. Le persone spesso sorridono davanti ai loro smartphone apparentemente senza un motivo, come a voler precludere un segreto a chi gli sta vicino. Questi linguaggi e strumenti personalmente li percepisco come oggetti vivi. In fondo sono stati creati con questo scopo e hanno raggiunto il loro intento: spesso in senso inquietante, ma anche in quello “amichevole”. A volte ci si immagina che qualcuno stia inviando messaggi ad amici mentre sorride o si incanta davanti allo schermo, invece ci sono solo il vuoto e la ripetizione. Anche a me succede di immergermi in questo flusso di “perversione” dell’immagine, di significati nascosti, di simbologie vecchie unite a quelle più nuove, di gesti in loop. Penso che la nostra conformazione mentale stia cambiando. Comunque non è per tutti così: c’è chi è più sensibile a queste trasformazioni, chi un po’ meno. Io mi sforzo di dialogare con questa realtà».
L’iperproduzione di immagini e il consumo bulimico che oggi se ne fa non rischiano di azzerare la memoria (non solo quella dell’arte)?
«Le immagini sono un linguaggio immediato molto potente che penso aiuti ad avvicinare all’arte persone spesso estranee ad essa e, allo stesso tempo, servono a restituire un forte potere e un ruolo all’immagine in sé. Il flusso di immagini certamente crea dipendenza, un vago stordimento e pensieri iniziati e lasciati in sospeso, spesso per distrazione. Penso più a una saturazione che a una cancellazione della memoria».
Che rapporto ha lei con la storia?
«Non cerco un’ispirazione diretta da essa, ma la rispetto. Non ho un rapporto direttissimo, però vorrei che nei miei lavori si percepisse la presenza di un’iconografia già vista. Mi piace guardare sia le immagini dell’arte consegnate alla storia che i meme che passano vorticosamente sui social».
Questo approfondimento è tratto dal n. 604 di Arte. La rivista di arte, cultura e informazione è acquistabile in edicola o sul sito di Cairo Editore.
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