“Endless”: un nome che suona sia come una profezia che come un brand: come ti è venuto in mente?
«Quando fai Street art devi inventarti un nome e così ho fatto, ma volevo anche che suonasse come un brand perché oggi tutto è un brand: se sei un artista sei un brand, se sei sui social media sei un brand... Ne ho scelto uno breve perché fosse potente e facile da ricordare. Per quanto riguarda il significato, descrive il mio modo di pensare, il flusso continuo di idee che ho in testa: penso per immagini, senza fine».
Nella Street art, e soprattutto nel tuo caso, essere anonimi però non è più necessario.
«All’inizio facevo tutto illegalmente, quindi dovevo essere anonimo. A parte quello, per me lo pseudonimo registra una separazione, una sorta di fuga da altre forme di esistenza: quando sono diventato Endless, ogni cosa è diventata arte, al 100%, ho escluso tutto il resto».
Per quanto tempo hai lavorato solo come street artist? E come organizzavi la tua attività allora?
«Ho fatto tutto illegalmente per sei o sette anni pieni. La mia routine era svegliarmi alle tre di notte e lavorare fino all’alba, per le strade di Londra: l’ho fatto per almeno cinque anni, tre o quattro sere alla settimana».
Come ti guadagnavi da vivere?
«Lavoravo nei bar e da free-lance, mai impieghi stabili. Avevo bisogno di libertà e di ciò che bastava per pagare le spese. L’arte è sempre venuta prima».
Com’è nata la collaborazione con i brand della moda?
«Con l’icona di Karl Lagerfeld, di cui ho tappezzato Londra e in parte anche Amsterdam, dove c’è la loro sede principale. Il suo team ha visto il mio lavoro, lo ha mostrato a Karl (pochi mesi prima che lui morisse) e poi mi hanno contattato. È iniziata così».
È stato un caso o te lo aspettavi?
«Come artista tu osservi ciò che capita nel mondo e pensi che niente sia impossibile, altrimenti non saresti un artista. All’inizio non immaginavo niente del genere, ma sapevo che se ce l’avessi messa tutta qualcosa sarebbe successo. Solo, non sapevo che cosa».
Gilbert & George: come li hai conosciuti?
«Come Karl Lagerfeld. Hanno visto un mio lavoro (Crotch grab) dietro l’angolo di casa loro».
Sapevi che abitavano lì?
«No, non lo sapevo. Però ho poi saputo che l’hanno fotografato e usato in un’opera per una grande mostra a Singapore, Utopian pictures, nel 2015. Quando qualcuno mi ha mostrato il catalogo, li ho contattati per dire che ero l’autore del lavoro e che sarebbe stato bello incontrarci. Così siamo diventati amici. Ogni tanto andiamo fuori a pranzo. Sono una grande fonte d’ispirazione per me, soprattutto per il modo in cui hanno strutturato la loro vita intorno all’arte».
Raccontaci del tuo ingresso agli Uffizi.
«Quando mi hanno chiamato per dire che un mio lavoro sarebbe stato incluso nella collezione, non riuscivo a capire come potesse armonizzarsi con quel patrimonio storico. Tieni presente che quando sei un artista possono farti mille proposte... ma è meglio non esultare finché non si realizzano perché tutto può andare storto (ride). Quando abbiamo effettivamente consegnato l’opera, allora ho messo a fuoco che sarebbe diventata parte della cultura, della storia. Rappresenta la mia amicizia con Gilbert & George, ma anche il mio lavoro, e la Street art, e forse il momento storico in cui Street art, linguaggi contemporanei e belle arti diventano una cosa sola».
L’epoca delle “etichette” è finita?
«Le persone si sentono rassicurate dalle etichette. Per quanto mi riguarda, io mi considero solo una persona che crea, non importa cosa né in quale direzione. Mi interessa che il lavoro venga visto, questo sì: non avrebbe senso fare arte e non mostrarla. Per questo usi la strada: è come quando sei piccolo e appendi i disegni al frigo, perché vuoi che la tua famiglia li veda, vuoi una reazione. Quando il tuo lavoro entra in un grande museo, allora il numero di persone che lo vedranno aumenta, e questo è lo scopo del gioco».
