Il Catalogo dell’Arte Moderna n. 61 è disponibile in libreria al prezzo e online sul sito di Cairo Editore.
Pochi artisti hanno saputo raccontare la natura e la montagna con la stessa intensità di Giovanni Segantini.
Nato ad Arco nel 1858, Segantini ha attraversato una vita segnata da difficoltà e spostamenti, ma sempre guidata da una ricerca artistica profonda e innovativa. Dalla formazione all’Accademia di Brera a Milano, dove entra in contatto con la Scapigliatura e il naturalismo colorista, fino agli anni in Brianza e poi in Svizzera, la sua pittura evolve in un dialogo costante tra uomo, paesaggio e luce.
Segantini è stato uno dei massimi esponenti del Divisionismo italiano, capace di sperimentare nuove tecniche e di interpretare la natura in chiave simbolista.
Le sue opere, spesso dedicate alla vita rurale e montana, sono caratterizzate da una straordinaria attenzione alla luce e al colore, elementi che diventano veri protagonisti della scena. Il suo percorso artistico si intreccia con quello di grandi maestri europei come Jean-François Millet e con le correnti internazionali di fine Ottocento, superando il mito dell’artista isolato per inserirsi a pieno titolo nei grandi dibattiti figurativi del suo tempo
La sua eredità è oggi più attuale che mai: Segantini ci invita a riflettere sul rapporto tra uomo e natura, sulla bellezza e sulla fragilità dei paesaggi alpini, temi che risuonano profondamente anche di fronte alle sfide ambientali contemporanee.
La sua iconografia della montagna, carica di poesia e spiritualità laica, resta un patrimonio universale, capace di emozionare e ispirare generazioni di artisti e appassionati.
Per chi desidera scoprire o riscoprire questo straordinario protagonista dell’arte europea, fino a febbraio 2026 i Musei Civici di Bassano del Grappa ospitano una grande mostra dedicata a Giovanni Segantini, con oltre 100 opere tra dipinti, disegni e documenti provenienti da prestigiose collezioni internazionali.
Un’occasione unica per ammirare da vicino la forza poetica e innovativa di uno dei più grandi pittori dell’Ottocento.
Gastone Novelli (Vienna, 1925 – Milano, 1968) è stato uno dei protagonisti più innovativi della pittura italiana del secondo dopoguerra.
Il percorso espositivo si concentra sul periodo più intenso della produzione di Novelli, dal 1957 al 1968, con circa sessanta opere che raccontano l’evoluzione del suo linguaggio artistico. Dalle prime tele informali degli anni Cinquanta, dove la scrittura si fa segno visivo e narrativo, alle sperimentazioni neo-dada e ai collage, fino alle opere mature in cui la parola diventa protagonista, Novelli esplora i confini tra immagine e testo, tra gesto e pensiero.
Le sue tele sono superfici dense, spesso paragonate a muri da incidere e scrivere, dove lettere, simboli e frammenti di frasi si intrecciano in un racconto visivo che obbliga lo spettatore a una lettura lenta e riflessiva. L’artista si confronta con le avanguardie storiche, il surrealismo, la poesia, il jazz, la scienza e la psicologia, creando un universo ricco di riferimenti e contaminazioni culturali.
Verso la metà del XV secolo, presumibilmente tra il 1442 e il 1450, il re di Napoli, Alfonso d’Aragona detto il Magnanimo, commissionò a due artisti toscani, Priamo della Quercia e Giovanni Di Paolo, l’illustrazione della Divina Commedia con 115 miniature per 190 pagine. A Priamo della Quercia furono commissionate le illustrazioni dei capilettera di ciascuna cantica, oltre che delle miniature che si trovano al fondo delle pagine dell’Inferno e del Purgatorio. Di grande suggestione l’apertura dell’opera del Della Quercia: le figure di Dante e Virgilio sono rappresentate nel capolettera. Essi sono circondati da quattro figure che rappresentano le virtù cardinali: giustizia, prudenza, fortezza e temperanza. In fondo alla pagina, invece, campeggia lo stemma blasonato di Alfonso il Magnanimo su fondo oro.
A Giovanni Di Paolo, già noto per le sue opere di atmosfera onirica, furono commissionate le immagini iconiche del Paradiso in cui l’artista mette in risalto le figure di Dante e Beatrice. L’opera completa fu successivamente portata a Valencia durante l’esilio di Ferdinando d’Aragona. Il duca di Calabria morì nel 1550 senza eredi e il codice miniato venne ceduto al convento di San Miguel a Valencia. A inizio Novecento il manoscritto viene ritrovato a Madrid e da lì acquistato dal collezionista inglese Henry Yates Thompson. Alla sua morte, avvenuta nel 1928, l’opera fu donata dalla vedova alla British Library di Londra, dove tutt’oggi è conservata.