Grazie a questa lucidità ha immaginato il percorso espositivo, all’interno della galleria che occupa un ex cinema-teatro, con un andamento logico e preciso. Si parte dal primo piano, dove sono riunite opere realizzate dal 2019 al 2023 con i mattoncini LEGO.
«I LEGO vengono utilizzati per trasmettere messaggi personali e contengono storie legate a me, alla mia infanzia e alla mia educazione», spiega l’artista, che ha dato vita negli anni a una sorta di “pinacoteca di LEGO”, aggiungendo alle riproduzioni di capolavori del passato alcuni elementi tratti dalla contemporaneità. «Questo gioco è simile all’uso dei mosaici antichi e alla presentazione dei tessuti (seta, lana) e dei tappeti, che hanno una lunga tradizione», aggiunge.
Il viaggio comincia con un capolavoro legato al Rinascimento: Sleeping Venus with coat hanger, dove al dipinto di Giorgione l’artista ha aggiunto, accanto a Venere − la dea della bellezza e della fecondità nel mondo pagano − una gruccia, per ricordare gli aborti autoindotti dalle donne quando l’interruzione della gravidanza era clandestina.
Nell’opera seguente, The Rape of the daughters of Leucippus (after Rubens) i mattoncini riescono a restituire i colori e le anatomie della composizione di Rubens, alla quale viene giustapposto un panda, simbolo del potere statale cinese. Ai Weiwei rilegge anche opere più recenti, come Un dimanche après-midi à l’Île de la Grande Jatte di Georges Seurat, attualizzata grazie alla presenza di un rifugiato, come risposta al divieto dell’uso del “burkini” in Francia.
Se il capolavoro di Van Gogh Le semeur au soleil couchant diventa lo sfondo dell’invasione di locuste che ha devastato i raccolti nel Pakistan nel 2020, le azioni degli attivisti ambientali ispirano La Gioconda di Leonardo, imbrattata dai resti di una torta, accanto a L’Ultima Cena, dove il volto di Giuda è stato sostituito dal ritratto dell’artista.
Come promuovere la tua arte?
Quali sono le mosse più giuste? A cosa dare la priorità? Chi scegliere come curatore o come figura di riferimento per proporre meglio il proprio “prodotto”? Questo termine può sembrare improprio, ma in effetti è di questo che si tratta, anche se di arte si parla.
Basti pensare alle vendite milionarie di grandi artisti ad aste internazionali: i compratori investono finanze per qualcosa a cui l’opinione pubblica dà un valore riconosciuto e in questo modo il quadro diventa a tutti gli effetti un “prodotto”. In questa considerazione vogliamo proporre pensieri di addetti ai lavori e anche di chi ha una visione più distaccata dal mondo artistico. Come questa di Mariangela Galatea Vaglio, insegnante, blogger, giornalista e scrittrice, dal suo blog:
“L’artista quando fa la sua opera è serio come un imprenditore serio quando fa la sua azienda: controlla le fonti come l’altro controlla i fornitori, fa quadrare il bilancio dell’opera come l’altro fa quadrare quello semestrale, è pignolo, meticoloso, testardo e capace di concentrazione assoluta”.
Le figure di un imprenditore come Adriano Olivetti e dell’artista Pablo Picasso hanno un filo conduttore comune: entrambi sono dei creativi che operano nella contemporaneità.
Adriano Olivetti diceva che l’obiettivo è:
“una fabbrica produttrice di bene e non solo di beni, perché oltre che dei suoi clienti l’imprenditore è responsabile di un team, di chi finanzia e di tutti quelli che ruotano intorno al suo brand”.
Un altro filone importante della ricerca di Ai Weiwei è ispirato dal suo rapporto con la cultura tradizionale cinese, come dimostrano alcune opere realizzate nei primi anni Duemila, che rivisitano l’alto artigianato della porcellana e dell’ebanisteria, come nel caso di Treasure box, un cubo decorato con disegni a intarsio, con aperture esagonali per intravedere i ripiani interni, oppure Porcelain cube, in porcellana blu e bianca, tipica dello stile Qinghua. Il giardino della galleria ospita due installazioni di grandi dimensioni: la prima è Pick up stick, ispirata al gioco dello Shanghai, che nell’antica Cina veniva utilizzato per gli oracoli; la seconda, intitolata Pillar, è una colonna alta due metri composta da sei vasi cinesi in porcellana, impilati uno sull’altro e decorati con motivi riferibili alla crisi dei rifugiati. La sala centrale della galleria, la platea, è occupata da Stools, un’installazione composta da 2.350 sgabelli antichi, risalenti alle dinastie Ming e Qing, uniti tra loro in maniera da coprire l’intero pavimento: raccolti nei remoti villaggi della Cina settentrionale, sono testimonianze di una tradizione artigianale rimasta immutata per secoli. Infine Huantou Guo è una scultura in bambù e seta, raffigurante un essere mitologico volante, che riprende la forma e la leggerezza degli aquiloni cinesi e si ispira allo Shan Hai Jing (Libro dei monti e dei mari), un testo di geografia fantastica del IV secolo a.C. Come ha scritto lo storico dell’arte britannico Tim Marlow,
«nell’arte di Ai Weiwei c’è uno scambio costante tra i fatti materiali e la fluidità di significato. La sua opera è oggetto di letture intense e spesso categoriche, ma Ai Weiwei non è mai riduttivo. Al contrario, la sua arte allude ad una profonda comprensione della natura contraddittoria dell’esistenza umana».
Una comprensione della quale, in questo particolare momento storico, si sente davvero il bisogno.
AI WEIWEI. NEITHER NOR.
Dove:
San Gimignano
Galleria Continua
(tel. 0577-943134).
Quando:
Fino al 15 settembre.
Questo approfondimento è tratto dal n. 609 di Arte. La rivista di arte, cultura e informazione è acquistabile in edicola o sul sito di Cairo Editore.