Protagonista della scena artistica dai primi anni Sessanta del secolo scorso fino a oggi, Emilio Isgrò (Barcellona Pozzo di Gotto, Messina, 1937) è stato di volta in volta accostato a varie tendenze d’avanguardia (dalla Poesia visiva all’Arte concettuale) ma è ormai molto chiaro che la sua identità creativa è sostanzialmente irriducibile a ogni etichettatura. Nella sua ricerca visiva, essenziale e rigorosa, corrosiva e immaginifica, e sempre di raffinata ironia, ha scelto di lavorare operando a modo suo sulle parole scritte, quelle stampate in ogni tipo di testi e volumi, comprese le grandi enciclopedie come la Treccani e la Britannica. I suoi sono interventi tesi a destrutturare, a destabilizzare le certezze e la logica consequenziale delle varie forme di linguaggio legittimate nei vari campi della cultura, da quella dei mass media a quella più colta e approfondita. Per realizzare le sue opere ha inventato un “metodo” operativo basato su una strategia della sottrazione, diventando maestro dell’“arte cancellatoria”. Ma non si tratta affatto di un’azione banalmente distruttiva, anzi al contrario (e questo è l’aspetto più sorprendente) le sue cancellature possono «chiarire molto di più di quanto sembra», come dice l’artista: diventano infatti dei segni paradossalmente attivi come generatori di inedite prospettive di riflessione, innescando una dimensione più problematica ed enigmatica nei testi messi in gioco, attraverso il contrappunto fra gli elementi nascosti e quelli visibili. E in questo modo la “scrittura” diventa anche e soprattutto “pittura”, con inediti effetti estetici.
Nella mostra di Carpi, il percorso “filosofico”, con lavori di vari periodi, inizia con la grande tela Freccia bianca in campo nero che dirige il visitatore verso un’opera che ha uno stretto rapporto con la storia del luogo che ospita la mostra. Si tratta dei volumi delle Conclusiones cancellati di Pico della Mirandola, grande umanista che con Carpi ebbe stretti rapporti, tanto che suo nipote Alberto III Pio, figlio della sorella, fu l’ultimo signore della città (dal 1480 al 1527). La cancellatura dei testi di Pico evoca anche la “cancellatura” che avevano subito da parte del papa che li aveva addirittura bruciati perché ipotizzavano una riunione delle tre religioni cristiana, ebraica e islamica. Accanto sono esposti anche i ritratti cancellati di Pico e della sorella Caterina. Segue poi una selezione sulla cultura greca, testi cancellati di Platone, Aristotele, Archimede, Eraclito e Plutarco (diciannove volumi). E si arriva finalmente al Sillogismo del cavallo, realizzato per questa occasione. È un dittico dove da un lato entra la parte anteriore dell’animale e dall’altro esce la parte posteriore, lasciando il dubbio che le due parti siano o meno dello stesso cavallo.
Info pratiche per la mostra di Emilio Isgrò
EMILIO ISGRÒ. SILLOGISMO DEL CAVALLO. Carpi (MO), Palazzo del Pio
(tel. 059-649955). Fino al 10 dicembre.
Questo approfondimento è tratto dal n. 602 di Arte. La rivista di arte, cultura e informazione è acquistabile in edicola o sul sito di Cairo Editore.
Palazzo Reale, a Milano, ospita la mostra Morandi 1890-1964, ideata e curata da Maria Cristina Bandera. Si tratta di una delle più ampie e complete monografiche dedicate al pittore bolognese, grazie a un corpus espositivo di circa 120 opere che ripercorre l’intera carriera dell’artista – cinquant’anni di attività, dal 1913 al 1963 −attraverso prestiti eccezionali provenienti da istituzioni pubbliche e da collezioni private, a partire da quelli del Museo Morandi di Bologna e delle raccolte milanesi.
La mostra a Palazzo Reale: il percorso
Il percorso espositivo segue un criterio cronologico con accostamenti mirati che documentano l’evoluzione stilistica di Giorgio Morandi, dalla variazione dei temi prescelti − natura morta, paesaggio, fiori e, più rare, figure − alle diverse tecniche adottate (pittura, acquaforte e acquerello). Il percorso si suddivide in 34 sezioni che documentano il primo contatto con le avanguardie, tra cézannismo, Cubismo e Futurismo (1913- 1918, sezioni 1-3), l’accostamento alla metafisica (1918-1919), il ritorno al reale e alla tradizione, fino alle sperimentazioni degli anni Venti. Una sezione è dedicata all’incisione e alla pittura tonale, anticamera delle successive variazioni tematiche ed espressive intraprese a partire dagli anni Trenta fino agli anni Cinquanta, dirigendosi verso una progressiva semplificazione stilistica. L’iter si conclude con un focus sulla tensione tra astrazione e realtà che l’artista accentua negli anni conclusivi (1960- 1963), culmine di una personale e costante indagine del reale e della sua rappresentazione
Perché, come diceva Morandi,
“non c’è nulla di più surreale e di più astratto del reale”.
Il compito degli Stati membri è quello di assicurare il sostegno permanente, non solo finanziario, rivolto sia alla formazione professionale dell’attività degli artisti, sia alla riconversione reale della loro attività produttrice di opere d’arte. La raccomandazione dell’Unesco incoraggia gli Stati a sostenere la realizzazione di progetti innovativi, mobilitando più risorse economiche e utilizzando nuovi strumenti e percorsi, come la promozione di associazioni culturali gestite dagli stessi artisti, con un progetto rappresentativo e con un sistema di produzione e diffusione che meriti di essere accolto e possibilmente sostenuto anche sul piano finanziario. L’azione dell’Unesco tende infatti a favorire lo scambio di esperienze in materia di politica culturale, per esempio la realizzazione di mostre personali estemporanee e collettive anche itineranti, grazie all’intento associativo di operatori culturali ed artisti. Lo scopo è facilitare l'accesso in spazi pubblici o privati da parte di istituzioni pubbliche, aziende private, enti locali ecc. Gli artisti debbono essere incoraggiati perciò ad associarsi perché attraverso la forza associativa possano ricevere maggiore visibilità e il sostegno necessario per strutturarsi e svolgere un’azione efficace. Ricordiamo come in passato gli artisti abbiano trovato sempre nel rapporto associativo enormi vantaggi, anche come ritorno d’immagine: ne sono esempio i Futuristi, i Dadaisti, gli Espressionisti ecc.
La storia dell’arte è ricca di questi esempi: tipico quello dell’atelier di Rubens, dove lavoravano oltre cento artisti, tra cui Van Dyck. Questo criterio in Italia risulta oggi debole, soprattutto nell’ambito delle arti visive, in quanto la politica culturale si interessa quasi esclusivamente della tutela dei beni culturali, mentre la ricerca estetica è totalmente lasciata a carico e a spese dei singoli operatori. È necessario quindi sensibilizzare gli artisti a creare delle strutture solidaristiche e rappresentative della propria categoria, in modo che gli stessi abbiano l'opportunità di assicurare e sostenere l’azione di ricerca.