A piccoli passi nella storia dell’arte 

In una immaginaria linea del tempo ci sono state donne d’arte che hanno realizzato opere di inestimabile valore, ma non solo, che si sono battute per un ruolo sociale diverso. Penso a Lavinia Fontana, figlia di Prospero Fontana, pittore manierista. Proprio nella bottega paterna muove i primi passi. All’età di venticinque anni sposa Giovan Paolo Zappi, pittore di scarso successo originario di Pistoia. Per festeggiare il lieto evento Lavinia prepara il suo primo autoritratto, oggi all’Accademia di San Luca a Roma. Il quadretto, rimasto a lungo nella casa del suocero, rappresenta oggi un documento molto importante in quanto l’immagine pittorica della donna ripropone con chiarezza la tematica dell’artista. A quel tempo Lavinia era già una pittrice affermata. La prima commissione pubblica arrivò sul finire del 1500 dal Consiglio Comunale di Imola, per cui Lavinia dipinge L’Assunta di Ponte Santo, oggi nella Pinacoteca di Imola. Questo è anche il periodo in cui l’artista si avvicina alla ritrattistica del mondo dell’infanzia. Molti degli introiti di Lavinia Fontana però provengono dalle commissioni ecclesiastiche. Anche in questo caso dovette abbattere il pregiudizio dell’ambiente religioso che non vedeva di buon occhio le artiste donne. Note sono le sue impegnative pale d’altare, come quella commissionata direttamente dal Monastero dell’Escorial. Nel 1603 si trasferisce a Roma. Nella Città Eterna riceve molte commissioni, tra cui quelle del papa Paolo V. Grazie anche alla protezione del papato Lavinia venne soprannominata “Pittrice Pontificia”. Nella sua continuativa attività artistica, Lavinia riesce a inserire un aspetto personale non secondario e che riflette la sua personalità forte ed equilibrata: diventa mamma di ben undici figli. Nonostante l’impegno familiare, Lavinia Fontana non smise mai di incrementare la sua produzione artistica. Tant’è vero che fu eletta tra i membri dell’Accademia di San Luca. Muore nel 1614. L’anno dopo viene sepolta accanto al Pantheon nella chiesa di S. Maria sopra Minerva.

 

Un’altra donna cresciuta nella bottega paterna è Fede Galizia, una delle fondatrici del genere della natura morta. Già all’età di dodici anni era considerata un’artista formata. Nel 1596, a diciott’anni, realizzò lo splendido dipinto raffigurante Giuditta e Oloferne. L’eroina biblica è in realtà l’autoritratto dell’artista milanese. Il dipinto, pieno di particolari, lascia spazio anche alla personalizzazione della tela. Infatti Fede decide di apporre la sua firma sulla spada che brandisce Giuditta. La sua fama le assicura alcune importanti committenze, come la pala d’altare Noli me tangere per la basilica di Santo Stefano Maggiore a Milano. Si specializza in nature morte, proprio in un periodo in cui quella tematica e quella tecnica vanno per la maggiore. Delle sue 63 opere 44 sono nature morte. Muore a Milano durante l’epidemia di peste del 1630. 

 

