La ricerca dell’altrove rappresenta una costante e questo è tanto più significativo per un artista che rende fisica la propria esperienza eliminando qualunque forma rappresentativa o simbolica. Tensione, compressione, orientamento, energia, campi gravitazionali, transitorietà e processualità sono aspetti determinanti di un percorso fortemente identitario che rende Anselmo un punto di riferimento imprescindibile nell’ambito dell’Arte povera, il movimento che ha frequentato da antidivo evitando ogni forma di narcisismo. Sempre schivo e riservato, quasi stupito del successo internazionale e dell’influenza che ha avuto sulla generazione dei più giovani (da Arcangelo Sassolino a Gianni Caravaggio e Francesco Arena), mi confessava durante una rara intervista, realizzata nel 2011 in occasione di una mostra alla galleria Fumagalli di Bergamo, come
«negli anni Sessanta non ci si poneva direttamente l’obiettivo di cambiare la situazione ma, nella sostanza, il linguaggio modificava il suo modo di essere».
Quanto all’Arte povera, diceva con un filo di sarcasmo,
«è stato un timbro di fabbrica e certamente una formula strategica di successo: Germano Celant aveva costruito una teoria che era un po’ come una nuvola che comprendeva il lavoro di tutti. Ognuno, però, aveva il suo lavoro, ognuno aveva un suo modo di essere, un suo mondo creativo».
La rassegna proposta al Guggenheim prende le mosse da La mia ombra verso l’infinito dalla cima dello Stromboli durante l’alba del 16 agosto 1965, un’opera fotografica del 1965 che rappresenta il viatico del suo lavoro. In quella circostanza, Anselmo ebbe la sensazione che la propria ombra fosse inclinata verso l’infinito, che non esistesse più, ma si proiettasse nello spazio prendendo coscienza di essere parte di un universo in perenne trasformazione. Una riflessione sull’esistenza che lo condurrà a sviluppare un’indagine secondo cui le azioni non sono fini a se stesse, ma danno vita a un processo che investe la dimensione mentale: «L’invisibile è quel visibile che non si può vedere», ha affermato. Proprio come avviene per l’energia, che pur non comparendo si manifesta attraverso il suo agire. Le sue realizzazioni paradigmatiche ci pongono di fronte a fenomeni apparentemente elementari che contengono il mistero. Come avviene nel caso di Respiro del 1969, dove compare una spugna inserita tra due sbarre di ferro. L’elemento sintetico “respira” in quanto il ferro si ritira col freddo e si dilata col caldo, in un’installazione che evidenzia l’imperscrutabile. In Senza titolo (scultura che mangia l’insalata), un altro celebre lavoro del 1968, è sufficiente un cespo di lattuga per mantenere l’equilibrio precario tra due blocchi di granito. Man mano che l’insalata appassisce, si determina il progressivo scivolamento di uno dei due elementi che procura la sparizione dell’opera perdendo l’aura romantica della sua immutabilità.
A ben vedere, i lavori di Anselmo sono corpi che vanno nutriti, subiscono il deperimento e vanno incontro alla morte. Sono come noi siamo e forse questo è il segreto della poesia che circonda il suo lavoro:
«Non mi sento un poeta ma se c’è qualcuno che trova un po’ di poesia in quello che faccio non posso che esserne contento».
Primo scatto, ritrae l’artista bambino immortalato sul fasciatoio dal padre. Secondo, ancora un ricordo del genitore, il prelievo fotografico della pagina che ne riporta la notizia del suicidio. Terzo, un primo piano della madre che lo fissa con sguardo ironico attraverso le fauci di un alligatore. Poi, numerosi autoritratti, cicli sui figli, sulla moglie. Campagne pubblicitarie. Album musicali. Shooting con celebrities. Fotogrammi che si succedono secondo un sistema, non solo cronologico, di analogie, affinità, rapporti. Disponendosi dentro i confini di una geografia interiore, fatta di persone, di luoghi, di eventi familiari e professionali, di situazioni ordinarie o eccezionali, si danno come frame di una sorta di film autobiografico.
Diversi per dimensioni, conquistano spazi narrativi differenti. Segnano attimi di un viaggio lungo una vita. Affermano la necessità, la voglia, il coraggio di viverla espressi da Juergen Teller (Erlangen, 1964) nel titolo della mostra, I need to live. Dopo la tappa parigina al Grand Palais Éphémère, l’enorme corpus fotografico messo insieme da Teller nel corso dell’attività trova ulteriore forma nelle sale della Triennale di Milano fino al 1° aprile.
