Nell’ultimo biennio, il collezionismo e il mercato dell’arte sono stati influenzati dalle mutate condizioni di mobilità, dalla progressiva virtualizzazione degli scambi, dall’accresciuta globalizzazione dei mercati, dalla comparsa dei collezionisti nativi digitali e dalla costante crescita della quantità e della qualità del livello delle informazioni disponibili.
Ma chi sono i collezionisti italiani?
Dove vivono? Che professione svolgono? Cosa collezionano? Quali strumenti utilizzano e quali ragioni li inducono a collezionare? Quanto tempo e quante risorse dedicano a questa passione? Come pesano le motivazioni economiche e quelle emotive? Esistono tratti “nazionali” delle pratiche collezionistiche? Che impatto ha avuto la pandemia sulle loro strategie d’acquisto e cosa si aspettano nel futuro dal mercato dell’arte?
Domande che per lungo tempo non hanno trovato risposte soddisfacenti sulla base di analisi su campioni statisticamente robusti; per questa ragione, sulla scia delle principali esperienze internazionali, quest’anno la seconda edizione dell’indagine sui collezionisti italiani di arte moderna e contemporanea è stata realizzata in collaborazione con Artissima e ha introdotto due significative novità.
Innanzi tutto, un’analisi sociodemografica dell’universo di riferimento, ovvero la VIP Collectors List di Artissima, che vanta un numero straordinario di referenze nazionali; sono infatti 4.741 i collezionisti italiani presenti nel database della prestigiosa fiera torinese impiegato come base per l’invio della survey.
Cambio di genere: aumento delle collezioniste
Questa prima analisi sociodemografica evidenzia come, soprattutto nel campo dell’arte contemporanea, si sia affermata nell’ultimo ventennio – prima all’estero e poi anche in Italia – una nutrita e qualificata presenza femminile. Degno di nota il fenomeno del collezionismo “di coppia”, che vede un collezionista uomo/donna (main collector) affiancato dal partner (co-collector), con cui condivide le scelte, accanto a coppie che si muovano insieme, ma sviluppano raccolte personali.
La geografia del mercato dell'arte: dove sono presenti più collezionisti?
I dati geografici rivelano che i collezionisti dimorano in netta prevalenza nelle regioni settentrionali: più del 50% tra Lombardia e Piemonte, ma il collezionismo capillarmente diffuso sul territorio nazionale, dato che sono registrati 582 luoghi di residenza differenti, con un predominio – non sorprendente – dei grandi centri urbani, dato che più della metà dei collezionisti residenti in Italia vive in tre sole città, capeggiate da Milano, Torino e Roma.
Nuovi parametri: il lavoro, il budget, la gestione della collezione
Questa survey ha introdotto nuovi quesiti registrando l’adesione di 256 collezionisti: oltre il 70% del campione è formato da collezionisti “professionisti”, caratterizzati da esperienza longeva, comportamenti d’acquisto non occasionali e raccolte eclettiche (formate, in media, da 4 diverse tipologie di beni).
La maggioranza dei collezionisti acquista in media ogni anno meno di 10 nuove opere e il budget per le acquisizioni, nell’85% dei casi, rimane inferiore ai 100.000 euro, prediligendo opere d’arte contemporanee e/o post-war, mentre solo una minoranza raccoglie arte moderna.
L’86% dei collezionisti provvede autonomamente alla gestione della propria collezione e solo l’8% si avvale di un consulente o di servizi di art advisory. Più della metà dei collezionisti custodisce la collezione nella propria abitazione, seguita da altri luoghi di proprietà (14% in azienda, 13% in altra sede) e dai depositi (15%). Nella maggioranza dei casi le collezioni non sono accessibili al pubblico.
Inoltre, cresce la visibilità sociale e la riconoscibilità pubblica dei collezionisti italiani: mecenati e filantropi sono cresciuti dell’8,4% negli ultimi 4 anni e i fondatori di musei privati sono aumentati del 10,5% nel medesimo lasso di tempo.
Dove vivono? Che professione svolgono? Cosa collezionano? Quali strumenti utilizzano e quali ragioni li inducono a collezionare? Quanto tempo e quante risorse dedicano a questa passione? Come pesano le motivazioni economiche e quelle emotive? Esistono tratti “nazionali” delle pratiche collezionistiche? Che impatto ha avuto la pandemia sulle loro strategie d’acquisto e cosa si aspettano nel futuro dal mercato dell’arte?
Domande che per lungo tempo non hanno trovato risposte soddisfacenti sulla base di analisi su campioni statisticamente robusti; per questa ragione, sulla scia delle principali esperienze internazionali, quest’anno la seconda edizione dell’indagine sui collezionisti d'arte moderna italiani e i collezionisti d'arte contemporanea italiani è stata realizzata in collaborazione con Artissima e ha introdotto due significative novità.