Il rapporto tra arte, moda, pubblicità: come artista, vedi una differenza tra l’una e le altre? E chi ha bisogno di chi?
«Un tempo moda, arte e pubblicità erano entità separate, ora non più. Con Internet e i social media ci siamo abituati a vedere tutto insieme. L’arte è libertà e gli artisti si esprimono sempre liberamente, ma senza dubbio influenzano sia la moda che la pubblicità, che dal canto loro amano attingere dall’arte, la vedono come l’avanguardia del nuovo. Però, siccome ora è tutto mischiato, an- che la moda e la pubblicità sono arte. Pensa a quante persone con una formazione artistica lavorano in questi ambiti... e va bene, ognuno può fare ciò che vuole. Non ci sono giusto e sbagliato».
Ora lavori sia in strada che in studio: che cosa cambia nel passaggio dal muro alla tela?
«Non molto. La tela è di dimensioni fisse mentre in strada puoi scegliere la parete che vuoi, ma i limiti ci sono sempre, ovunque tu sia. Al lavoro su tela sono abituato fin dall’università: so come si fa, mi viene naturale. Calcola poi che per il lavoro in strada serve solo la “messa in opera”, da completare in pochi minuti: tutto è preparato prima in studio, anche la Street art».
Come scegli soggetto e numero dei dipinti?
«In genere faccio semplicemente ciò che mi sento di fare, ma dei pezzi più iconici, come la regina (Lizzy Vuitton) o le bottiglie Chapel, ho creato più versioni. Ogni singolo dipinto però è diverso».
Produci solo pezzi unici?
«Sì, sempre pezzi unici. Di recente abbiamo fatto delle stampe in edizione limitata. Ma nelle tele, anche se il soggetto è lo stesso, cambiano colori, sfondo, forme, dettagli. Provo sempre qualcosa di nuovo».
Hai degli assistenti?
«Solo uno, che si occupa della parte amministrativa, mentre io faccio tutto il resto. Sarebbe strano se lo facesse qualcun altro. So che certi artisti hanno grandi produzioni e centinaia di assistenti, ma altri, come me, sono una persona sola».
Una tua versione di Karl Lagerfeld è diventata un NFT: che cosa pensi della criptoarte?
«L’NFT è stato creato dal team di Karl Lagerfeld, che voleva collaborare con un artista per creare un nuovo prodotto da vendere. Per me è stata una bella opportunità partecipare e vedere che cosa ne sarebbe uscito fuori. Per quanto ne so (non molto), gli NFT sono più o meno come le opere d’arte reali ma in versione digitale. Ciò di cui si parla tanto, al momento, è la proprietà, il fatto di poter possedere un oggetto digitale così come un dipinto».
È un ambito che ti attrae dal punto di vista creativo?
«Sì. I miei lavori nascono sempre dal digitale, e mi piace l’arte digitale, le possibilità che offre sono infinite. Inoltre, porta con sé un intero nuovo pubblico. Non credo ci sia niente di male in tutto ciò. Del resto, quando un fenomeno non piace, o non viene capito, in genere vuol dire soltanto che è la prossima tendenza, perché abbiamo sempre bisogno di odiare qualcosa, prima di amarla».
Questo approfondimento è tratto dal n.582 di Arte. La rivista di arte, cultura e informazione è acquistabile in edicola o qui.
Per lanciare l'uscita, la monografia, disponibile a giorni e ordinabile sia online che nei punti diventa dal vivo, viene presentata in anteprima in un luogo simbolico d'Italia: nella storica Libreria Bocca dal 1775, nella Galleria Vittorio Emanuele II a Milano, mercoledì 30 marzo 2022, alle ore 17. Intervengono l'artista, il curatore e Carlo Motta, responsabile dei Libri illustrati della Cairo Publishing.
Nella monografia, nata con la collaborazione di Casa Nannipieri Arte e Centro Studi Abbazia di San Savino, sono raccolte circa 50 opere uniche dell'artista.