Il progetto, curato anche in Italia da Thomas Weski, con il fotografo tedesco e la compagna Dovile Drizyte, si inserisce in un programma internazionale, da tempo ospitato dalla Triennale, teso ad approfondire le contaminazioni tra fotografia e altri territori.
I need to live, racconta Lorenza Bravetta, curatrice per fotografia, cinema, new media della storica sede espositiva milanese,
«indaga la produzione non solo professionale, ma personale e artistica di uno tra i più celebri e imitati fotografi di moda che, con il suo stile diretto e dissacrante, rompe i canoni estetici della disciplina assorbendo molti linguaggi».
Affidandosi a un costante dialogo tra glamour e intimità, tra arte, mestiere, quotidianità, la mostra si compone come un catalogo mobile di immagini che ha quasi il valore di un “manifesto di vita”. Un itinerario che, muovendo dall’infanzia di Teller e giungendo a quella della sua bambina, suggerisce un andamento circolare dell’esistenza.
Lungo il tracciato allestito dallo studio inglese 6a architects, grazie a differenti “movimenti del corpo”, che consentono studi ravvicinati di volti in dimensioni ridotte, disamine comparative tra scatti dello stesso soggetto, panoramiche estese sulle superfici di grandi poster o costruite tassello dopo tassello su intere pareti, si compiono molteplici esperienze visive. Memorie di famiglia si alternano ai primi successi degli anni ’90, incarichi per prestigiosi brand a incontri con star della musica, con personalità della cultura. Dalla copertina con la scritta Versace all’interno di un cuore disegnato sul petto nudo della top model Kristen McMenamy (1996) ai sofisticati impaginati firmati per Marc Jacobs (1998-2014). Dalle cover di Nothing compares 2 you di Sinéad O’Connor (1990) a quelle curate per Björk. Passando per le centinaia di immagini iconiche prodotte per Missoni, Moschino, Louis Vuitton, Valentino. O per Saint Laurent, che ha sostenuto le prime fasi di questa esposizione anche con l’uscita di una capsule collection.
I need to live collega, con un unico filo, lavoro, arte e momenti privati sin dalla sua elaborazione iniziale, che risale al matrimonio di Teller a Napoli nel 2021. Ed è segnata da tante testimonianze che documentano la gravidanza della moglie (Dovile Drizyte, London, 2022) e lo stretto rapporto del fotografo con l’Italia: la campagna per Vivienne Westwood a Napoli (2022); la realizzazione a quattro mani con Drizyte del ciclo The myth (2022) ambientato nelle stanze del Grand Hotel Villa Serbelloni di Bellagio e concepito durante una vacanza della coppia.
Che si tratti di posati su commissione, di opere destinate ai circuiti dell’arte o alla propria collezione, oppure di scatti di famiglia, ognuna delle foto rappresenta per l’artista, innanzitutto, un episodio di vita. Un incontro, una sfida, un ricordo. E come tale lo preserva in un’atmosfera senza filtri. Intensa e domestica. Sfacciata e delicata. Provocatoria e inattesa. Che sovverte la patinata fotografia di moda.
Un metodo adottato ad esempio, in Björk and son, Iceland (1993), che carpisce un’intesa segreta tra la cantante e il figlio, o in Young pink Kate, Londra (1998), con Kate Moss che emerge dalle lenzuola spettinata e con i capelli rosa. La vita nuda, allora? In apparenza. La storia familiare gli ha insegnato che cogliere l’ironia o il dramma, la perfezione o la fragilità è frutto di una scelta. Quando si mette a nudo nei self-portrait, più o meno svestito, Teller evidenzia trucchi e difetti (Self-portrait for business of fashion, 2015). Allo stesso modo, prova a spogliare dal divismo figure come Agnes Varda, Kurt Cobain, Cindy Sherman. Rendendoli disarmanti o irriverenti. Si pensi a Victoria Beckham, imbustata in maniera scomposta in una shopping bag di Marc Jacobs (2007), e a Westwood, settantunenne senza veli (2012).
In chiusura della mostra, istantanee della figlia neonata rimandano al primo scatto, My Father’s picture of me (2015). L’espressione giocosa vince l’amarezza per il tragico gesto paterno. La sequenza percorsa si trasforma in ciclo. Quello della vita, che sconfigge la morte e può ripetersi generazione dopo generazione. Se si sente la necessità di vivere.
Questo approfondimento è tratto dal n. 606 di Arte. La rivista di arte, cultura e informazione è acquistabile in edicola o sul sito di Cairo Editore.