Martedì 18 aprile, ore 17: Paolo Michieli e Roberta Filippini di Floricoltura Michieli spiegano le Tillandsie, piante che "vivono d'aria".
Mercoledì 19 aprile, ore 17: talk Craft Design & Sensory Design, curato da Ilaria De Bartolomeis. Sul palco si incontrano Giovanna Castiglioni, figlia del grande architetto Achille, la sound designer Chiara Luzzana e la designer Serena Confalonieri per parlare di come la relazione fra gli individui e gli oggetti che arredano le case si definisca anche attraverso i sensi, con una particolare attenzione ai progetti che intrecciano design e artigianato.
Giovedì 20 aprile, ore 17: Mario Mariani e Matteo Boccardo, responsabili del vivaio-giardino Central Park, spiegano come creare un effetto foresta in piccoli spazi.
In occasione del Salone del Mobile 2023 i sistemi di Gardenia ed F dedicano un approfondimento ricco ed articolato anche sulle diverse piattaforme social, attraverso tantissimi contenuti declinati con la cura e qualità editoriale da sempre loro marchi di fabbrica.
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Che il direttore di Miart Nicola Ricciardi sia un appassionato di musica lirica appare evidente dagli slogan che utilizza. Dopo un’edizione post Covid intitolata Dismantling the silence (Smantellare il silenzio), si è passati l’anno dopo a Primo movimento e poi a Crescendo, per descrivere la ventisettesima edizione, in programma dal 14 al 16 aprile 2023 nei padiglioni della Fiera di Milano. È l’aumento graduale d’intensità dopo che si era deciso di organizzare un’edizione in settembre in quanto la pandemia aveva impedito di rispettare la consueta programmazione. Una scelta coraggiosa resa possibile dalla caparbietà dell’Ente Fiera e dalla disponibilità delle gallerie italiane, le uniche a poter partecipare con gli aeroporti di mezzo mondo ancora chiusi. Nonostante la buona volontà, i risultati non furono certo quelli auspicati. L’atmosfera appariva spettrale con un pubblico intimorito non solo dalle mascherine e dal distanziamento, ma anche dal fatto di ritrovarsi, dopo quasi due anni di lockdown, di fronte a un mercato che pareva estraneo. A Miart 2021 si conclusero pochi affari e in molti tornarono a casa convinti che fosse finita un’epoca: «Nessuno credeva più nel modello delle fiere», racconta Ricciardi. I soloni della critica e i sociologi d’accatto erano già pronti a teorizzare un mondo “phygital” e “onlife”. Tuttavia, sono bastati pochi mesi per smentire le più nefaste previsioni e, inaspettatamente, nell’aprile 2022 la fiera, come l’Araba Fenice, è risorta dalle ceneri con oltre 40mila visitatori. Code agli ingressi, collezionisti alla ricerca ansiosa di giovani griffati e molti investitori pronti ad approfittare dei “primi movimenti” di un mercato rimasto a lungo ingessato e dunque meno pretenzioso rispetto al 2017 e 2018, quando la speculazione soffiava sul fuoco.
Si conclude, per il momento, il nostro racconto attraverso la lunga storia del CAM, dal 1962 ad oggi. Un racconto che molto probabilmente bisogna retrodatare di almeno un paio d’anni. Bisogna infatti immaginare che il progetto del Catalogo risalga al 1960, quando l’editore Giulio Bolaffi e lo storico dell’arte Luigi Carluccio danno vita a quello che sarebbe diventato il più longevo prodotto editoriale di genere.
Nata in origine per dare risposta al mondo del collezionismo, la pubblicazione si trasforma e si rafforza iniziando un dialogo allargato. Ai collezionisti si aggiungono galleristi, artisti, critici d’arte, organizzatori, operatori del settore artistico-culturale e i tanti appassionati d’arte.
Sessant’anni dopo il Catalogo dell’Arte Moderna si conferma come fondamentale strumento di consultazione e di promozione nel settore. Rimanendo al passo coi tempi.
Ora è un “crescendo” con Miart 2023 che si presenta ai blocchi di partenza recuperando la formazione classica con quasi tutti i titolari delle gallerie italiane in campo, da Lia Rumma a Continua; da Galleria dello Scudo a Zero; da Minini ad Artiaco; da Galleria Maggiore a Mazzoleni. Quest’anno le gallerie sono 169 di cui i big 133, con soli 36 posti per i giovani. La quota per gli stranieri è tornata a salire sino al 40% e un parterre che pur non presentando le multinazionali come Hauser & Wirth, Pace o Gagosian, può contare su una selezione di tutto rispetto con Perrotin e Lelong di Parigi, Corvi-Mora di Londra, Klemm’s e Esther Schipper di Berlino, Andrew Kreps di New York e Misako & Rosen di Tokyo. Sebbene, come di consueto, la vigilia sia stata animata da qualche mugugno, il desiderio di conquistarsi un posto in prima fila nella mostra-mercato italiana più appetibile e commercialmente più redditizia è tornato a crescere. I pretendenti (le gallerie che fanno le application) si sono avvicinati a quelli del 2018 con la commissione che ne ha bocciati oltre cento (alcuni tra gli italiani si aspettavano maggior riconoscenza dopo aver “soccorso” Miart durante il periodo della pandemia). Sono saliti anche i premi per le acquisizioni, passati da tre a nove, un’opportunità per chi li riceve e una passerella per chi li organizza. Se il fondo di 100mila euro messo a disposizione dalla Fondazione Fiera si rinnova dal 2012, da quest’anno la Fondazione Henraux commissiona, nell’ambito di Miart, un’opera in marmo che per dodici mesi viene esposta al Museo del Novecento di Milano. La kermesse milanese è oramai un appuntamento imperdibile (con la fiera inizia anche la Milano art week con un’infinità di mostre ed eventi in città) e alla vernice si contano più vip che alla prima della Scala. Insieme al sindaco Giuseppe Sala e all’assessore alla Cultura Tommaso Sacchi, a calcare il red carpet non mancano politici, banchieri, industriali, economisti, star, starlette e influencer. Una girandola di nomi intorno a quello che solo una decina d’anni fa era considerato un appuntamento per addetti ai lavori, un supermarket dell’arte nemmeno tra i più sofisticati.
A quanto pare la fiera è un modello vincente, mentre ciò che appare già superato è la sbornia del digitale. Ben pochi oggi investirebbero su nuove piattaforme o mostre-mercato esclusivamente online. Del resto, nel 2020 erano state profetiche le parole di Marc Spiegler, per quindici anni direttore di Art Basel, che aveva dichiarato: «Il mondo Amazon suona più come l’inferno che il paradiso. È un mondo che non ha il potere di muovere le nostre anime». Certo, l’ecosistema è profondamente cambiato, ma l’hi-tech è stato costretto a indietreggiare, come dimostra il fallimento della Silicon Valley Bank legata al settore tecnologico. Nemmeno il Metaverso appare più di moda come qualche mese fa e gli NFT sembrano soltanto un ricordo, tanto che a Miart sono completamente assenti. Ovviamente non si tratta di un ritorno alle origini, ma della necessità di ripensare nel suo complesso il sistema fluido e ibridato in cui anche l’arte è immersa.