Sono oltre 300 le immagini in mostra, di cui 30 mai esposte prima e tutte selezionate dall’archivio Mulas che ne conta circa diecimila. Scandito in 14 capitoli tematici che attraversano tutti i generi abbracciati dal fotografo italiano, il percorso inizia dalla sua ultima serie, quella più rivoluzionaria: Le verifiche. Si tratta di 13 opere, realizzate tra il 1968 e il 1972, nelle quali Mulas mette a tema la fotografia stessa, «quella scoperta meravigliosa», come scriveva già Nadar nel 1857, «alla quale hanno collaborato i cervelli più straordinari, che stimola gli spiriti più sagaci, e la cui applicazione è alla portata dell’ultimo degli imbecilli». E in un momento storico in cui l’informazione visiva stava diventando sempre più onnipresente e invasiva, fino a stordirci, Mulas sente il bisogno di tornare alle origini, di «capire che cos’è questo mestiere, analizzarne le singole operazioni, smontarlo come si fa con una macchina, per conoscerla», scrive nel suo libro più importante intitolato La fotografia. Ognuna delle verifiche è infatti dedicata a un autore imprescindibile e a un elemento chiave per il mestiere del fotografo: da Joseph Nicéphore Niépce e la pellicola a Lee Friedlander e la presenza-assenza dell’autore nello scatto; da Jannis Kounellis e la dimensione astratta e sospesa del tempo fotografico al chimico John Frederick William Herschel e i procedimenti di sviluppo e fissaggio in laboratorio. L’ultima verifica è dedicata a Duchamp, perché senza il suo atteggiamento mentale, «il suo non fare», la sua capacità di generare un nuovo pensiero sulle cose, semplicemente spostandole in un’altra dimensione, «questa parte del mio lavoro non sarebbe nata», spiega lui.
Duchamp lo ritroviamo anche nella sezione dedicata ai ritratti. È infatti uno degli artisti maggiormente fotografati da Mulas, che lo riprende in una serie di scatti anticonvenzionali, fuori dal contesto abituale, e soprattutto mentre cammina: «Mi sembra che il camminare sia l’atteggiamento più evidente del vivere e basta, un fare sganciato dal produrre», spiegava. Altro artista determinante per lui è Lucio Fontana e in mostra possiamo vedere la serie L’Attesa dedicata ai suoi celebri tagli. Anche in questo caso Mulas va oltre la mera rappresentazione del gesto artistico per cogliere il momento «più importante, quello decisivo (...), il momento in cui il taglio non è ancora incominciato e l’elaborazione concettuale è invece già tutta chiarita». Sfilano poi tutti gli altri ritratti, tantissimi, dedicati non solo agli artisti ma anche a scrittori, poeti, politici, giornalisti, editori e industriali. E poi la serie sulle Biennali di Venezia, che Mulas documenta dal 1954 al 1964, e dove coglie «l’aspetto festoso dello stare insieme, del guardare, dell’esibire e dell’esibirsi». Un’esperienza stimolante e feconda questa delle Biennali, soprattutto quella importantissima del 1964 che consacra a livello internazionale la Pop art americana e lo porta a conoscere personaggi come Leo Castelli e Alan Solomon. È proprio grazie alla loro amicizia che Mulas decide, quello stesso anno, di recarsi a New York, «per capire e farsi testimone» di quel vivacissimo e irripetibile clima culturale che stava rivoluzionando il sistema dell’arte. Qui visita gli studi di Warhol, Lichtenstein, Newman, Johns, Segal, Stella, cercando di cogliere per ognuno di loro non solo l’attimo fuggitivo della creazione, ma quell’energia, quell’insieme complesso di gesti che si rivelano decisivi per il risultato finale. Perché, per Mulas, ciò che veramente importa non è tanto l’attimo eccezionale “alla Cartier-Bresson”, quanto «individuare una propria realtà; dopo di che, tutti gli attimi più o meno si equivalgono».
Questo approfondimento è tratto dal n. 597 di Arte. La rivista di arte, cultura e informazione è acquistabile in edicola o sul sito di Cairo Editore.
Una delle più pesanti e più recenti pandemie conosciute dalla società attuale è quella del virus dell’immunodeficienza acquisita, l’Hiv, meglio noto come Aids. I primi casi documentati sono apparsi nel 1981, anno in cui venne ufficialmente riconosciuta come epidemia. L’artista che per primo accostò l’arte a questa infezione fu il newyorkese Keith Haring. Street artist e rappresentante di spicco insieme a Basquiat del graffitismo, Haring contrasse l’Hiv nei primi anni Ottanta. Sensibilizzò il grande pubblico con le sue opere dedicate alla nuova epidemia e non solo. Con il suo stile Haring veicolò messaggi importanti, chiari e di immediata comprensione. Mise la sua arte al servizio della società per condividere e sensibilizzare l’opinione pubblica su importanti questioni sociali e politiche. Dopo la diagnosi il suo impegno in questo senso fu intensificato nonostante le sue precarie condizioni di salute. Nel 1989 gridò al mondo che bisognava conoscere la malattia per poterla combattere con l’opera intitolata Ignoranza=Paura. Nello stesso anno realizzò a Pisa Tuttomondo, un vero e proprio inno alla vita, sulla parete esterna della canonica della chiesa di Sant’Antonio Abate. La superficie della parete misura circa 180 metri quadrati e si tratta dell’ultima opera pubblica dell’artista statunitense prima della sua morte, nonché l’unica pensata per essere permanente. L’arte dimostra il suo potere di umanizzare anche la morte e la sofferenza. Il racconto preciso, dettagliato, delle epidemie nei secoli non solo ha funzionato come cronaca puntuale di eventi epocali, ma è servito a filtrare paure e desideri, rendendoli parte integrante della nostra cultura e riuscendo in qualche modo a raccontare un percorso umano, spirituale e scientifico di incredibile bellezza e umanità.
Curata da Gabriella Belli (già membro della giuria del 21° Premio Cairo), la mostra apre un percorso inedito che sceglie l’arte contemporanea come strumento per esplorare e interpretare la storia sociale, culturale, politica ed economica del XX secolo. Perché – come sottolinea la curatrice – «ben pochi artisti italiani del Novecento hanno non solo eguagliato la potenza narrativa degli antichi maestri quanto Vedova (noto il suo amore per Tintoretto), ma sono stati simbolo altrettanto forte e riconoscibile di quella generazione nata nel Primo dopoguerra». La sua carriera artistica è caratterizzata da una costante volontà di ricerca e forza innovatrice, ma anche di impegno e denuncia sociale, già evidente in Morte di un partigiano del 1945. All’inizio degli anni Cinquanta realizza i suoi celebri cicli di opere: Scontro di situazioni, Ciclo della Protesta, Ciclo della Natura. Dal 1961 lavora, prima a Venezia e poi in Brasile, ai Plurimi, in cui Vedova posiziona il quadro in uno spazio tridimensionale, smembrando la superficie pittorica in un insieme di elementi frammentati. Negli anni Settanta, realizza i Plurimi/Binari del ciclo Lacerazione e i Carnevali e, negli anni Ottanta, i ciclopici Dischi, Tondi, e ...in continuum.