Danilo D’Ignazio nasce il 17 dicembre 1985 a Giulianova (TE) e, fin dai primi anni di scuola, dimostra un’innata passione per il disegno. Formatosi in una stamperia serigrafica, col tempo ha raggiunto uno dei suoi impieghi: quello di graphic designer. Nel 2012, appena tornato dal suo ultimo viaggio in America, attratto dalla cultura urbana delle strade e dei musei newyorkesi, inizia il suo percorso d’artista. Nel 2021, una sua opera, Human After, realizzata in collaborazione con Maurizio Vittoriosi, è stata appositamente commissionata da ACI Storico, per essere videoproiettata nell’allestimento di Moto Guzzi Sport 500 in Auto e Moto d’Epoca di Padova, in occasione della commemorazione dei 100 anni storici di Moto Guzzi.
Afferma D'Ignazio:
"Se dovessi spiegare cosa rappresentano le mie creazioni, direi che sono dei giusti punti di vista, delle giuste decisioni che sono il riflesso di una giusta mentalità, di una giusta visione. Questo va ad incidere sulla creazione del nostro destino, ma soprattutto su noi stessi. Per poter acquisire tale mindset e raggiungere gli obiettivi imposti, dobbiamo evolverci a livello personale, acquisendo nel tempo i giusti dati, avendo la giusta comprensione della vita, ma soprattutto di noi, come veri protagonisti, questo migliora il nostro modo di pensare, e quando abbiamo un giusto pensiero, aumentiamo le nostre possibilità di arrivare alla libertà, al successo oltre a tirar fuori il nostro essere, il nostro vero potenziale.
Questo è il mio obiettivo, visto che tutto ciò, sta facendo la differenza in questo mio percorso di vita, vorrei che tutto questo fosse un esempio, un segnale, uno motivazione per ogni essere, in modo che ognuno possa dar valore alla propria vita, cercando di trovare quel valore aggiunto che abbiamo dentro e prefissarci dei giusti obiettivi, che siano all’altezza dei nostri sogni. Questo è frutto di un continuo coltivare e migliorare il proprio modo di pensare e lavorare sulla propria consapevolezza, sul proprio io. Una volta che riusciamo ad acquisire la nostra vera consapevolezza, a prescindere da quali siano gli eventi, la vita è, e diventerà sempre più meravigliosa".
Nel frattempo ci sono stati però anche gli studi accademici come graphic designer “che mi hanno consentito di capire come far evolvere il mio lavoro. La curiosità rispetto a diversi medium – spiega l’artista – ha permesso poi di creare una sorta di mappatura di quella che è diventata la mia identità artistica”.
Un lavoro transdisciplinare, variegato e complesso, sintesi di diverse contaminazioni
La rigorosa e complessa ricerca di Greg Jager, frutto di un dialogo tra arte, grafica, antropologia e architettura, si è evoluta in un universo geometrico che lo ha portato a confrontarsi con differenti linguaggi, sia nello spazio pubblico che in quello privato.
Pur occupandosi di spazi pubblici, l’artista tiene a precisare che il suo lavoro non è da definire o relegare nell’ambito della sola street art.
“La mia è una ricerca variegata e transdisciplinare, che può spaziare dal muralismo fino ai lavori su carta, ai dipinti, alla performance, ai progetti editoriali. Il muralismo è, quindi, solo una parte di un percorso molto più ampio, di una ricerca che si esprime in differenti modalità” – sottolinea.
Ciò che colpisce nel lavoro di Greg Jager è sicuramente la centralità della forma geometrica, del segno grafico, così come la combinazione di cromie che danno vita a inedite composizioni astratte. La passione per la grafica risulta evidente, come pure la sintesi di diverse contaminazioni, con una particolare attenzione alle arti visive di fine l’800 e inizi del ‘900, ma non solo.
“Il grande punto di riferimento per me è sicuramente la scuola del Bauhuas, le Avanguardie russe e l’Arte Cinetica italiana”. “Catturo suggestioni più vicine al mio sentire – spiega l’artista – cercando di interpretarle e rielaborarle. Sono tanti, insomma, gli aspetti che prendo in considerazione per la realizzazione dei miei progetti. Studio il passato, ma sempre con lo sguardo in avanti, rivolto al futuro, in una continua evoluzione”.
