La nascita delle riviste di moda: Francia e Regno Unito

A partire dal 1778 in Francia vennero pubblicati una serie di fascicoli intitolati La Galerie des modes. Al suo interno le pagine presentavano alcune importanti stampe nelle quali erano illustrati graficamente abiti e acconciature di quel periodo. Molti artisti vennero chiamati nelle neonate redazioni di moda, con lo specifico compito di realizzare delle vere e proprie opere d’arte, che da un lato rappresentavano la situazione attuale della moda parigina, dall’altro erano veri gioielli dell’incisione dell’epoca.

Tra loro ricordiamo i nomi di alcuni tra i più importanti incisori francesi di quel periodo: Nicolas Dupin, Augustin de Saint-Aubin, Jean-François Janinet, Etienne Claude Voysard e molti altri. In nove anni di attività, La Galerie pubblicò oltre quattrocento tavole illustrate. L’enorme successo editoriale, voluto da Jean Esnaut e Michel Rapilly, diede il via a una serie di altre pubblicazioni memorabili. In Inghilterra nacque The Lady’s Magazine, una delle più longeve pubblicazioni britanniche.

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Viaggio al termine della statuaria. Scultura italiana 1940-1980 dalle collezioni Gam
Perottino, courtesy di Gam Torino
Viaggio al termine della statuaria. Scultura italiana 1940-1980 dalle collezioni Gam

È cosa nota che a ufficializzare l’agonia dell’arte plastica tradizionale, dichiarandone in modo teoreticamente compiuto lo stato di crisi, ci ha pensato Arturo Martini, con il suo pamphlet La scultura lingua morta, stampato nel maggio 1945 dalla Tipografia Emiliana di Venezia, in una tiratura di appena cinquanta copie. “Poesia, musica, architettura e pittura”, scriveva Martini, “si tradussero come le lingue antiche nei successivi volgari aderendo alla vita. Soltanto la scultura restò immobile nei secoli, lingua aulica e sacerdotale, simbolica scrittura incapace di svolgersi nei moti quotidiani. Per questo la statua mi è sempre apparsa come una lapide scritta in greco o in latino. [...] La scultura resta quello che è: lingua morta che non ha volgare né potrà mai essere parola spontanea tra gli uomini”. Così, facendo scoccare la scintilla di un suggestivo cortocircuito letterario tra le riflessioni martiniane e il romanzo Voyage au bout de la nuit (1932) di Louis-Ferdinand Céline, il direttore della Galleria civica d’arte moderna e contemporanea di Torino, Riccardo Passoni, ha inventato l’efficace formula Viaggio al termine della statuaria, titolo di un’imperdibile e meritoria mostra da lui stesso curata, allestita nel museo torinese fino al 10 settembre.

Viaggio al termine della statuaria. Scultura italiana 1940-1980 dalle collezioni Gam
Perottino, courtesy di Gam Torino
Viaggio al termine della statuaria. Scultura italiana 1940-1980 dalle collezioni Gam
Il percorso della mostra sulla scultura italiana alla Gam di Torino

Viaggio al termine della statuaria, certo, ma al tempo stesso viaggio verso la rinascita della scultura, nel Secondo dopoguerra, dopo i fasti solenni del ventennio littorio. Il percorso della mostra inizia proprio con il raffronto simbolicamente antitetico tra un classicheggiante Ritratto di Eva di Edoardo Rubino, marmo esposto in una sala personale alla Biennale di Venezia del 1942, e La pazza (1939) in bronzo di Sandro Cherchi, umile figura antiretorica e antimonumentale, espressionisticamente interiorizzata e laconica. Il modellato “instabile” di Cherchi – prossimo come Giuseppe Tarantino, Mirko Basaldella e Nino Franchina all’azione artistico-culturale milanese di Corrente, uno dei punti di riferimento dell’intellettualità antifascista – anticipa la sensibilità informale (al suo Nudo al sole del 1948 fa eco La donna al sole del 1965 di Leoncillo).

 

Contrappunti interni, rimandi sottili, assonanze... «Gli anni Quaranta e Cinquanta», aggiunge Passoni, «consentono un primo passaggio, molto faticoso, a una dimensione totalmente altra della scultura. In seguito arriva l’assemblaggio, questione non irrilevante che riguarda una dimensione internazionale: nostri artisti quali Franco Garelli ed Ettore Colla realizzano lavori eccezionali sul tema del recupero, sospesi tra dramma e ironia. Con gli anni Sessanta si tocca il motivo dei materiali plastici. Ho voluto introdurre un elemento di raccordo con Cherchi e Garelli, inserendo un Giocatore di football eseguito nel 1964 in poliestere e gelcoat da Riccardo Cordero, loro allievo, e da noi finora mai esposto».

Viaggio al termine della statuaria. Scultura italiana 1940-1980 dalle collezioni Gam
Perottino, courtesy di Gam Torino
Viaggio al termine della statuaria. Scultura italiana 1940-1980 dalle collezioni Gam
Occasione inconsueta

Assai rare e rarefatte sono infatti le occasioni di vedere mostre di sola scultura, soprattutto della seconda metà del Novecento e soprattutto in spazi istituzionali; dunque massima lode a Passoni, che ha voluto e concepito questa ricognizione all’interno delle collezioni della Gam, per indagare gli snodi della scultura italiana tra il 1940 e il 1980, attraverso quaranta artisti e cinquanta opere, alcune delle quali non si vedevano da decenni. Dicevamo che secondo Martini (presenza-assenza sottesa al ragionamento dell’esposizione) la statuaria classica, con il suo sviluppo millenario, ci avrebbe condizionato per sempre: «Un altro limite intrinseco al linguaggio plastico», osserva Passoni chiosando Martini, «è per esempio l’impossibilità di praticare la natura morta, che diventa quasi ridicola in scultura, sebbene poi Piero Gilardi, scomparso lo scorso marzo e cui rendiamo omaggio, dimostri che è possibile farlo anche ad alto livello; ma perché ciò avvenga dovranno cambiare le generazioni. Quest’idea della fine di un progetto plastico sembra un dramma: però in realtà, alla conclusione del dramma, si aprono mille possibilità».