Tra queste donne, di certo la più famosa è Artemisia Gentileschi. La sua storia e le sue opere sono note quanto le sue tragiche vicende private. Figlia del pittore Orazio Gentileschi e di Prudentia Montone, dimostra sin da giovanissima una certa abilità verso la pittura. Cresce nella bottega di suo padre, ammirando da vicino opere di grandi artisti: Annibale Caracci, Guido Reni, Caravaggio. La giovane Artemisia inizia a lavorare con suo padre. Come spesso accadeva in quel periodo, le donne artiste erano generalmente figlie, mogli o sorelle di importanti artisti. Il 1610 è l’anno della svolta. Artemisia, a soli 17 anni, dipinge "Susanna e i Vecchioni", nel quale si possono intravedere gli insegnamenti del padre e l’influsso di Caravaggio. L’anno successivo, vista la bravura, suo padre decide che Artemisia avrebbe dovuto essere affiancata da un artista affermato per seguirla nei suoi progressi. Orazio Gentileschi sceglie Agostino Tassi, artista tardo manierista allora trentenne. L’interesse del Tassi per la giovane Artemisia è però di diversa natura. Infatti il pittore si incapriccia di Artemisia, abusa di lei e per evitare il carcere promette di sposarla. La promessa di matrimonio risulta però essere falsa, infatti Tassi non intende davvero sposare Artemisia. È a quel punto che Orazio Gentileschi decide di sporgere denuncia al pontefice Paolo V. Il processo per stupro inizia nel peggiore dei modi. Come usava all’epoca le vittime di violenza sessuale dovevano essere torturate con il cosiddetto tormento dei Sibilli. Una pratica barbara che avrebbe potuto compromettere per sempre la mobilità degli arti superiori di Artemisia. Il processo si conclude con il pagamento, da parte del Tassi, di una somma che servirà ad Artemisia come dote; infatti da lì a poco Artemisia è costretta a sposare Pietro Antonio Stiattesi. La decisione irrevocabile è di Orazio Gentileschi. Artemisia in un primo momento acconsente, ma successivamente interrompe i rapporti con suo padre e decide di usare il cognome di sua madre. In molte opere si firmerà come Artemisia Lomi. Nel 1612, a processo ultimato, Artemisia dipinge il capolavoro in chiave caravaggesca "Giuditta che decapita Oloferne". È la metafora della sua vita. L’opera è suggestiva e rispecchia lo stato d’animo dell’artista. Nel 1614 l’artista si trasferisce a Firenze, dove viene accolta presso l’Accademia delle Arti del Disegno, prima donna a ricevere questo privilegio. In questi anni realizza alcune delle sue opere più importanti, che hanno come tema le gesta di donne coraggiose, come le eroine bibliche di "La conversione della Maddalena" e "Giuditta con la sua ancella". Nel frattempo Artemisia decide di vivere a Napoli, dove riceve committenze prestigiose, fino alla sua morte avvenuta nel 1653. 

 

Nel 1638 nasce a Bologna Elisabetta Sirani, figlia di Giovan Andrea Sirani, pittore, mercante d’arte e allievo di Guido Reni. Elisabetta è una bambina prodigio, tanto che a soli diciassette anni comincia a dipingere su commissione. Diventa ben presto nota per le sue rappresentazioni di temi allegorici e sacri, ma anche per i ritratti di donne eroine di matrice classica. I soggetti mitologici sono uno dei temi preferiti e più riusciti della pittrice: è il caso di "Timoclea uccide il capitano di Alessandro Magno", opera del 1659. Già all’epoca Elisabetta preferisce esaltare le doti di forza ed eroismo di Timoclea, invece dei soliti canoni di bellezza. La Sirani, nelle sue opere, pone l’attenzione su un’immagine di donna forte, come nel dipinto del 1664 "Porzia che si ferisce alla coscia". A soli vent’anni, nel 1658, Daniele Granchio, priore del monastero di San Girolamo alla Certosa, le commissiona il "Battesimo" per la chiesa bolognese. L’opera fa parte di un importante ciclo composto di nove grandi tele raffiguranti diversi episodi della vita di Cristo, commissionate tra il 1644 e il 1658 ad alcuni tra i più importanti pittori bolognesi, tra i quali Francesco Gessi, Giovan Andrea Sirani e Lorenzo Pasinelli. Dopo la realizzazione di quest’opera iniziano una serie di importanti commissioni. Elisabetta, che da sempre aveva mostrato un grande spirito libero, apre uno studio proprio e crea una scuola d’arte per giovani artiste donne. L’attività instancabile e quasi febbrile è la principale causa della malattia che porta l’artista a una morte precoce dovuta a una grave ulcera gastrica, all’età di 27 anni. La sua morte inaspettata e la dura agonia alimenta forti sospetti di avvelenamento: Lucia Tolomelli, domestica della famiglia, è accusata di aver avvelenato la pittrice, causandone la morte. Fu sepolta accanto a Guido Reni nella cappella del Rosario della basilica di San Domenico a Bologna. Oggi Elisabetta Sirani è considerata non solo l’erede di Guido Reni ma anche una delle prime donne imprenditrici della propria arte. 

