«Ho sempre voluto essere un’artista. Fin da subito mi è stato abbastanza chiaro che questo fosse il mestiere più emozionante e libero. Ho iniziato iscrivendomi a un istituto d’arte di Perugia: dovevo per forza andarmene da Cortona. Ho proseguito a Bologna, all’accademia. Ho studiato pittura, anche se non ho mai percepito la differenza tra le varie pratiche d’arte. Il mio approccio alle due dimensioni è durato davvero poco».
«Vivere in quella città è stato piuttosto incredibile, tra l’altro non c’è nemmeno un quadro di Bosch, ma in verità non conta molto. Forse il carnevale è il momento più vicino a quell’autore. Non avevo mai capito quella festa finché non ho vissuto lì, e non si tratta tanto delle maschere o della sua estetica, quanto dello scuotimento che vivono le persone in quei giorni di totale anarchia. Il carnevale al sud dell’Olanda dura venti giorni ed è molto sentito, ovviamente solo nelle zone di stampo cattolico. La gente si trasforma e non c’è più regola o morale che tenga».
«Dal dentista. Mi sono trovata con due persone che si affacciavano sulla mia bocca: il mio corpo immobile e tutti quegli strumenti, quei cavi, quei trapani che passavano tra loro e me. Mi sono vista da fuori inerme, interessata molto a quella sorta di violenza immobile cui mi stavo sottoponendo senza poter parlare, e così ho pensato di farne un lavoro».
«La grande eredità artistica che abbiamo e qualunque cosa è a mia disposizione. Tutto e niente, senza esclusioni e gerarchie. Credo che sia necessario non escludere scelte o gesti che sento necessari per il mio lavoro. Uso il ready-made e la scultura, l’installazione, in alcuni casi la pittura. Ho capito che ognuno di questi linguaggi è egualmente necessario e capace di coesistere senza problemi nella formazione di una nuova opera».
«La scultura porta dentro di sé tutto questo. È il suo stesso fare a “includere ed escludere rispetto a un limite”. Se per un attimo pensiamo alla scultura in senso materico, sappiamo che quel “resto” giace da qualche parte, non è inesistente: semplicemente è altrove. Già da studente, affiancando la teoria al fare, ho capito che non potevo escludere quasi niente di ciò che approcciavo, e che il “resto” diventava sempre più un elemento imprescindibile del lavoro: oggetto e soggetto di riflessione. Inoltre è più divertente, e più necessario, cercare di trasformare il marginale in un’opera: ce lo insegnano tutti i grandi maestri».
«Per me non esiste un elemento più “elevato” di un altro, non c’è distinzione tra un brandello di plastica, un rottame o un pugno d’argilla, così come tra un blocco di marmo o un pezzo di ferro. Non separo nemmeno ciò che può essere definito “ready-made” − qualcosa che preesiste all’uso che ne facciamo dopo − da ciò che è invece individuato come materia prima, pura. Nel tempo in cui viviamo è diventato difficile trovare un angolo di Terra dove l’impatto umano non abbia alterato funzioni ed equilibri, motivo per cui mi risulta molto difficile riconoscere la materia pura da quella alterata e formata dall’uomo. Con un tale approccio antigerarchico ho iniziato a escludere ogni tipo di classificazione degli elementi. Ogni tipo di elemento fa parte di un grande humus per generare un nuovo lavoro».
«Sì, è vero, anche questo ha a che fare con quell’idea di “resto” di cui si parlava prima. Si tratta di intendere tutto quanto ci circonda come un intero corpo di lavoro: uno spazio indefinito all’interno del quale le cose e la materia coesistono in una coreografia dinamica, in cui anche il corpo dello spettatore diventa parte frammentata. Non m’interessa dare una collocazione centrale a nessuno degli elementi che utilizzo, ma piuttosto una sorta di interdipendenza tra di loro, quasi una necessità di appartenenza condivisa ed orizzontale. È un po’ quello che succede in natura, anche se nelle mie opere non sembra esserci un sistema centrale, un personaggio o un elemento più fortunato di altri».