Innanzi tutto, un’analisi sociodemografica dell’universo di riferimento, ovvero la VIP Collectors List di Artissima, che vanta un numero straordinario di referenze nazionali; sono infatti 4.741 i collezionisti italiani presenti nel database della prestigiosa fiera torinese impiegato come base per l’invio della survey.
Questa prima analisi sociodemografica evidenzia come nel collezionismo d'arte si sia affermata nell’ultimo ventennio – prima all’estero e poi anche in Italia – una nutrita e qualificata presenza femminile. Degno di nota il fenomeno del collezionismo “di coppia”, che vede un collezionista uomo/donna (main collector) affiancato dal partner (co-collector), con cui condivide le scelte, accanto a coppie che si muovano insieme, ma sviluppano raccolte personali.
I dati geografici rivelano che i collezionisti dimorano in netta prevalenza nelle regioni settentrionali: più del 50% tra Lombardia e Piemonte, ma il collezionismo capillarmente diffuso sul territorio nazionale, dato che sono registrati 582 luoghi di residenza differenti, con un predominio – non sorprendente – dei grandi centri urbani, dato che più della metà dei collezionisti residenti in Italia vive in tre sole città, capeggiate da Milano, Torino e Roma - grandi nomi della storia del collezionismo d'arte.
Questa survey ha introdotto nuovi quesiti registrando l’adesione di 256 collezionisti: oltre il 70% del campione è formato da collezionisti “professionisti”, caratterizzati da esperienza longeva, comportamenti d’acquisto non occasionali e raccolte eclettiche (formate, in media, da 4 diverse tipologie di beni).
La maggioranza dei collezionisti acquista in media ogni anno meno di 10 nuove opere e il budget per le acquisizioni, nell’85% dei casi, rimane inferiore ai 100.000 euro, prediligendo opere d’arte contemporanee e/o post-war, mentre solo una minoranza raccoglie arte moderna.
L’86% dei collezionisti provvede autonomamente alla gestione della propria collezione e solo l’8% si avvale di un consulente o di servizi di art advisory. Più della metà dei collezionisti custodisce la collezione nella propria abitazione, seguita da altri luoghi di proprietà (14% in azienda, 13% in altra sede) e dai depositi (15%). Nella maggioranza dei casi le collezioni non sono accessibili al pubblico.
Inoltre, cresce la visibilità sociale e la riconoscibilità pubblica dei collezionisti italiani: mecenati e filantropi sono cresciuti dell’8,4% negli ultimi 4 anni e i fondatori di musei privati sono aumentati del 10,5% nel medesimo lasso di tempo.
«I disegni della signorina O’Keeffe sono di un interesse notevole dal punto di vista psicoanalitico. Non ho mai visto una donna esprimersi così liberamente».
Talvolta basta una frase per condizionare un’intera carriera. Il giudizio pronunciato nel 1916 dal fotografo, gallerista e influente intellettuale Alfred Stieglitz sulla sua musa e futura moglie Georgia O’Keeffe (1887-1986) è tra quelli che non lasciano scampo. Per decenni il lavoro della grande artista americana è stato letto attraverso la lente psicoanalitica. E c’è da giurare che, com’è già accaduto nei mesi scorsi al Centre Pompidou di Parigi, tra le decine di migliaia di spettatori che, nonostante la pandemia, affolleranno la prima esaustiva retrospettiva svizzera di O’Keeffe alla Fondation Beyeler, saranno in molti quelli che andranno alla ricerca dei significati reconditi nascosti dai suoi fiori lussureggianti e carnosi. Quelle opere, secondo la pruriginosa vulgata freudiana, sono la rappresentazione simbolica degli organi genitali femminili, un’interpretazione che l’artista, con ironia, ha sempre rispedito al mittente: «Quando qualcuno trova simboli erotici nella mia pittura, sta parlando dei suoi problemi».
Ma non c’è dubbio che Stieglitz, il suo maggiore sostenitore, abbia per primo contribuito a diffondere un’immagine ambigua e conturbante della sua musa (si sposarono nel 1924 e tra di loro esiste una corrispondenza di oltre 25mila lettere) attraverso intriganti e audaci scatti fotografici. La femminilità presunta della sua opera era diventata un leitmotiv tanto che un critico di allora, Henry Tirrell, aveva scritto: «Ora, forse per la prima volta nella storia dell’arte, lo stile è donna». E nel 1927 il New York Times era arrivato a pubblicare un articolo in cui si affermava: «Georgia O’Keeffe rivela la donna come un essere elementare che soffre il dolore con un’estasi appassionata e gode dell’amore con gioia oltre il bene e il male». Insinuazioni persino razziste che non le impedirono di diventare un’icona e la prima donna a esporre nel 1942 in un solo show al Moma di New York, l’istituzione che tra personali e collettive presenterà le sue opere per ben 41 volte.