 

In tutta Europa molte donne muovono i primi passi nel mondo dell’arte: è il caso di Angelika Kauffmann, artista svizzera molto attiva in Italia dove viene apprezzata per i suoi ritratti. Molte le committenze importanti, dalle case reali al papato. Angelika è un po’ l’artista dei primati: è la prima donna a esporre una sua opera, il "Ritratto dell’attore David Garrick", a Londra in una mostra pubblica presso la Free Artistic Society. Nel 1768 la Kauffmann è una delle due donne tra i fondatori della prestigiosa Royal Academy of Arts di Londra. Viene, inoltre, nominata membro onorario dell’Accademia di Belle Arti, titolo conferitole da Giandomenico Tiepolo. 

 

Nel frattempo in Francia la giovane Berthe Morisot, iniziata fin da piccola alla pittura, assieme alle sorelle Edma e Yves, dovette accontentarsi di tutori privati per migliorare le sue doti artistiche non avendo accesso all’istruzione accademica. La svolta avvenne nel 1868, quando conobbe Edouard Manet, che sarebbe diventato il suo più importante riferimento artistico oltre che suo cognato. Inoltre Manet dipinse Berthe in almeno undici occasioni. Berthe dipingeva preferibilmente ambienti con donne e bambini. Tra i suoi celebri dipinti ricordiamo "La culla" del 1872, "Giorno d’estate" del 1879. Alla sua morte, i compagni del Movimento Impressionista le renderanno omaggio con una retrospettiva presso la galleria Durand Ruel. 

 

Eva Gonzalès, nata in una famiglia borghese, aveva le idee chiare sul suo futuro sin da giovanissima. Appassionata di disegno, prende lezioni in un corso di pittura riservato a ragazze benestanti, ma a vent’anni riesce a entrare nell’atelier di Edouard Manet, di cui si vocifera non sia solo l’allieva prediletta. Nel corso della sua vita Eva non si allontana mai dall’ambiente legato al suo maestro; morirà a soli 34 anni, una settimana dopo la scomparsa di Manet. Eva, per sua scelta, non espose mai nelle mostre degli Impressionisti, ma venne sempre associata al gruppo per il suo stile.

 

Finora sono state citate pittrici uniche e originali, ma non possiamo dimenticarci che Camille Claudel sfidò l’opinione pubblica osando in una disciplina di soli uomini: la scultura. Allieva e amante del grande scultore Auguste Rodin, Camille aveva dimostrato interesse per la scultura già a 12 anni. Vista la sua bravura e la sua determinazione, suo padre acconsentì a mandarla a Parigi per intraprendere studi privati presso l’Académie Colarossi, sotto la guida dello scultore Boucher. A 18 anni l’incontro con Rodin, con il quale iniziò a collaborare. Il loro sodalizio artistico si trasformò in una relazione tormentata. Nel 1891 realizza "La Valse". Ma è nei primi del Novecento, dopo il definitivo distacco da Rodin, che Camille personalizza le sue opere. Scolpisce "L’Age mûr", il suo capolavoro. Nel frattempo Camille cominciò a soffrire di manie di persecuzione e di depressione. Iniziò a distruggere le sue opere e nel 1913 fu internata in un manicomio vicino Parigi. Morì il 19 ottobre del 1943.

 

Tamara de Lempicka rivoluziona il mondo dell’arte con una pittura fuori dagli schemi. È il 1900, l’arte diventa icona, l’immagine vive di vita propria. Nelle sue opere ritrae donne in una dimensione onirica, sempre diversa. Molto apprezzata negli anni Trenta per i suoi ritratti, Tamara realizza alcune delle opere più iconiche di quegli anni, da "Autoritratto nella Bugatti verde" a "Giovane fanciulla con i guanti". Oggi il valore delle sue opere è inestimabile, grazie anche alla grande attenzione mediatica voluta dai suoi famosi collezionisti. 

 

Un caso analogo è quello di Frida Kahlo. La vita e le opere dell’artista messicana sono oggi parte di un sapere collettivo che rende la sua vita quasi un romanzo. Amante di uomini potenti e famosi, costretta a letto dopo un incidente, attivista politica di spicco, Frida è un’icona dei giorni nostri. Tra le più popolari artiste del Novecento, la Kahlo ha portato all’attenzione del mondo una pittura riconoscibile e apprezzata di cui è spesso la protagonista indiscussa. La donna al centro del mondo, non come generatrice di vita, ma come promotrice del bello e dell’eterno.

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L'arte alla Fiera di Parma

Sempre alle Fiere di Parma, si svolge anche la sedicesima edizione di Artparma fair: quando? Dal 2 al 3 e dall’8 al 10 marzo.