Insegnare e lavorare

Alla NABA di Milano da quasi vent’anni, quale idea di esposizione ha trasferito ai suoi studenti?

«La mostra è un mondo temporaneo. Un dispositivo della visione e della conoscenza che ha coerenza e vita interne. È una forma di narrazione in cui lo spettatore organizza percorsi e tempi con una libertà di scelte che pochi altri media hanno».

Per decenni è stato free-lance, che cosa ha seminato l’instabilità nella sua pratica?

«Dal parcheggio alla strada a ex officine industriali, da palazzi antichi al white cube, non ho mai avuto lo stesso spazio per più di due o tre mostre. Questo mi ha insegnato a sintonizzarmi su luoghi sempre diversi con una certa economia di mezzi. È un approccio più empirico».

altro?

Una mostra che la rappresenta?

«La personale di Tino Sehgal alle OGR a Torino nel 2018. Senza segni tangibili, solo flussi di energia e di movimento attraverso trenta performer, una totale smaterializzazione dell’opera».

Musica, architettura, suono, parola. Alcuni di questi elementi confluiranno a Venezia?

«Certo. Sono coinvolti musicisti e scrittori. Le opere di Bartolini contengono spesso tracce registrate, ma anche suoni e musica dal vivo, un aspetto condiviso da sempre tra noi, come le esperienze filosofiche, culturali e musicali di tradizione millenaria che provengono dal Pianeta India».

Cosa rende attuale quella musica ai vostri occhi?

«L’attenzione all’ascolto, un tema centrale oggi, in contrasto con l’esasperazione e la velocità estrema che viviamo».

Qual è il ruolo della Natura?

«Centrale e di grande attualità, un tema sviluppato quando il dibattito culturale era ancora distante. In fondo Bartolini ne fa anche una scelta di vita, con il suo studio immerso nella campagna di Cecina, in Toscana».

Sul Padiglione

E il titolo del Padiglione, perché “sbagliarlo”?

«Materializzare una traduzione impossibile valorizza il senso del dialogo concepito per ascoltare e conoscersi. L’incontro, per questo, fisico e percettivo con l’opera di Bartolini è sempre propedeutico a un ascolto. Ricordo la stanza in cui aveva allestito 500 amplificatori velati. Quella massa sonora travolgente era attivata da un sassofonista, che cercava di farli risuonare. Fare tuning con quelle sorgenti di suoni era un tentativo di accordarsi nelle differenze».

Ci appare una grande metafora oggi.

«Ed è centrale nella sua opera. È da sempre racchiusa nelle sue installazioni, nelle sue stanze, in fondo concepite “per costruire attenzione e ascolto”».

Cenci, nel 2012 si è diplomata all’Accademia di belle arti di Bologna e poi ha conseguito un master alla St. Joost Academy di Den Bosch, in Olanda. Chi sono stati gli autori che hanno influenzato la sua poetica?

«Maestri antichi come Piero della Francesca e Hieronymus Bosch, e alcune scultrici contemporanee, come Louise Bourgeois e Isa Genzken. E poi la pittura straordinaria di Francis Bacon».

 

Nel 2022 ha partecipato alla Biennale di Venezia con dead dance, un’installazione di centocinquanta metri, visibile volgendo lo sguardo in alto, costituita da frammenti anatomici e rottami di macchine per l’agricoltura industriale. A che cosa punta la sua ricerca?

«È come un flusso continuo diviso per capitoli. Parto dalla visione della realtà dove si costruiscono regole, per tendere a un mondo che invece non corrisponde al reale secondo modalità gerarchiche. Per questo gli animali sono spesso i protagonisti, mentre gli umani sono esseri silenziosi, simili ad avatar, nel contrasto tra progresso e natura. Rifletto sul nostro presente e sulle possibilità del reale».


La complessità processuale del suo lavoro va dal prelievo dell’oggetto quotidiano alla sua fusione e modellazione, per creare calchi di corpi frammentati, poi abbinati a residui industriali talvolta associati a materie organiche. Che cosa sottende l’ibridazione fra natura e tecnologia, tra manualità e produzione industriale?

«Nelle mie opere, interamente prodotte in studio, cerco di ritrovare un “io” sommerso all’interno di paesaggi dove quest’ultimo viene annullato. Spesso la soggettività è incanalata e uniformata secondo principi di somiglianza che trasformano l’identità in prototipo. A questa umanità omologata tento di accostare un mondo parallelo, come rivincita personale».

Qual è la forma di potere più pericolosa, oggi?

«Un vecchio signore chiamato Capitalismo».


E il bene più alto da salvaguardare?

«La libertà e il nostro habitat».


Un invito che vorrebbe ricevere?

«Visitare il mondo prima dell’esistenza umana».


Nell’intervista rilasciata nel 2022 a Maurizio Cattelan su Icon ha dichiarato che l’arte: “È un’enorme attitudine alla libertà, è tutto scorretto. Se c’è regola viene distrutta ed è lì che avviene qualcosa”. Quale regola sovverte la sua arte?

«Più che una regola è un esercizio, un impegno a eludere il manierismo, oppure a essere manieristi con estrema libertà».


Giulia Cenci in tre parole.

«Quercia, luna, buio».