Roger su Flickr
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Fabio Mauri, Grande cinema a luce solida, giallo

Questo approfondimento è tratto dal n. 607 di Arte. La rivista di arte, cultura e informazione è acquistabile in edicola o sul sito di Cairo Editore.

Cover Arte Marzo 2024
Cairo Editore
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Cover arte marzo 2024
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Cosa l’ha condotta a posare il suo sguardo sull’arte contemporanea?

«È stato un avvicinamento progressivo, per epifanie. Un generico interesse per l’archeologia ha preso la strada della contemporaneità, procedendo dall’incontro con la storia dell’arte in università a una tesi in critica; dalle prime mostre curate al corso per curatori ad Amsterdam, al De Appel, dove conosco Lawrence Weiner e Vito Acconci».

Tra le prime esperienze?

«La rivista Cross è stata un’esperienza intensa, fondata per compensare la mancanza di spazi espositivi negli anni ’90 a Milano».

L'incontro e il lavoro con Massimo Bartolini

E il primo incontro con l’opera di Massimo Bartolini?

«Nel 1996, con una sedia-scultura, che integrava già il suono. Era in una mostra nel mio appartamento».

Chi altro esponeva in quella mostra?

«Le opere di Tillmans erano in camera. I ghiaccioli di Vedovamazzei in frigorifero, i lavori di Martegani nel forno».

Quali tappe delineano il suo dialogo con Bartolini?

«Una decina di mostre, tra cui la personale al Pecci di Prato nel 2022, ma anche una manciata di testi critici e due cataloghi, come quello nel 2007 della mostra al Museo de Serralves a Porto».

I viaggi

Perché restare a Berlino quasi quindici anni?

«Era appassionante, una scena tutta da indagare, da Elmgreen & Dragset alla musica elettronica di Carsten Nicolai. E poi era l’occasione di portarla in Italia, come Tino Sehgal, da Massimo Minini; oppure Tomás Saraceno a Genova da Pinksummer, entrambi nel 2004».


Dieci anni dopo ha scelto l’India. Perché?

«Tra le ragioni c’era la musica, quella indiana tradizionale, così in sintonia con le sperimentazioni d’avanguardia degli anni Sessanta che stavo studiando. E poi lì ho incontrato mia moglie Zasha. Il suo lavoro da curatrice era più esplicitamente politico e sociale, ma con lei ho curato molti progetti, come, nel 2017, la Biennale di Pune, città di otto milioni di abitanti a tre ore da Mumbai. L’India è stata la porta di accesso a una scena sconosciuta».

La Biennale di Venezia

Vista da lontano, che cosa rappresentava la Biennale di Venezia?

«La madre di tutte le rassegne, da qualsiasi angolo del mondo la si osservi. Nel 1993, avevo 24 anni, il flash, fisico ed emotivo, con il pavimento spezzato di Hans Haacke al Padiglione tedesco è stato indimenticabile. Mi ha sempre colpito il coraggio della Germania alla Biennale di Venezia, oltre le mode. Anche le installazioni di grande formato di Szeemann sono state delle pietre miliari, seppur figlie di un ottimismo ormai lontano».