Un lavoro non solo estetico … “ma non parliamo di rigenerazione urbana”
Il lavoro di Greg Jager è sempre il risultato di uno studio e di una riflessione che non si limita alla sola estetica, ma assume un ruolo sociale e di continuo dialogo con il territorio. “Se così non fosse si tratterebbe di qualcosa di puramente autoreferenziale”. “Il terreno di gioco del mio lavoro, nei diversi modi in cui prende forma, è sempre lo spazio pubblico” – sottolinea l’artista. “Lo studio del territorio, il coinvolgimento delle persone rimane centrale, cerco quindi di rispondere ai bisogni delle comunità. Con questo non intendo fare propaganda politica, ma è pur vero che l’occupazione di uno spazio pubblico può avere un ruolo fortemente politico”.
Nonostante ciò, l’artista stenta a collocare la sua arte all’interno del concetto di “riqualificazione” o “rigenerazione urbana”. “Si tratta di una definizione abusata, utilizzata perlopiù dai politici in campagna elettorale e non dagli addetti ai lavori”. “Questo tentativo di restituire un decoro urbano, a basso costo, a zone di periferia – sostiene l’artista – è un’operazione creata più che altro per generare consenso politico. Il mio obiettivo non è quello di ‘riqualificare’, ma cogliere un’opportunità per porre degli interrogativi urbanistici, antropologici e progettuali, partendo da quelli che sono i bisogni e gli stimoli reali delle molteplici comunità che animano il tessuto urbano”. “Con il mio lavoro – rimarca Jager – non fornisco risposte semmai delle domande. Mi piace lasciare dei messaggi aperti in cui ognuno possa sentirsi libero di trovare una chiave interpretativa attraverso il proprio background culturale”.
Il progetto di Genova
Jager ha recentemente preso parte al progetto “Repicta” (dal latino “ridipingere”), commissionato dal Comune di Genova e sostenuto dal Gruppo Boero, che ha lo scopo di cambiare il volto della sopraelevata Aldo Moro, con il coinvolgimento di alcuni tra i migliori muralisti nazionali ed internazionali.
L’intervento di Jager, dal titolo “Il tunnel del colore”, è un lavoro di grande complessità che ha richiesto un accurato studio preparatorio. L’opera è il risultato di un perfetto equilibrio tra la struttura architettonica, le geometrie compositive e un sapiente uso di cromie giocate sui toni tenui e naturali. Per non stravolgere, infatti, questo spazio deputato alla funzione stradale è stata scelta una precisa palette. “Non potevano essere utilizzati colori troppo forti”, si è optato quindi per tinte calde e accoglienti che, non solo omaggiano i toni storici più diffusi nella regione, ma sono di fatto anche quelli che contraddistinguono il lavoro di Jager.
“Nella realizzazione di questo progetto è stato necessario risolvere alcune criticità – spiega l’artista. Si tratta, infatti, di un luogo molto buio, cupo, per cui ho pensato a un intervento che illuminasse lo spazio con il colore. Il progetto è molto estetico, ispirato al muralismo degli anni ’60 ’70”.
Trattandosi di un sottopassaggio “ho dovuto tenere anche conto delle modalità di fruizione, che non consentono una contemplazione statica, come in un museo. Ho quindi immaginato un’opera ‘attraversabile’, nella quale ci si possa immergere passando in macchina. Ho creato dei giochi e dei virtuosismi ispirati all’arte cinetica, con rimandi ad elementi optical. Le campiture di colore si alternano in un ritmo visivo che trasforma quei pochi secondi di attraversamento in un viaggio all’interno del colore”.
Viene da chiedersi se nel caso di Genova si possa parlare di riqualificazione urbana. L’artista ribatte: “Quella di Genova è stata una commissione di un’opera murale, come ne sono state realizzate anche in passato, mi viene da citare artisti come David Tremlett, Sol Lewitt o Daniel Buren, che appunto non si occupavano di rigenerazione urbana. Non voglio mettermi a confronto con loro, ma questo è il mio approccio con i luoghi pubblici”– chiosa Jager.
Infine riguardo ai prossimi progetti afferma “in realtà ne ho molti in cantiere già a partire da settembre, ma al momento non vorrei anticipare nulla”.