In dialogo con il maestoso Tempio di Nettuno, Mangone ha realizzato un’opera monumentale: un polittico di 20 tele, esteso su una lunghezza di 40 metri, che celebra le immagini iconiche del sito archeologico. L'artista ha catturato l’essenza di Paestum e dei suoi archetipi mitologici attraverso un linguaggio pittorico che spazia dal dinamismo contemporaneo alla riflessione sul passato antico. La pittura di Mangone è infatti in grado di mutare, rivelando nuove anime a seconda della variazione temporale, creando così un dialogo tra la luce naturale e l’energia visiva delle sue tele.
L'installazione è diventata un’esperienza immersiva che si estende anche all’interno del Tempio di Nettuno, dove alcune delle tele sono state collocate, permettendo ai visitatori di camminare tra le colonne e di vivere un incontro diretto con la storia.
La mostra è un progetto ambizioso che intreccia l’arte di Mangone con la tradizione storica di Paestum. L’artista, da oltre trent'anni impegnato a reinterpretare il patrimonio pestano, ha creato un’opera che va oltre la mera rappresentazione visiva: è un invito a immergersi in una dimensione in cui la memoria storica si fa contemporanea, dando vita a un nuovo dialogo tra passato e presente.
Come sottolineato da Tiziana D’Angelo, Direttore dei Parchi Archeologici di Paestum e Velia, "Segni Epocali. Fernando Mangone racconta Paestum" non è solo una mostra, ma un percorso che "attraversa epoche diverse" e restituisce a Paestum una nuova vitalità. L’opera di Mangone, con la sua natura performativa, riesce a dare un respiro nuovo alla città antica, facendola rivivere sotto una luce diversa, quasi "altra", che riporta alla memoria il paesaggio della Poseidonia greca-lucana.
Il curatore Luciano Carini ha evidenziato come Mangone, grazie alla sua conoscenza profonda della storia dell'arte, riesca a fondere passato e contemporaneità, facendo dialogare le immagini classiche con una sensibilità moderna. La mostra diventa così un viaggio attraverso l’eredità della Magna Grecia, un percorso che rende il passato di Paestum parte integrante della nostra contemporaneità.
A corredo dell’esposizione, è stato realizzato un catalogo speciale, curato da Carlo Motta, che raccoglie le immagini della mostra e approfondisce il dialogo tra l’opera di Mangone e il sito archeologico. Il catalogo è un’opera da collezione, un modo per continuare a esplorare la mostra anche al di fuori del Parco Archeologico, con una selezione di immagini e testi che raccontano il processo creativo di Mangone e il suo incontro con Paestum.
"Segni Epocali" è una mostra che non si limita a esporre arte, ma invita il pubblico a intraprendere un viaggio che unisce la bellezza senza tempo di Paestum con la potenza evocativa dell’arte contemporanea. Un’esperienza che non solo celebra la storia, ma la fa rivivere con un nuovo linguaggio, unendo il mito alla modernità.
Fernando Botero è uno degli artisti più celebri e riconoscibili al mondo, noto per il suo stile unico caratterizzato dalla rappresentazione di figure sovrappeso e forme piene e morbide. Nato il 19 aprile 1932 a Medellín, Colombia, Botero si è formato come pittore e scultore nel suo Paese, ma ha trascorso molti anni della sua carriera in Europa e negli Stati Uniti. La sua arte ha sempre riflettuto il suo background culturale sudamericano, con influenze sia dalla tradizione europea che dalle esperienze personali vissute in Colombia.
Botero è spesso definito "l'artista del volume" per la sua capacità di trasformare il corpo umano, gli animali, e persino le scene di vita quotidiana, in rappresentazioni piene e generose, quasi caricaturali, ma ricche di una straordinaria eleganza. Egli ha sempre affermato che le sue forme piene non sono mai state create per ridicolizzare, ma per dare un senso di abbondanza e vitalità.
La sua arte ha toccato temi universali come la politica, la storia, la cultura e la religione, spesso con un pizzico di ironia e di critica sociale. E la sua opera è un omaggio alla bellezza del corpo umano, ma anche una riflessione sul potere, sulla vanità e sulle contraddizioni della vita.
Utopia e poetica
Le visioni utopiche e psichedeliche delle nuove generazioni europee, cresciute dopo la guerra tra la fine degli anni Cinquanta e il decennio successivo, trovano a Londra una dimensione idonea alla nascita di una filosofia di vita più libera, nomade, disimpegnata dai vecchi modelli sociali, dove le macchine sono al servizio dell’umanità. A rappresentare scenari futuribili è il gruppo londinese degli Archigram, fondato da Peter Cook. Le loro provocazioni fantascientifiche verranno raccolte molto tardi da architetti e designer quali Norman Foster, Steven Holl, Future Systems. L’utopia e la poetica di Archigram raggiungeranno il loro apogeo con la costruzione a Parigi del Centre Pompidou nel 1971, realizzato da Renzo Piano e Richard Rogers.